In una lunga intervista Fellini si racconta, seppure con scetticismo: prova apertamente disagio a parlare di ciò che ha fatto, poiché pensa ci si aspetti da lui una visione del mondo e una profondità di pensiero che sente non gli appartengono. Eppure dal testo emerge moltissimo. Oltre a ripercorre le vicende di vita, la realizzazione dei film, le proprie passioni (come le automobili), mostra i tratti fondamentali della sua arte: la mania di fare schizzi per formare le idee, l’attrazione verso ciò che fa paura, la voglia di rappresentare situazioni incerte e sfumate, la simpatia per il nevrotico, buffo e patetico.
Ciò che il regista ha sempre cercato di fare, grazie a una profonda osservazione, è rappresentare il nostro mondo, affascinante e tremendo, misterioso e inquietante. Basta guardarsi intorno per accorgersi di essere circondati da volti comici spaventevoli, difformi, ghignanti, attoniti. Vuole evitare l'approssimazione e l’inganno, testimoniando il vero, il sentimento delle cose. Ma non si tratta di una semplice copia della realtà, per questo preferisce il bianco e nero: un uso del colore pedissequo fa impoverire la fantasia, perché più ci si avvicina alla realtà più si scade nell'imitazione. La fantasia infatti deve sempre avere la sua importanza: il racconto segue soprattutto il tortuoso labirinto dei ricordi, dei sogni, delle sensazioni.
Consiglio il testo agli appassionati dei film felliniani, perché oltre alle nozioni ormai conosciute, Fellini scava in profondità spiegando alcuni tratti inediti, come il fascino per la vita dei rotocalchi e i motivi del distacco nei confronti della questione politica. Di un film, in fin dei conti, gli interessa cogliere l’indescrivibile e misteriosa componente che amalgama tutto, il momento di aggregazione magnetica che dà unicità e credibilità, conservando allusività e simbolicità.