Il 4 ottobre 1930 viene ucciso in un agguato il maestro Francesco Sottosanti, in un paesino sloveno annesso all’Italia dopo la Prima guerra. Mentre il regime commemora il martire fascista, i giornali sloveni scrivono che sputava in bocca agli scolari che pronunciassero una parola nella loro lingua. E che si dice che fosse tisico. Le autorità fasciste rispondono sdegnate: era un bravo maestro, quello che maltrattava i bambini era solo un suo omonimo. Due maestri di Piazza Armerina chiamati Sottosanti trasferiti ambedue in un paesino del Goriziano? Gli eredi di quegli attentatori antifascisti sloveni mi chiedono: “Aveva un fratello?” Aveva un fratello. Aveva sei figli, anche. Uno passerà per “sosia di Valpreda” nella strage di Stato. Sembra una storia inventata, no?
Adriano Sofri (Trieste, 1º agosto 1942) è un saggista, giornalista e scrittore italiano ex leader di Lotta Continua, condannato a ventidue anni di carcere – dopo un lungo iter giudiziario – quale mandante, assieme a Giorgio Pietrostefani, dell'omicidio del commissario di polizia Luigi Calabresi, avvenuto nel 1972. Sofri è stato scarcerato (dal 2005 scontava la pena in regime di detenzione domiciliare a causa di problemi di salute) nel gennaio 2012 per decorrenza della pena, ridotta a 15 anni per effetto dei benefici di legge. Pur assumendosi la corresponsabilità morale dell'omicidio, a causa della campagna di stampa diretta contro il commissario portata avanti assieme agli altri membri di Lotta Continua, Sofri si è sempre proclamato innocente per quanto riguarda l'accusa penale, così come affermato anche dai coimputati, a eccezione del reo confesso Marino. Scrive su Il Foglio e i suoi interventi sono ripresi anche da una pagina Facebook intitolata Conversazione con Adriano Sofri.
Il 4 ottobre 1930 viene ucciso in un agguato il maestro Francesco Sottosanti, in un paesino sloveno annesso all’Italia dopo la Prima guerra. Mentre il regime commemora il martire fascista, i giornali sloveni scrivono che sputava in bocca agli scolari che pronunciassero una parola nella loro lingua. E che si dice che fosse tisico. Le autorità fasciste rispondono sdegnate: era un bravo maestro, quello che maltrattava i bambini era solo un suo omonimo. Due maestri di Piazza Armerina chiamati Sottosanti trasferiti ambedue in un paesino del Goriziano? Gli eredi di quegli attentatori antifascisti sloveni mi chiedono: “Aveva un fratello?” Aveva un fratello. Aveva sei figli, anche. Uno passerà per “sosia di Valpreda” nella strage di Stato. Sembra una storia inventata, no? ------------- Adriano Sofri ricostruisce in forma di romanzo questa cronaca del 1930, scoprendo coincidenze impensabili ed imprevisti fili personali. Scrive Sofri: “È strano che questa storia non sia stata ancora raccontata. Le occasioni non erano mancate. Nella trama della strage che cinquant’anni fa stravolse la vita civile degli italiani, a Piazza Fontana a Milano, era comparso un personaggio, Nino Sottosanti – «Nino il mussoliniano» – che le biografie descrivevano con frasi vaghe come «figlio di un maestro siciliano ucciso forse da antifascisti sloveni», o «si diceva figlio di martire fascista», o qualcosa del genere – niente di più. Io avevo anche un’altra ragione per arrivare a questa vicenda. Nei luoghi in cui era avvenuta avevo trascorso una parte dell’infanzia e dell’adolescenza, una parte importante: avevo avuto un mio Carso. Mia madre, maestra elementare, aveva vent’anni nel 1930 in cui il maestro siciliano fu ucciso a Verpogliano, e insegnava in un paesino del Carso triestino a una scolaresca di bambine e bambini sloveni. Nelle memorie scritte per noi figli aveva ricordato il modo drammatico in cui aveva appreso la notizia, e una sua doppia verità: un colpo di scena. Quando finalmente ho deciso di ricostruire la storia, non mi aspettavo di trovare una terza verità. Un inaudito colpo di scena. Tanto meno mi aspettavo che la storia che avrei ricostruito e raccontato potesse essere in misura più o meno ampia sconosciuta agli stessi discendenti dei suoi protagonisti, e dunque forse riservare loro un dolore nuovo o rinnovato”. Per concludere, mi limito a ricordare -tra le innumerevoli coincidenze di cui è intessuto il libro- che Nino Sottosanti, figlio del maestro assassinato, durante la vicenda di piazza Fontana, ebbe il ruolo di “sosia di Valpreda”, e fu una delle tante ricostruzioni fantastiche del dopo-bomba, poi spazzate via da altre e poi altre ancora... ma questa è storia nostra, di oggi ( o quasi).
Il libro è molto bello. Mi piace allegarci una recensione trovata in rete altrettanto bella.
Un libro molto interessante, di un autore a volte discusso, che in questo saggio mostra conoscenza dei luoghi e degli archivi. Un maestro fascista assassinato nel 1930. Martire o malfattore? le risposte sono diverse " visto da destra e visto da sinistra", ma l'autore scopre ulteriori verità che in parte danno ragione ad entrambi gli schieramenti. istruttivo per me, che di questa storia aveva sentito solo una campana, e per di più imprecisa. Confermo che anch'io le prime parole di sloveno che imparai furono su tram di Opcina ( da molti anni fermo per guasti che nessuno riesce a sbloccare) le scritte bilingui Vietato fumare e Vietato sputare.
Molta della difficile storia di Gorizia, della Venezia Giulia e dei suoi confini in continuo movimento è contenuta in un questo breve libro-inchiesta di Sofri. Si parte da un omicidio di provincia, passando per la Grande guerra, il ventennio fascista, la leva magistrale per italianizzare i bambini sloveni, e si arriva - sorpresa finale - a toccare Piazza Fontana. I documenti del tempo si alternano alla narrazione, rendendo vivi i pensieri, le parole e l'ostilità di quegli anni. Da leggere appena prima di visitare Gorizia.
Un'indagine che insegna il rispetto delle persone e delle fonti e la brillante curiosità che porta a cercare la verità. Anche in un clima come quello del ventennio e in una lingua sconosciuta.
Perché è amaramente vero che "...una differenza è sempre stata questa: gli italiani non sanno lo sloveno, e gli sloveni sanno l'italiano, poco o tanto"
Racconto appassionante di un'indagine giornalistica: Sofri è guidato da una breve annotazione materna verso i territori in cui ha trascorso parte dell'infanzia - l'entroterra di Trieste - e da qui, seguendo il filo di memorie orali, fonti documentarie e studi storici, riesce a ricostruire la vicenda dell'omicidio Sottosanti, avvenuto nel 1930 a Vrhpolje, località slovena della valle del Vipacco, a una ventina di km da Gorizia. L'assassinio del maestro del paese, un siciliano convinto come tanti suoi colleghi che, in un modo o nell'altro, la popolazione locale dovesse essere "civilizzata" dagli italiani, si rivela presto esemplificazione di come l'ignoranza generi violenza; e il rifiuto, o la vergogna, di riconoscere gli errori compiuti renda indispensabile agli apparati di potere l'insabbiamento della verità. Alla domanda "Com'è stato possibile che in quest'area ci si sia scannati l'un l'altro con tale violenza?" non si può dunque che rispondere: per ignoranza e menzogna. E ciò dovrebbe farci ben riflettere, davanti alla semplificazione e falsificazione della realtà che portano oggi così tanti nostri connazionali a farsi persuasi che le foibe sono state un caso di pulizia etnica...
Ho avuto la fortuna di assistere alla presentazione del libro da parte dell'autore a Vrhpolje, a due passi dalla scuola elementare in cui viveva e lavorava, e sulla cui soglia è stato ucciso il maestro Sottosanti. Molti gli interventi di abitanti del paese, e le loro testimonianze di quell'epoca (per i più anziani) o dei racconti familiari uditi da piccoli. Ricordare fa male: che si tratti di familiari umiliati o uccisi, di violenze subite o di violenze agite, ricordare fa davvero male. Per questo, sia da parte italiana che da parte slovena, c'è stato e c'è ancora tanto silenzio. Però, davvero, ignoranza e menzogna producono violenza: anche per questo non si può che essere grati a Adriano Sofri per questo libro.
Ha il grande merito di fare chiarezza su alcuni aspetti dolorosi tra le radici del razzismo italiano verso gli italiani e su episodi importanti del conflitto nazionale tra italiani e sloveni.