Emanuela - per RFS
.
Quando si dice che le maghe non esistono si dice una bugia, perché Roberta Ciuffi scrive e fa magie vere… in questo libro piccino piccino, delizioso come una miniatura, c’è un incantesimo che avvince come solo le sue storie riescono a fare.
Siamo in Italia, in Toscana, precisamente nella cittadina termale di Bagni: Livia Lanteri gestisce il piccolo negozio “Eredi Malagutti, cadeaux e pegni” che la zia Mafalda le ha lasciato in eredità, insieme a tanta rabbia e a un cuore indurito da un dispiacere d’amore che l’ha quasi distrutta; la zia Mafalda ha fatto di tutto per non farle dimenticare quel dispiacere, così che Livia è ora l’ombra della donna che era, presa solo dagli affari e dalle entrate in cassa: una fotocopia della vecchia zia, insomma.
Ogni volta che il campanello della porta del negozio trilla, è soprattutto per qualche sfortunato che viene a impegnare i suoi preziosi per ottenere qualche soldo e andare avanti. Un giorno d’inverno, ormai vicino al Natale, un uomo disperato entra nel negozio e lascia in pegno un prezioso orologio alla commessa Gina: Livia conosce bene quell’orologio e sa a chi è indirizzata la dedica incisa all’interno…
Il destino perciò la rimette di fronte a un uomo che pensava non avrebbe mai più visto ed è per dare a entrambi una seconda possibilità… Mattia e Livia saranno di nuovo uniti e potranno scacciare i dubbi e le bugie che li avevano separati?
Sapranno guardare oltre le divergenze e comprenderanno che non è troppo tardi per ricominciare?
Come al solito, le donne di Roberta Ciuffi sono padrone del loro destino e sanno rifarsi delle sconfitte, mentre gli uomini sono anch’essi appassionati e desiderosi di cavalcare la propria vita; dopo un inizio molto sofferente la storia prende via e la fiamma divampa altissima consumandosi solamente nel gran finale.
“…Livia andò al pesante scrittoio di noce. Sollevò il tagliacarte dal ripiano e, come un’assassina, si avventò sul quadro e lo fece a brandelli. Poi si guardò attorno, ansante. Voleva ancora sangue. Il candelabro sopra il caminetto entrò nel suo campo visivo. Si precipitò ad afferrarlo e lo sollevò a fatica. Ruotandolo come fosse una mazza, lo scagliò contro lo scrittoio. La lampada si rovesciò sul ripiano e il cappello di opalina andò in frantumi. Continuò ad abbattere il candelabro su tutto quanto le veniva sotto gli occhi, distruggendo il portapenne di Capodimonte della zia, un’altra lampada, il quadro di un santo sconosciuto, una coppia di angeli di porcellana… Tutti oggetti della zia. Non c’era niente di suo in quella stanza. Perfino la tazza dove beveva il suo caffè la mattina faceva parte di un servizio ereditato dalla signora Mafalda. La sua vita, la vita di Livia, si era bloccata nell’imitazione di quella di una donna senza cuore…”