David Piperno è un giovane ebreo romano che si è trasferito in Israele per coronare il suo sogno: diventare un grande regista di fantascienza. La sua sceneggiatura La lucertola mutante però non interessa a nessuno e per mantenersi è costretto a intervistare gli ultimi sopravvissuti alla Shoah per il Museo di Yad Vashem. David è immaturo, inaffidabile e con un senso dell’umorismo del tutto particolare. Lo sanno bene i suoi amici, lo sa Sara, la madre ansiogena e iperprotettiva, e lo sa fin troppo bene Sharona, la sua esasperata ragazza. Nessuno di loro però può prevedere che per realizzare le sue ambizioni David darà inizio a una catastrofe di proporzioni planetarie. E non basteranno i consigli dei suoi amici immaginari, Philip Roth e Itzhak Rabin, per riparare al danno imponderabile che affliggerà l’umanità intera. Romanzo satirico antiretorico e dissacrante, Olocaustico si presenta come uno specchio dei tempi, tra fake news e perdita dei valori. È una storia originale e divertente che ha il merito di farci riflettere sul nostro futuro partendo da un’idea di fondo: se neghiamo la Shoah, tutto il resto crollerà. Ma proprio tutto.
Il romanzo è molto godibile, pure troppo; ha tante battute, pure troppe; situazioni lui-e-la-mamma / lui-e-la-morosa / lui-e-il-coinquilino da cliché; i dialoghi immaginari del protagonista David con Rabin & Roth contribuiscono a delineare una macchietta più che un personaggio. E poi la prima parte somiglia troppo a una sceneggiatura di un film Brizzi & Vaporidis. Nella seconda parte il taglio del finto documentario rende la lettura avvincente, aiutata anche dal riscatto dopo l’epic fail, ma il problema resta il tono del romanzo; poteva essere una corrosiva riflessione su negazionismo e fake news, sottotesto formidabile, ma il caustico del titolo latita, seppellito da un comico secondo me non centrato e i dubbi aumentano dopo quello squarcio grottesco (gli effetti sullo scenario internazionale della genialata del protagonista, un capitolo o due dove la commedia brizziana sembra trasformarsi in epopea fantozziana), abbandonato in un lampo con ripresa di un registro più ordinario nella seconda parte. Ciò detto, la penna di Caviglia è vivace (sembra il primo Baccomo ‘Duchesne’) e la Tel Aviv in cui si muove Vaporid... ehm David Piperno è forse la cosa migliore del libro, viva e palpitante. Attendo il suo prossimo lavoro, nell’auspicio che non sia un film.
Due stelle, non meno perché se non altro è una lettura fresca e agile.
Pur non conoscendo in maniera approfondita la cultura israeliana, la sensazione - sempre più forte proseguendo la lettura - è che l’autore abbia dipinto una rappresentazione macchiettistica e banale della società, delle famiglie e delle nevrosi ebraiche. Benevola e affettuosa, ma stereotipata. Scenette già viste e riviste in film e serie televisive. Persino i nomi dei personaggi paiono trovati da qualcuno che navighi a vista negli stereotipi: Sharona, Noa,... aggiungiamo una costruzione che sembra più ispirata alle trite sceneggiature holliwoodiane piuttosto che a un intento letterario; il risultato è deludente.
Esempio? Il protagonista sta per confessare il suo imbarazzante segreto alla fidanzata quando lei lo interrompe facendolo sentire in colpa e rendendogli “impossibile” confessare... uno di mille stilemi da commedia banaluccia.
Con sviluppi senza logica e neppure la scusante della surrealtà, che potrebbe salvarlo ma latita; il tutto corredato da un finale/lieto fine piuttosto imbarazzante e infantile, in cui in 5 pagine ogni tessera del mosaico va magicamente a posto nel migliore dei modi possibili: le coppie scoppiate si ri-amano, i divorziandi de-divorziano, i senzatetto diventano felici, benestanti e superano i traumi.. e il mondo va verso la pace globale (magari stessi esagerando..).
Non mi soffermo sulla superficialità e freddezza con cui è trattato il tema dell’Olocausto perché si commentano da sole.
Romanzo snello e leggerino, poco descrittivo e molto simile a una sceneggiatura. Dopo averlo finito vado a cercare qualche informazione sull’autore e scopro che… ah ecco, è un regista, ora tutto quadra: è incredibile la quantità di panzane che siamo abituati a berci guardando un film, ma leggendo un libro proprio non funziona. Per fortuna.
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Non Belfast ma Tel Aviv, non Jake e Chuck ma David e Michael, non troubles ma negazionismo, non vibratori ma boomerang sulla memoria della Shoah, il nuovo Eureka Street si fa Blair Witch Project. (E deflagra la sua carica umoristica sull'idiozia collettiva che propaga fake news).
Il libro parte da un'idea geniale, ma nella realizzazione ci sono alti e bassi. La penna dello scrittore sa essere comica in modo intelligente e profonda quando serve, in un modo che però fa risultare altre parti più superficiali e frettolose. Ci sono frequenti stereotipi in cui non è sempre ben chiaro se il libro ci stia giocando o ci stia cadendo... ma già il fatto di avermi lasciato con dei dubbi penso sia un pregio.
La scelta di trattare tematiche come la Shoah e il pericolo mostruoso delle fake news in una chiave del genere merita comunque un plauso per il coraggio/avventatezza/totale pazzia, e penso non si possa chiudere il libro senza volere un po' bene ad Alberto Caviglia.
Confesso che per terminare questo libro ho faticato tanto. Il libro è lacunoso in diversi aspetti, a cominciare da quello linguistico. Non c'è nessuna ricerca, nessuna riflessione sulla lingua che galleggia piatta e banale in tutto il romanzo, senza mai un guizzo, nemmeno quello comico che dal titolo ci si aspetterebbe. L'autore poi, nei malcelati panni di narratore, è onnipresente oltre che onniscente e ci descrive tutto, ma proprio tutto: sentimenti, sensazioni, ci prepara alla sorpresa. Non c'è bisogno dei personaggi, che sono delle velette trasparenti, il narratore ti presenta tutto, è tutto dichiarato, esplicito, nulla è lasciato alla suggestione. La trama poi è tasto dolentissimo: i salti distopici sono così radicali che avrebbero richiesto di essere sorretti non dico da una consapevolezza sociologica, filosofica o politica, ma almeno da qualche cenno di riflessione. Niente, purtroppo in questo libro non c'è quasi niente. Salvo l'idea, che è interessante, ma da sola non basta.
Siamo di fronte a un romanzo che, a parte la presenza dei fantasmi di Philip Roth e Rabin (sic!), al netto del fatto che personalmente ritenga le storie ironico-distopiche sulla Shoah un genere profondamente stucchevole, e non considerando quello che ho pensato l’ennesima volta in cui Caviglia, che è anche un regista, dichiara che la storia che ci sta raccontando sarebbe stata più adatta a un film, ha anche dei difetti.
Una piacevole sorpresa. Ho comprato questo romanzo per caso e curiosità e ne sono rimasto piacevolmente colpito. Ambientato in un futuro prossimo, tanto veritiero che quando ho letto 2023 pensavo a un errore di stampa! La storia di un giovane apprendista regista romano che trasferitosi in Israele muove i suoi passi tra un lavoro temporano come intervistatore di superstiti della Shoa e i suoi studi e la vita quotidiana e una relazione che .... Tante cose di una vita apparentemente semplice finché qualcosa non la sconvolgerà in maniera definitiva. E cambierà anche il mondo. Una parafrasi dell'effetto "farfalla" per cui un piccolo battito d'ali può scatenare un uragano, un'analisi critica del nostro mondo dell'informazione e della disinformazione rampante. Uno sguardo sulla società con occhio disincantanto ma anche carico di speranza. C'è tanto in questo libro, scritto con buon stile e humor che lo rende piacevole e scorrevole. Si intuisce dal finale che potrebbe esserci un seguito. Speriamo! Eh si, sono d'accordo con l'autore che farne un film sarebbe azzeccato; magari "risparmiando sugli attori" ... :)
Il voto che più mi sento di dare a questo libro è forse 3 stelle e mezzo, perché ho apprezzato l'atmosfera surreale e progressivamente esagerata che si respira per tutta la durata del romanzo. L'idea di base è una estremizzazione del concetto di post-verità e della diffusione quasi pandemica delle fake news, una successione di eventi che presto si trasforma in una valanga che travolge il protagonista stesso, i suoi amici e poi tutto il mondo. Peccato che lo stile sia un po' altalenante, con riflessioni abbastanza profonde e con momenti comici nei quali l'autore sembra sforzarsi per inserire una battuta. Di conseguenza, anche molti dei personaggi risultano poco caratterizzati e ridotti a delle macchiette: il direttore nervoso, il coinquilino nullafacente, ecc... Comunque, una lettura consigliata.
Sebbene questo sia un esordio nella narrativa, si nota che l'autore ha una certa famigliarità con le storie. L'idea è intelligente e arguta, anche se questo non è purtroppo l'umorismo che a me personalmente fa sogghignare. E' a tutti gli effetti una distopia (neanche tanto lontana da quello che potrebbe succedere alla nostra realtà da qui al 2023, l'anno in cui il romanzo si svolge) e come tale con efficacia ci fa riflettere sui rischi che corriamo se continuiamo a dare per scontate tante cose e ad accettarne con serenità altre.
L'idea del romanzo lascia interdetti e certamente l'intenzione è proprio questa...ma la sua realizzazione mi ha deluso...Ci si aspetta un esito che non arriva nemmeno a libro terminato, quando si resta con l'amaro in bocca domandandosi se tale "causticità" fosse in fin dei conti tanto necessaria, visto che non genera alcuna riflessione. Sia la "genesi" che la risoluzione del "disastro" generato dal protagonista (puramente gratuito e causato dalla totale immaturità del protagonista con il quale non nasce alcuna empatia) si sgonfia in una narrazione blanda, senza colore, senza stile, con evidenti errori nell'uso dei tempi che passano nella stessa frase dal presente al passato e viceversa, senza alcun ritegno. Il libro si legge fino alla fine con la speranza di un guizzo che ad un certo punto si intravede ma muore quasi subito, a bassa voce, senza far rumore, come tutto il resto del libro.
Perché questo libro parta e ci si abitui alla scrittura acerba e un po’ terribile ci vuole davvero un po’, ma da circa metà in poi ci si fa meno caso. Qualche stella in più sarebbe andata all’idea, estremamente interessante e ambiziosa, ma la resa di questa è purtroppo piuttosto mediocre e insoddisfacente. Per non parlare dell’umorismo nero che farà ridere solo pochi eletti mentre lascerà la maggior parte dei lettori se non indifferente addirittura un po’ a disagio, ma quello è lo stile adottato dall’autore, può piacere o no. Un’altra grande pecca e un altro fatto per cui vale la pena leggerlo: a parte certi risvolti piuttosto scontati della trama, i personaggi che ruotano attorno a David sono abbastanza piatti, e si fa fatica a empatizzare con i membri del “cast” di questo libro (che più cinefilo non si può, attenti non addetti ai lavori, certe frasi e battute certamente argute vi resteranno impenetrabili). L’aspetto interessante è invece l’immersione nella cultura ebraica e israeliana che dà alla storia un colore piacevole per la sua intriseca vivacità.