Avevo deciso che se un Dio esisteva, era un crudele figlio di puttana, a permettere le cose che permetteva. Specialmente dal momento che affermava che il suo nome era sinonimo di amore. Mi sembrava che fosse poco più di un Jack lo Squartatore celeste, che con una mano offriva a noi, le sue puttane, ricompense, sorridendo e dicendo che ci amava, mentre con l’altra stringeva un pugnale affilato e scintillante, per squartarci meglio.
4.5 ⭐
Non ero preparata alla trilogia di Drive-in: pensavo a un divertimento pulp, a una corsa splatter ben congegnata e via. Invece mi sono ritrovata dentro qualcosa di molto più vischioso, disturbante e intelligente. Il fatto che me l’abbia consigliata un amico con un certo gusto per il caos narrativo non è irrilevante: certe letture non capitano per caso, e arrivano nel momento giusto (grazie Mattia, sicuramente leggerai questa recensione💛)
Il primo è un colpo di pistola secco, e l’ho amato. L’Orbit Drive-in che sprofonda in un buio totalizzante dopo l’arrivo di una sorridente cometa rossa durante una maratona horror è una trovata che sembra urlare “B-movie”, ma Lansdale la usa come una trappola narrativa micidiale. Quello che accade lì dentro non è solo un susseguirsi di mostri, mutazioni (il Re del Popcorn è uno dei personaggi più geniali mai letti) e violenza fuori controllo: è un esperimento sociale brutale. Le persone regrediscono, si reinventano, si organizzano in culti grotteschi, si aggrappano allo spettacolo anche mentre lo spettacolo le divora. È scritto con una leggerezza feroce, con una voce narrante che ti fa ridere e subito dopo ti mette a disagio. Qui Lansdale è lucidissimo, ispirato, cattivo (direi) al punto giusto. È il libro che ti fa pensare: ok, questo non è solo pulp, questo sa benissimo cosa sta facendo.
Il secondo capitolo mi ha convinta meno, ed è una delusione relativa, non una bocciatura. La cometa rossa torna di nuovo con il suo fottuto sorriso e libera gli spettatori del drive-in. Usciti dall’Orbit, il mondo è cambiato, e Lansdale allarga lo sguardo: l’orrore non è più concentrato in uno spazio chiuso, ma si è diffuso con degli strani dinosauri robot e una natura inospitale. È interessante, a tratti brillante, ma meno clamoroso rispetto al precedente. Si perde un po’ di quella sensazione di claustrofobia (che è uno dei trope che preferisco) e di pericolo costante che rendeva il primo così magnetico. Leggendo, ho avuto più volte la sensazione che l’autore stesse giocando con il suo stesso immaginario, forse indulgendo un po’ troppo.
E poi arriva il terzo libro, e lì tutto si complica di nuovo. Il gigantesco pesce gatto che emerge come una divinità oscena, quasi ridicola eppure inquietante, segna un cambio di passo netto. Lansdale smette di fingere che questa sia solo una storia horror e tira fuori il sottotesto fino a renderlo quasi il testo stesso. Il finale mi ha spiazzata davvero. Sono androidi? Sì, no? Sono in un sogno, cosa?? E non in un sogno qualunque, il sogno di un androide? Tutto questo mi ha costretto a chiedermi se avessi appena letto una provocazione geniale o un azzardo eccessivo. Non ho ancora una risposta definitiva, e forse è giusto così.
È una trilogia irregolare, sboccata, a volte volutamente stupida, e allo stesso tempo molto consapevole. Parla di pubblico, di cinema (e per i cultori è un vero bocconcino), di consumo dell’orrore, di bisogno di guardare e andare comunque avanti, verso la fine della strada. Lansdale ti prende per mano e poi ti molla nel buio, ridendo, come quella fottuta cometa.