Bi-lingual Edition Modern Korean Literature (set 2). "Convalescence" by Han Kang. ASIA Publishers present some of the very best modern Korean literature to readers worldwide through its new Korean literature series . We are proud and happy to offer it in the most authoritative translation by renowned translators of Korea literature. We hope that this series helps to build solid bridges between citizens of the world and Koreans through rich in-depth understanding of Korea. You are lying on the wet soil, muttering “such a trifle.” You can’t feel the wound in the gray white holes any more. Your right eye hurts because dirt got into it. Blinking several times, you think all these perceptions of pain are too weak. You mutter a prayer over and over again to no specific god that you may not recover from whatever you’re suffering now, that the cold soil may become even colder so that your face and body are frozen hard, and that you never get up again.
Han Kang was born in 1970 in South Korea. She is the author of The Vegetarian, winner of the International Booker Prize, as well as Human Acts, The White Book, Greek Lessons, and We Do Not Part. In 2024, she was awarded the Nobel Prize in Literature “for her intense poetic prose that confronts historical traumas and exposes the fragility of human life.”
Si tratta sostanzialmente di un dittico composto da due racconti lunghi accomunati dal tema della sofferenza fisica, specchio di un più profondo disagio psicologico ed esistenzale e di una tendenza all’isolamento e all’autolesionismo, un rifiuto dei rapporti umani corrotti dall’incomunicabilità.
Le ferite non rimarginate che affliggono la protagonista della prima storia e le chiazze cutanee nella seconda sono un sintomo iniziale che si trasforma progressivamente in un grido di richiesta di aiuto destinato al vuoto dell’indifferenza circostante.
Soprattutto il racconto che dà il titolo al libro riecheggia lo stile, le atmosfere, il senso di straniamento che pervadevano il romanzo più noto di Han Kang, La vegetariana, di cui potrebbe a pieno titolo rappresentare un capitolo.
L’altro racconto, Il frutto della mia donna mi ha invece rammentato, pur nella netta differenza di stile, un magnifico racconto di Antonia Byatt, “La donna di pietra”, anch’esso incentrato sulla metamorfosi del corpo femminile, qualcosa che inizia con una vertigine per fondersi nel sentimento panico della natura.
Alcuni commenti hanno attribuito una connotazione femminista al malessere delle due donne protagoniste, anonime quasi a sottolineare l’impersonalità dei rapporti col contesto sociale e familiare. Se è pur vero che il marito della donna del secondo racconto, narrante in prima persona, si dimostra particolarmente insensibile ed ottuso nel percepirne l’incalzante sofferenza, a me è sembrato che il dolore possa riferirsi soprattutto ad un profondo disagio esistenziale, riflesso di un’opprimente alienazione urbana: …da tanto tempo ormai sognavo questo, poter vivere solo di vento, sole e acqua
Due ritratti femminili che raccontano l’alienazione, il dolore, quel dolore sordo e strisciante, testimone di una ribellione silenziosa, che fa male. Mentre nel primo racconto la sofferenza è la mancanza di empatia tra due sorelle, una che sopravvive all’altra consapevole che dietro al suo dolore fisico c’è un profondo malessere esistenziale, nel secondo, Il Frutto della mia donna, il dolore è la mancanza di libertà, il sentirsi soffocare da tutto: marito, casa, abitudini. Il suo corpo si ribella e per fuggire sceglie la metamorfosi vegetale. Il suo corpo di donna diventa albero e solo così riesce ad evadere da ciò che la vita le aveva riservato
“È da tanto tempo ormai che sognavo questo, poter vivere solo di vento, sole e acqua “
Siccome l'ho invocata spesso, negli ultimi due giorni, mi è presa la voglia di continuare l'esplorazione di Han Kang. Quindi ho afferrato quello che avevo disponibile a portata di mano, un po' alla cieca, e me lo sono fatto andare bene. Questo volumetto contiene due racconti, Convalescenza e Il frutto della mia donna, ed è la solita operazione commerciale furbetta di Adelphi, un tempo casa editrice paladina, in modo giustificato, della spocchia letteraria e oggi banderuola senza identità che vaga nel panorama editoriale italiano in cerca di vacche grasse da sfruttare fino all'ultimo scampolo di testo. Non ho speso i 12 euro del prezzo di copertina, quindi non dovrei esagerare con questa tirata, ma non riesco a trattenermi. Non è tanto la decisione di prendere un testo di massimo 40 facciate e ingrandirlo fino alle 86 che occupa in questa edizione, quanto l'aver accostato due testi che, di per sé, al di là di qualche richiamo tematico - fatto che è tutt'altro che raro nella produzione di uno scrittore o di una scrittrice - non hanno molto in comune e non offrono affatto un ritratto accurato di Kang. Se Convalescenza (2013) è un frutto della piena maturità dell'autrice, successivo a La vegetariana e pubblicato poco prima di Atti umani, Il frutto della mia donna (1997) lo precede di oltre quindici anni, al tempo dei suoi primi passi nella narrativa, ed è la materia poi rielaborata, dopo un decennio, nel romanzo che le ha permesso di vincere l'International Booker Prize. Perché è stato deciso di riunire questi due testi? Non certo per mostrare l'evoluzione stilistica dell'autrice, visto che si incontra prima il più recente e poi quella che, in sostanza, è poco più di una prova di penna. Perché se questo fosse stato il fine, peraltro onorevole, avrebbe avuto più senso inserire Il frutto della mia donna in appendice a La vegetariana o raccogliere tutta la short fiction di Kang, compresi questi due racconti, in un unico volume. Realizzato così, questo libello, a me sembra solo un tentativo di fare cassa, sfruttando il richiamo del principale successo dell'autrice e riempiendo il piatto, al contrario pressoché vuoto, con un bel racconto. Perché Convalescenza è riuscito, e ha la stessa gestione dei dettagli puntuale che ho trovato nelle pagine più riuscite di questo premio Nobel. E la stessa intensità, la stessa acutezza nello scandagliare l'umano e il femminile, lo stesso potere esplosivo del non detto. Il frutto della mia donna, invece, è interessante solo in relazione a ciò che è diventato, a cosa l'autrice ha deciso di modificare e togliere - più realismo, più astio verso le figure maschili, più incomprensioni con quelle femminili. Tra loro comunicano solo perché entrambi hanno per protagoniste donne compresse in uno stato di agitazione quasi dissociante, alienate da una realtà su cui non hanno potere d'azione e costrette a infierire su se stesse per poter sperimentare un cambiamento. Bello, ma mi sento di dire che è una condizione propria di molti dei personaggi che per ora ho incontrato di Kang.
Ci sono, alle volte, così all'improvviso senza pensarci e nemmeno programmandolo, di ritrovarmi in una situazione, che sia l'incontro di una persona, animale o entrando in un luogo che mi susciti un certo effetto e soprattutto quando mi imbatto in un libro, come nel presente caso, dove la narrazione mi entra talmente nelle carni, che è come se il tutto si riversasse in me e... Pare follia, ma pensadoci bene, il tutto è normale, è la sensibilità che ognuno di noi ha nel nostro corredo genetico, che negli anni, con l'esperienza si arricchisce o appassisce, a seconda dei casi e che ci fa provare emozioni e stati d'animo forti e/o destabilizzanti. Ecco, appena ho iniziato questo libricino, già dalle prime pagine, era come se sentissi un fremito sotto la pelle che mi segnalasse una forte esplosione sensoriale. Un po' come quando siamo di fronte a una sciame d'api e poi è come se ce li sentissimo addosso o come quando vediamo un ferito e subito su tutto il corpo sentiamo quelle ferite che pulsano dolorose, così le parole che si susseguivano segnavano come un bisturi il mio corpo, facendomi emergere dolori qua e là, che prima non c'erano. Sarà l'empatia? L'empatia umana non è così presente nell'uomo contemporaneo, ne siamo tutti oramai consci, non perchè non esista, ma perchè siamo diventati sempre più egoisti e narcisisti. Magari nel profondo sentiamo un vuoto per qualche evento infausto, ma poi lo cacciamo via per invidia, per, appunto, egoismo. I due racconti qui raccolti, parlano di empatia repressa, almeno per come l'ho recepita io, nel senso di quel sentimento che continuiamo ad affondare sempre più lontano per non essere giudicati, in una società ormai satura di giudizi e pregiudizi. L'esistenza così diventa come una partita a poker, stai seduto lì il più fermo possibile, ti metti degli occhiali da sole per non far trasparire le tue emozioni e poi giochi/azzardi con la tua vita, fino... alla morte!
Il primo racconto "Convalescenza", l'ho trovato carino e mi ha ricordato i temi presenti nel romanzo "La vegetariana", ma a colpirmi davvero è stato il secondo racconto "Il frutto della mia donna". In questo una donna, per sfuggire al dolore e alla monotonia della vita, si trasforma lentamente in una pianta. Secondo me un tema geniale e meraviglioso, narrato molto bene, con l'alternarsi dei punti di vista del marito e della donna stessa. Mi ha colpito molto la descrizione del corpo femminile che cambia, prima riempiendosi di macchie e poi fiorendo e avendo bisogno solo di acqua. Alla fine la donna - pianta da i suoi frutti e secca. Chissà se rinascerà. Poetico e bellissimo.
Una chicca da scoprire. I due racconti rimangono nella mente del lettore, disturbanti ma allo stesso tempo confortanti. La narrazione del primo è particolare poiché viene usata la seconda persona singolare, permettendo un'immersione continua. Il secondo racconto è particolare per la trama: il lettore assiste ad una metamorfosi (in realtà una riuscitissima metafora) vista da due punti di vista diversi. Una lettura perfetta per un pomeriggio invernale, capace di risvegliare nel lettore la capacità di scavarsi dentro e empatizzare con le esigenze altrui.
From the deserving winner of the 2024 Nobel Prize in Literature for her intense poetic prose that confronts historical traumas and exposes the fragility of human life
"You tried to freeze your heart to be as cold and hard as you could."
"당신의 마음을최대한 차갑게, 더 단단하게 얼리기 위해 애썼다."
"회복하는 인간" / "Convalescence" by 한강 (Han Kang) is Volume 24 in the Asia Publishers bilingual series of Modern Korean short stories.
This story has been translated by Eugene Jeon Seung-hee, and the literary critic's afterword comes from Cho Yeon-jeong.
Han Kang recently shot to prominence in the Anglosphere as the first winner of the new form of the Man Booker International Prize with The Vegetarian (https://www.goodreads.com/review/show...), and indeed has sold 500,000 copies of the Korean original on the back of this award. Her Human Acts, was, for me (https://www.goodreads.com/review/show...) an even stronger book, so I was particularly looking forward to this.
Convalescence is a very short work, but has strong echoes of The Vegetarian, with its scarred, literally physically as well as emotionally, second person subject.
The story starts with her visiting hospital for treatment on wounds on her two ankles, both badly burned and now severely infected after an acupuncture cauterisation treatment went wrong.
"The doctor is calm and cold. It seems that he can't understand a patient who got burned five days ago and did nothing about it until the injury was infected."
It is soon clear that she was oblivious for so long to the physical symptoms of infection, due to her mental distress:
"You've already forgotten how much you liked witty jokes and how much you cared about your appearance [...] that you liked to wear bright-coloured, free-spirited clothes [...] that you always wore a faint playfulness in your downward slanting eyes."
The distress is caused by the death, only a week earlier, but after a lengthy and painful illness which she kept secret until near the end, of her elder sister. Indeed the acupuncture was necessitated by an ankle sprain caused by supporting her mother at the funeral.
Her sister was much more conventionally successful in looks, finance and marital life, yet "you couldn't understand why your sister was jealous of all your shortcomings [..] she seemed to keep her life at a distance as if shunning foul smelling food."
Their already uneasy relationship changed fundamentally when, in college, she accompanied her sister to have an abortion. Part of her sister's hurt later in life lies in not subsequently managing to have children with her husband, and her simultaneous embracing of material happiness and yet shunning it, her sister explains as "hid[ing] behind generally accepted ideas [...] a quiet shell house like a turtle or snail."
"She knew that you were the only person who would forever keep the secret from anybody, including your parents. Because she knew that you loved her with all your heart. Despite that knowledge, your sister no longer loved you after that day. She didn't want to talk to you, or even look you in the eyes. Although you tried very hard to regain her heart for a few years after, you realised one day that no effort of yours could bring back her love and you turned away from her. [...] You asked who was colder, you or your sister? [...] You tried to freeze your heart to be as cold and hard as you could."
After visiting hospital for an initial, not totally reassuring diagnosis, on her ankle she returns home despite knowing "that you have to visit your parents this weekend to comfort them. Even if you don't make any effort to comfort them, you, their remaining child, will comfort them just by being there. But you are trying not to do that. You want to be alone."
And as she returns home the story switches very effectively from the present to a future tense, as the narrator describes the physical healing process that will eventually occur but of which she is currently ignorant, with a series of:
"You don't know yet that..."
But it isn't at all clear she wants to be healed. At the end of the story, she rides her previously beloved bike despite being "afraid of remembering that joy, You're afraid of remembering that dizzying speed", but finds that in practice, the riding merely exacerbates the pain in her ankles.: "You think you'll keep riding anyway. You don't need to fear joy. You don't feel joy."
But the bike ride ends in a crash and as she lies on the ground assessing her new injuries:
"You mutter a prayer over and over again to no specific god that you may not recover from whatever you're suffering now, that the cold soil may become even colder so that your face and body are frozen hard, and that you never get up again."
Overall a powerful but too brief work, with the themes more fully developed in The Vegetarian.
Due brevi racconti che testimoniano il talento della scrittrice coreana, recente premio Nobel.
Il primo -Convalescenza- è scritto con stile inconsueto in seconda persona ed esprime il dolore sordo e costante, misto a rimorso, che la narratrice prova per il distacco dalla sorella.
“Non sai che ti girerai senza posa da una parte e dall’altra, lottando con quelle domande insistenti e brucianti: che cosa avresti dovuto fare quando decidesti di allontanarti da lei per sempre, quando non riuscisti a leggere quello che si celava dietro i suoi occhi inespressivi? Quale, quale altra strada avresti dovuto imboccare per non stupirti nel renderti conto che anche tu sei una persona spaventosamente fredda?”
Il secondo -Il frutto della mia donna- è il nucleo originario del più celebre e premiato La vegetariana. Anche in questo caso la voce narrante è quella del marito di una donna che sta visibilmente deperendo e velocemente si allontana da una relazione che la sta schiacciando e mortificando. Lasciandosi guidare dal suo istinto di separazione, e quasi per salvare la sua anima, la donna subirà una surreale metamorfosi che ricorda le storie mitologiche di Ovidio.
“Mamma, continuo a fare lo stesso sogno. Sogno di diventare alta come un pioppo. Sfondo il soffitto della veranda e anche quello del piano di sopra, del quindicesimo piano, del sedicesimo, crescendo a vista d’occhio e trapassando il cemento armato finché non supero il tetto in cima a tutto. Fiori simili a larve bianche sbocciano dalle mie estremità più alte. La mia trachea, così tesa che sembra debba scoppiare, assorbe acqua limpida; il mio petto svetta fino in cielo e mi sforzo di protendere ogni ramo. È così che scappo da questo appartamento. Ogni notte, mamma, ogni notte lo stesso sogno.”
Uno dei libri più potenti che abbia mai letto. Mi tolgo subito i dettagli importanti e noiosi su una scrittura sublime, evocativa, avvolgente e catartica. Due racconti, uno più bello e doloroso dell’altro. Nel primo la scrittrice ha il coltello dalla parte del manico e continua a infilare la lama dentro al tuo corpo tanto da non farti respirare. È un urlo agghiacciante e silenzioso come quello che si trova nel secondo racconto. Han kang dipinge un dolore talmente reale da essere assurdo, parte da una sensazione viscerale e ti trascina in un delirio di rimuginii depressivi e febbrili che esasperano sensazioni cupe e non afferrabili concretamente in questa realtà.
Quando Han Kang utilizza la seconda persona fa più male di un calcio nello stomaco.
Questo volumetto (o meglio, operazione editoriale di Adelphi...) contiene due racconti che hanno poco a che fare l'uno con l'altro: il primo, eponimo, appartiene alla piena maturità dell'autrice, tratta di un mondo interiore che va in frantumi a seguito di una perdita; il secondo è il primo embrione di quello che sarà La vegetariana.
Il primo racconto è un piccolo capolavoro di forma e contenuto: il non detto (perché indicibile) ritorna con violenza, lo stile narrativo è disgiunto e si muove tra flashback e flashforward che incarnano il collasso emotivo e mentale della protagonista.
Il secondo è anch'esso apprezzabile, ma sicuramente gli manca l'esperienza autoriale che Han avrebbe acquisito di lì a breve: è stilisticamente meno forte, più convenzionale, ma già in nuce ritroviamo le tematiche e le caratteristiche che la rendono una scrittrice enorme e riconoscibilissima.
Entrambi i testi si possono leggere su molti, moltissimi piani. Sono grata ormai di leggere qualunque cosa questa donna abbia pubblicato, e spero che - piuttosto di mettere insieme racconti a casaccio solo perché erano stati tradotti in inglese e quindi accessibili - ora che Adelphi ha (finalmente!!!) assunto una traduttrice dal coreano, potremmo vedere un giorno un compendio di tutti i suoi racconti e novelle (vai Lia Iovenitti, credo in te!).
“L'insignificanza del mio corpo mi diede la sensazione di essere fondamentalmente incapace di far parte del tessuto di questo mondo.”
“Ero infelice a casa e altrettanto infelice altrove, perciò dimmi, dove sarei dovuta andare? Non sono mai stata felice. Forse sulle mie spalle grava perennemente un'anima tormentata, che mi si aggrappa alla gola e alle membra? Il mio solo desiderio è sempre stato di scappare, un impulso basilare, il dolore che provoca un grido, il pizzico che genera un urlo. Seduta con le ginocchia premute sul petto in fondo all'autobus, con l'aria di chi non farebbe male a una mosca, per tutto il tempo desideravo spaccare il vetro con il pugno. Bramosa del sangue che sarebbe sgorgato dalla mia mano. Lo avrei leccato come un gatto beve il latte. Da che cosa cercavo di scappare, che cosa mi affliggeva al punto da farmi desiderare di fuggire all'altro capo del mondo? E che cosa mi tratteneva, impastoiandomi, paralizzandomi? Quali ceppi mi opprimevano, impedendo il salto che avrebbe rinnovato questo sangue malato?”
« Il suo peso era sceso a trentasette chili. Si è lamentata del dolore fino a quando ha perso conoscenza. “Fa male, fa male” diceva piangendo piano, come una bambina. Quando ha supplicato tuo padre: “Per fa-vore, papà, aiutami”, a lui, solitamente impassibile, tremava il mento. Tuo cognato, un uomo grande e grosso, si è girato dall'altra parte e ha pianto. Stringendole la mano nelle sue, tua madre ha sussurrato: “La mia bambina, la mia bambina”. Tu non hai potuto fare a meno di sentirti in colpa. Non hai potuto fare a meno di pensare che la tua presenza stava rovinando il suo ultimo istante di vita. Quando alla fine hai aperto la bocca tremante e hai provato a chiamarla: “Onni”,era tutto finito..»
5 ⭐️ ma se c’erano più stelle da dare le avrei date. Mamma mia che libro ragazzi! Non per niente Han Kang è stata onorata del premio Nobel per la letteratura 2024, ed io sono onorata di aver letto questo suo libro e sicuramente leggerò le altre sue opere…
"Ero infelice a casa e altrettanto infelice altrove, perciò dimmi dove sarei dovuta andare? Non sono mai stata felice."
Una scrittura ipnotica quella di Han Kang, come sempre cruda e sofferente. Vengono ripresi i tratti della società odierna, caratterizzata da un malessere interiore. Ho amato questo romanzo e in particolare il secondo racconto mi ha ricordato "La Vegetariana".
“Tua sorella non dovette chiederti nulla. Sapeva che eri la sola persona che non avrebbe mai raccontato quel segreto a nessuno, compresi i vostri genitori. Perché sapeva che le volevi molto bene. Nonostante ciò, da allora tua sorella non ti volle più bene. Non voleva parlarti, e nemmeno guardarti negli occhi. Per alcuni anni facesti di tutto per riconquistare il suo cuore, ma un giorno capisti che nessuno dei tuoi sforzi ti avrebbe restituito il suo amore e le voltasti le spalle”.
Nata nel 1970, Han Kang è figlia d'arte, suo padre era uno scrittore, così suo fratello, e lei gestisce una libreria con il figlio. Questi due racconti anticipano il contenuto dei romanzi maggiori, seguendo una pratica non rara in Corea, creare un'opera assemblando parti e elementi di lavori precedenti, dando vita a una sorta di collage adattato di diversi contenuti letterari. Le situazioni e le figure sono sempre legate alla sofferenza e al dolore: il corpo diventa la traduzione materiale del dolore interno. Nei racconti Hang Kang rivela la ricerca di un'apertura negli eventi, il manifestarsi del momento in cui scopriamo qualcosa, qualcosa che fino ad ora era rimasto un mistero. Han Kang isola le cose narrate negli spazi verbali e cerca familiarità e omogeneità con ciò che non conosce e ciò che non le appartiene. La sua scrittura si differenzia per una sorta di distanza, una lontananza dal contesto specifico che mira a un lirismo spirituale, ad una cifra incomunicabile e non fattuale, inserita nel nucleo degli eventi, di un'alienazione che ricalca l'asimmetria tra sé e la realtà. Il presente e il passato nei suoi testi si inseguono come accade dentro l'esperienza onirica, e spesso il sogno ha un valore materico e quasi di documento nel motivare la trama.
“Giorno o notte, le stelle descrivono una quieta parabola, e ogni volta che sorge il sole i sicomori lungo la strada curvano i loro corpi bramosi verso oriente. Anche il mio corpo risponde allo stesso modo. Riesci a capire? Presto, lo so, perderò anche la capacità di pensare, ma sto bene. È da tanto tempo ormai che sognavo questo, poter vivere solo di vento, sole e acqua”.
Dall’alto della mia totale totale inadeguatezza come critico letterario, penso che Han Kang sia una di quelle autrici che vengono amate e odiate allo stesso tempo. Amate per la prosa fluida, per lo stile ricercato, perché tutti i suoi personaggi si muovono fluidamente come burattini appesi a un filo. Odiata perché a ogni pagina il lettore vorrebbe mettersi a urlare contro la pagina per riscuotere questo o quel personaggio, per cambiare la storia.
In “Convalescenza” troviamo due racconti, due storie, due donne: una malata nel corpo e una malata nell’anima. Ma corpo e anima non sono mai distaccati - e così la donna con il problema alla caviglia ci trascina nel suo rapporto travagliato con la sorella, e la donna depressa ci mostra man mano i segni della malattia sul suo corpo.
In “Convalescenza” insomma troviamo due storie di malattia, due storie che ci mostrano quanto le malattie possano essere più complesse di quanto sembrerebbero a un primo sguardo - due storie che ci mostrano quanto sia importante non focalizzarci sul problema, ma guardare al problema a tutto tondo.
Un breve racconto molto potente che anticipa i temi de “la vegetariana” sviluppandoli in modo diverso. La scrittura della Kang è come sempre un balsamo fresco per la mia mente. Questo racconto secondo me parla della maternità mancata nel modo più onirico possibile e l’ho trovato veramente ben fatto. Come al solito vorrei però constatare che la carta non penso la paghi Kang, quindi qualche altra parola forse si sarebbe potuta usare…
"한강의 소설에는 언제나 아픔을 간직한 사람들이 그러 진다. 이때 그들로부터 강조되는 것은 아픔의 원인이나 그것의 치유 과정이 아니라 오로지 아픔이라는 상황 그 자체이다. 한강의 인물들은 특별한 불행을 경험했다는 이 유로 고통의 상황에 노출되는 것은 아니다. 그들은 평범 한 인간의 삶에 성공적으로 적용하지 못한 채 삶이 고통 그 자체라는 듯 가까스로 살아가고 있다."
The fieldwork to her larger works on sisterhood, death, and guilt.
Han Kang’s work never climaxes or punches, but rather creates aches and slow burns towards the demise for all of her characters. They understand life is bad, but never know what to do with all the bad or how to find the good. And so they’re forced to retreat back into memory to relearn ways of living to find some kind of footing in the present tense.
Neither good nor bad, but if you’re like me who is fascinated by her work, this is like looking at her notes to see how she formulates character and their pain and how they come about trying to resolve the issues found in her larger works.
Il disagio e la solitudine di due anime vengono raccontate in queste due brevi novelle assolutamente ipnotiche. Le difficoltà di comunicazione , il male di vivere e la delusione per la promessa di felicità dell'esistenza moderna causano una brama di annientamento nelle due protagoniste. È stato impressionante leggere il percorso di questi due corpi e due menti che si degradano o quantomeno sperano di riuscirci, fino a diventare davvero parte della Natura, l'unico Dio reale che abbiamo a disposizione concretamente e a cui anelare, forse l'unica speranza per alleviare un malessere opprimente che non lascia scampo.
me ha gustado mucho esta pequeña historia de unas pocas páginas y ojalá se traduzca (esta y otras) al español. creo que han kang gana en este formato,
se le da mejor concentrar que expandirse y es que muchas de sus novelas siento que acaban decayendo hasta casi desvanecerse. es difícil mantener ese lirismo en una historia larga, más cuando la experiencia de El Dolor (físico muchas veces, ahora que tan de moda está el "mental"), que al final es de lo que van todas sus historias, es algo tan personal y complejo
Leggere Han Kang significa liberarsi dalle consuetudini, sfuggire a ciò che rischia di soffocarci, percepire tutta l’angoscia e il disagio che il vivere in società spesso comportano. O, almeno, questo è ciò che sperimentano i suoi personaggi femminili (la protagonista del secondo racconto richiama inevitabilmente “La vegetariana”). Avendo già letto altro di suo nulla di sfolgorante.
Un bel dittico di racconti, con due protagoniste femminili che ci parlano di malessere esistenziale, di incomunicabilità nelle loro relazioni che le condurranno all'alienazione. Neanch'io riuscivo a guardare avanti. Non ne sono mai stata capace. Cercavo solo di tenere duro. Mi sforzavo di tenere duro, altrimenti mi sentivo in ansia. (da Convalescenza) Non sono mai stata felice. Forse sulle mie spalle grava perennemente un'anima tormentata, che mi si aggrappa alla gola e alle membra? Il mio solo desiderio è sempre stato di scappare, un impulso basilare, il dolore che provoca un grido, il pizzico che genera un urlo. (da Il frutto della mia donna) I corpi sono molto presenti tant'è che il disagio psicologico di queste due protagoniste si manifesta inizialmente con segni fisici [le ferite alla caviglia che non si rimarginano nel primo racconto e i lividi bluastri che si spargono su tutto il corpo nel secondo] per poi ripiegarsi sul desiderio di autoannientamento. Sottovoce preghi ripetutamente un dio, non importa quale, perché tu possa non guarire da ciò che soffri in questo istante; perché il suolo freddo possa diventare ancora più freddo, cosicché la tua faccia e il tuo corpo si giacciono completamente e tu non ti rialzi mai più.
Delicati,strazianti, fugaci come l’appassire di un petalo di ciliegio rosa, questi racconti ci narrano di elementi più umani di noi, cosicché noi ci scopriamo elementi umani di un mondo he non sappiamo e pure che senza di noi non sarebbe E questo scarto tra essere e sapere Necessità e contingenza Coscienza lucida e la sua assenza luminosa Silenzio e parola, forse, parola impossibile, parola a venire, Come ci fa sentire?
fisso il muro con gli occhi colmi di lacrime da almeno venti minuti. il secondo racconto, "il frutto della mia donna", mi ha rapito. una donna che per fuggire al dolore si trasforma in pianta, la descrizione del corpo femminile che muta è da brividi. le ultime pagine sono tra le più belle che io abbia mai letto.
«Tutta quella roba, da dove è venuta... Dov'è che sta scappando tutto?».
Due racconti di “guarigione” dove i sintomi fisici si ripercuotono su quelli psichici e viceversa, due donne che per guarire e per sopravvivere al dolore finiscono per trasformarsi