Cosa succede quando una giovane donna risponde al precariato del sistema capitalista trovando lavoro in una delle ultime realtà comuniste rimaste? In gioco ci sono la propria visione del mondo, le relazioni amorose e amicali, la ricerca di stabilità e dignità.
Attrezzata con un master in diplomazia e una precedente esperienza in Corea del Sud, in questo libro Carla Vitantonio presenta la Corea del Nord con uno sguardo inedito, che arricchisce di sfumature e sottigliezze la consueta rappresentazione del regime monolitico per eccellenza. Il suo punto di vista, fresco e ironico, incrocia due riflessioni principali: quella su un modello ideologico sopravvissuto a un’epoca scomparsa, e quella generazionale sul modello di flessibilità lavorativa che il sistema capitalista ha imposto.
Carla Vitantonio è atterrata la prima volta all’aeroporto di Pyongyang con un lavoro come insegnante di italiano, era poco più che trentenne e non sapeva che avrebbe trascorso quattro anni della sua vita in Corea del Nord, diventando nel frattempo capo missione di una Ong internazionale. La sua lettura del Paese è trasmessa attraverso esplorazioni esistenziali e relazionali, in un quotidiano ordinario e straordinario, in cui la vita stessa è un atto politico. Seguendo il ritmo delle stagioni e la ciclicità senza scampo della natura, l’autrice propone un parallelo con gli andamenti ossessivamente ripetitivi delle fasi politiche nazionali di calma e di tensione domestica e internazionale.
Qualche mese fa, prima di leggere questo libro, avevo ascoltato il podcast omonimo, che avevo amato: mi erano piaciute le storie assurde raccontate, ma soprattutto il modo di raccontarle di Vitantonio, spigliato e coinvolgente. Anche se sapevo già quali avventure avrei trovato, ho comunque apprezzato molto il romanzo. Ho apprezzato meno lo stile con cui è stato scritto, invece: ho avuto l'impressione che Vitantonio avesse cercato cercato riprodurre lo stesso stile colloquiale del podcast, che però su carta non si è tradotto molto bene, e mi ha lasciata alle volte con alcuni interrogativi. Ad ogni modo, leggerò senza dubbio 'Myanmar Swing', e sono curiosa di sapere se la mia opinione cambierà non avendo ascoltato prima alcun racconto delle avventure birmane.
Uno sguardo sul paese più misterioso del mondo scritto in maniera eccellente dall’autrice, che ha trascorso più di quattro anni in Corea del Nord per il suo lavoro per una ONG. Bello perché riesce a mettere in primo piano le contraddizioni di un paese e di un popolo di cui molti di noi vorrebbero sapere di più. Coincidenza vuole che ho finito di leggere questo libro su un treno che mi porta da Milano a Rimini, e chi ha letto o leggerà il libro capirà.
Interessante, ricco di informazioni su una zona del mondo che resiste all'omologazione, che ha tanti lati curiosi, altri disagevoli, altri incomprensibili. A tratti scanzonato, a tratti nostalgico, sincero!
In generale mi è piaciuto molto e l'ho trovato pieno di spunti interessanti. L'autrice, Carla Vitantonio, ha avuto l'opportunità di vivere in Corea del Nord per quattro anni grazie al suo lavoro di cooperante per una ONG internazionale, un'esperienza particolarissima che ci viene raccontata sottoforma di diario: un diario molto intimo, sincero, scritto con un linguaggio ironico, divertente, a tratti forse un po' troppo romanzato ma comunque piacevole. Il libro apre uno spiraglio su un paese controverso, di cui si conosce molto poco, senza però riuscire a fornire un'analisi approfondita del Paese. Come dice lei stessa:
"Niente, non ho capito niente di questo Paese. Come si amano le persone, come discutono, come si proteggono. Cosa fanno la sera dopo cena. Come fanno gli adolescenti a ribellarsi ai genitori. [...] Niente, non ho capito niente di questo piccolo mondo che resiste eroicamente contro la storia."
Il motivo è che purtroppo la segregazione (segregazione che non mi aspettavo) fra gli stranieri e la popolazione locale non permette all'autrice di immergersi totalmente nella vita coreana, di entrare realmente a contatto con le persone, quindi quello che ci viene restituito è solamente uno scorcio. Ad eccezione di alcuni momenti (come l'Arirang, o i racconti sui suoi studenti all'università) tutto rimane avvolto nel mistero.
Detto questo, quello che in realtà mi ha delusa di questo libro è che a tratti sembra un po' il resoconto di una gita scolastica: festini, amici, amori, crisi esistenziali (in questa mi ci rivedo). Avrei decisamente fatto a meno della parte sullo svago personale e avrei preferito leggere qualcosa in più sul suo lavoro come cooperante internazionale, che purtroppo viene trattato marginalmente (forse anche per questioni di riservatezza?). É un peccato, sarebbe stato molto più interessante.
Sono rimasta parecchio delusa da questa lettura perché non ci ho trovato quello che speravo. Immaginavo di potermi accostare al mondo della Corea del Nord e di venire a conoscenza di alcuni usi e costumi. Invece nel testo ho trovato ben pochi riferimenti di questo tipo, tanto che la stessa autrice riconosce, nelle ultime pagine del libro, di non aver capito nulla di questo Paese in cui ha vissuto per ben quattro anni. Onestamente mi sono sentita un po' presa in giro quando ho letto quella frase perché allora non mi spiego cosa diavolo l' abbia spinta a scrivere questo benedetto libro. Capisco che la Corea del Nord sia talmente blindata per gli stranieri che è pressoché impossibile riuscire a conoscerla anche dall'interno, ma allora non è necessario pubblicare un libro a riguardo. Tra l'altro l'autrice non spiega nemmeno bene quello che è andata a fare in Corea, altro aspetto che avrebbe potuto avere una certa rilevanza. Quindi davvero, a parte l'umorismo con cui sono descritte certe situazioni, ho trovato ben poco di apprezzabile in questo libro.
L’ho letto nella speranza di imparare qualcosa sulla Corea del Nord e in parte sono rimasta delusa; è il diario di una cooperante internazionale che ha vissuto lì per alcuni anni, ma gli stranieri sono tenuti come in un mondo a parte, hanno i loro quartieri e vivono fra di loro, non frequentano la popolazione locale e dal libro si apprende davvero poco, e in modo confuso, su come davvero sia la popolazione coreana.
Piacevole ed onesto, proprio come mi è sembrata l'autrice, conosciuta alla fiera "testo" di qualche giorno fa a Firenze. Attenzione: NON HO DETTO "divertente"....
E nulla, questa quarantena continua a stuzzicare la mia curiosità sul Paese più blindato del mondo ma con scarsa soddisfazione.
In questo caso la delusione arriva da questa cooperante ONG ora di stanza a Cuba, atterrata a Pyongyang con un lavoro temporaneo come insegnante di italiano e poi rimasta per ben quattro anni.
Una bella penna, per carità, ma che racconta di gioie e dolore del mondo delle cooperazioni internazionali più che della vita nel socialismo estremo: insomma tanta, per me troppa politica a fronte di una narrazione del quotidiano scarna e un po’ fumosa. Molto più ricchi, intriganti e coinvolgenti altri reportage sia italiani che americani già letti o visti online. Qui sono arrivata faticosamente alla fine a suon di sbadigli. E in tempi di reclusione forzata...ma anche no:(
Ci si sente protagonisti della folle idea della scrittrice di passare tutto quel tempo in un paese totalmente sconosciuto (forse ai miei occhi, adesso un po' meno) e ostile. Alla scoperta di un piccolo mondo pieno di regole che nessuno, nemmeno chi ci ha vissuto 4 anni e ha raccontato così bene la sua esperienza, può conoscere davvero.
La folle, ignara, buia, grigia, maniacale Corea del Nord.
E fino a qui è stato facile. Ora dovrei spiegare perché lo è (per me) e mi accorgo di non avere gli strumenti tecnici per saperlo fare. Con molta presunzione mi addentro in questo accidentato percorso.
Non so nulla di Antonio, ma la Carla che ho conosciuto attraverso il libro rende onore alla prima parte del suo cognome. Mi si rappresenta come una giovane donna vitale, coriacea, curiosa, insomma piena di vita. Una persona complessa e interessante. Probabilmente lontana da me astemio, non fumatore neanche di tabacchi leciti, monogamo e incapace di pensare di dormire in una casa della quale non abbia pagato il mutuo (ma forse, come vedremo oltre, il fascino sta anche nella diversità). Ma tutto questo non sarebbe sufficiente se Carla Vitantonio avesse scritto un libro noioso.
Cosa che non è: non ho trovato momenti di stanchezza ne mi sono annoiato pagina dopo pagina leggendo questo bellissimo diario del suo periodo di lavoro e di vita in Corea del Nord. La tensione, sincera e ironica, è stata sempre mantenuta lungo tutta la narrazione. Tirando una linea retta di attenzione e interesse soddisfacente, le pagine si pongono, con una linea sinusoidale, a volte sotto e molto più spesso sopra lungo tutto il libro.
Non so se si possa definire un diario intimo (ma Carla osa molto nello svelarsi), sicuramente appare sincero ( e sono convinto lo sia) e ne traiamo due benefici, del primo ho già detto, il secondo si rivela nel suo raccontarci la Corea del Nord.
No, meglio: nel raccontarci i Coreani del Nord.
Devo fare un inciso e ammettere un atteggiamento non onorevole. Io guardo su you tube e su facebook pagine e video prodotti dalla Corea del Nord e non posso negare di guardare con una atteggiamento che dobbiamo chiamare con il suo nome, di superiorità, tutte quelle persone schierate che battono freneticamente le mani, cercando di apparire più entusiaste del vicino, o piangono apparendo le più addolorate, o marciano simmetriche come automi. E mi dico, che fortuna di essere Europeo. Intendiamoci, mi “segno con i gomiti” per essere Europeo. Ma ciascuna di quelle persone è una persona singola, inimitabile, non riproducibile. Anche se deve fare quei gesti per sopravvivere. Cosa c'è dietro quella maschera che le viene imposta. Questo io leggo, e di questo ringrazio, Carla Vitantonio. Il racconto delle persone. E anche se lei nelle ultime pagine scrive: “Niente, non ho capito niente di questo Paese. Come si amano le persone, come discutono, come si proteggono. Cosa fanno la sera dopo cena. Come fanno gli adolescenti a ribellarsi ai genitori. Cosa sognano le ragazze assopite negli autobus cadenti, con la testa appoggiata al finestrino e le camicette sempre pulite. Dove trovano i soldi per comprare le borsette piene di brillantini e le scarpe dai tacchi vertiginosi. Dove vanno le signore rugose e ingobbite con i sacchi (pieni di cosa?) riciclati dagli aiuti umanitari degli anni 90 – e conclude il paragrafo – Niente, non ho capito niente di questo piccolo mondo che resiste eroicamente contro la storia”
Che stupenda frase, alla quale credo poco (dopo aver letto il libro). Io scrivo su un evitabile blog i miei diari di viaggio. Sono purtroppo diari da turista e non da viaggiatore, ma l'ho pomposamente chiamato “Grattando il ghiaccio per cercare terra fertile” che vuole dire, in modo inutilmente criptico, che vorrei guardare i posti dove viaggio con un occhio più attento del turista che scivola sul ghiaccio nei pochi giorni di permanenza. Ecco credo che Carla, lo dico sapendo di fare involontaria ironia leggendo alcune sue pagine sugli inverni a Pyongyang, abbia abbondantemente grattato il ghiaccio. Perché credo poco alla sua affermazione delle ultime pagine. Devo riprendere una pagina molto anteriore, forse la più bella del libro (a mio avviso): (sta salutando i suoi allievi)” Me li guardo tutti, me le guardo tutte. All'improvviso mi rendo conto di quanto siano diversi, Myong ama Vasco Rossi e andare in palestra, e fa sempre i compiti in fretta. Han grande ha una immaginazione che la porterebbe a scrivere storie di mondi fantastici, se solo sapesse che è possibile (drammatica questa affermazione, mia nota), e ha sempre freddo. Cho è la più elegante di tutte, sempre e comunque, e quando si concentra per cercare i verbi strizza gli occhi. Ri è il più entusiasta e impazzisce per i computer, vince tornei su torne alle gare universitarie. So invece di fare i compiti va in trattoria, e a volte copia. Pang copia sempre, ma ha doti di grande organizzatrice e una voce meravigliosa. Kim è la campionessa di sport dell'università, dipinge, colora e fa tutte le attività del mondo, salvo non portane a termine nemmeno una.” E così via, non voglio togliere tutto il piacere di leggere questa pagina. E poco dopo scrive “ E quello che spero che i vostri sogni diventino i vostri progetti di vita” che detto in Nord Corea non è una frase banale. Se confrontiamo questa pagina con quanto ho scritto all'inizio sul mio approccio, si capisce perché questo libro mi ha conquistato.
Attenzione, Carla Vitantonio non nasconde nulla della realtà, solo che il suo sguardo è più vicino e più a livello del suolo. Vede la Nord Corea dalla altezza dei suoi occhi, e registra (con acutezza e senza sconti) avendo la possibilità non di valutare dallo schermo del proprio computer ma con tutti e cinque i sensi (vibrazione del terreno comprese). Mi sembra che abbia ben chiaro i criteri di valutazione, quindi non fa sconti, però senza pregiudizio. Questo perché come dicevo guarda i cittadini più che il sistema (con cui si scontra, dovendo anche adeguarsi, più volte).
C'è anche, nel suo libro, il fascino di orizzonti molto più ampi del mio, che nel campo lavorativo è orientato sulla tratta Trezzo – Bergamo. La scelta quasi improbabile la porta in una realtà internazionale fatta di relazioni con persone che arrivano da tutti i paesi del mondo. Verso la fine del libro dice di aver fatto un paio di settimane di vacanze in Cambogia, dove a un certo punto decide di fare un giro al sud in moto con un amico. Per me che per organizzare un viaggio devo avere mille certezze, alberghi o b&b prenotati dall'Italia, tutti!, voli acquistati con mesi di anticipo tanto da essere i primi a scegliere i posti, tutto ciò rappresenta (ormai alla mia età) più un rimpianto che una possibilità.
Ci sarebbero tante altre cose da scrivere di questo bel libro. Una piccola nota, un particolare che probabilmente noto io collezionista di targhe che potrebbe sfuggire ai più, quando scrive dell'ultima gita a Hamhung e dice che (rispetto a Pyogyang che sta cambiando) “ Hamhung sono pure le vecchissime Skoda che circolano sulla strada principale, TARGHE A CINQUE CIFRE come a Pyongyang non se ne vedono più da anni”. Il mio cuore da targofilo ha avuto un sobbalzo. Penso che le targhe della Corea del Nord siano vicino a quelle del Vaticano come valore per un collezionista.
Non so se ho colto il senso (o uno dei sensi ) di questo libro. Per me, che vorrei visitare la Corea del Nord ma che la visiterò da turista che scivola sul ghiaccio, questa lettura è stata un'ottima guida per cercare di aprire meglio gli occhi se mai percorrerò le strade di quel Paese.
Interessante ma fino ad un certo punto. Non è il mio primo libro nonfiction sulla Corea del Nord, ma purtroppo stavolta le mie aspettative sono rimaste deluse. Ero molto intrigata dalla possibilità di leggere una testimonianza dal punto di vista di una persona italiana che ha vissuto a Pyongyang per più di 4 anni, peccato che è sembrato che all’autrice interessasse di più condividere con noi i suoi intrallazzi con gli altri expat piuttosto che un resoconto più dettagliato della sua esperienza con i nord coreani. La prima metà del libro è più interessante della seconda, secondo me è mancata una spiegazione più approfondita di ciò che ha potuto vedere con i suoi occhi. Faccio un esempio: nel capitolo dove parla della sua visita di capodanno al mausoleo parla solo del fatto che all’interno del mausoleo faccia freddo e del suo coreano personale che si inchina mentre lei non lo fa. That’s it. Così come il Juche, nominato mille volte ma mai davvero spiegato. Cosa rimane ad una persona con zero conoscenze su questo paese? Capisco che l’intento del libro non fosse quello di essere un libro di storia sulla Corea del Nord, però mi aspettavo un racconto più contestualizzato.
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Edifici color pastello, strade ghiacciate e -10 gradi, uomini in uniforme, odore di kimchi, celebrazioni militari, il blu dell'Oceano. Un mondo incomprensibile ai nostri occhi, che rimane tale dopo anni di vita e di incontri. Per quanto estranei ed emarginati, anche in Corea del Nord il tempo scorre ed è possibile innamorarsi.
Carla Vitantonio racconta la sua Corea, sfatando miti e lasciando (molti) interrogativi. Con sarcasmo, irriverenza e fanciullaggine, rappresenta la vita diplomatica di ambasciatori/rappresentati ONG alle prese con continue mancanze d'acqua corrente ed elettricità, paranoie esistenziali, feste semi-clandestine e parate militari.
Ironico, intenso, interessante. Mi è piaciuto veramente tanto. Un resoconto divertente e appassionato degli anni vissuti in Corea del Nord da Carla Vitantonio. Molto bello, consigliato.
Lettura consigliata! Il libro è spumeggiante e a tratti ironico ma riesce a rendere perfettamente l’esperienza di straniera in Corea del Nord. Ricco di contraddizioni, molto interessante e con uno stile chiaro ed intrigante
Se si potesse, valuterei questo libro 3,5 Lavoro anch'io nella cooperazione internazionale, ho visitato la Corea del Nord e vissuto a lungo in Cina, pertanto l'argomento che il libro anticipava mi interessa tantissimo. Lo stile di scrittura è molto piacevole, spigliato, preciso, scorrevole. L'osservatrice è attenta ed arguta, onesta con se stessa e con i lettori, preparata e stimolante negli interrogativi che pone. Nel suo insieme, il libro è risultato di facile lettura. Ciò detto, mi è parso un pò un'opportunità sprecata: avrei fatto volentieri a meno del racconto di tanti momenti personali di svago e di eccessi (v. avventure sessuali, descrizioni di viaggi fuori Corea) - che ho trovato poco o niente inerenti al vero tema del libro - e apprezzato più "insights" nel mondo della cooperazione internazionale in Corea del Nord, nella vita di tutti i giorni con i colleghi quotidiani, nella misura in cui valutazioni di sicurezza e confidenzialità lo consentono e nella consapevolezza delle limitazioni che il vivere e lavorare lì comporta. Proprio per queste limitazioni, per le peculiarità del contesto nord-coreano, per la rara opportunità di visitare e, ancor più, lavorare nel Paese, tanto più per un lungo periodo di tempo come quello che vi ha speso l'autrice, credo che la sua esperienza rappresenti una perla rara. Perla che, a mio modo di vedere, il testo ha in parte disatteso, depistando l'argomento spesso sul racconto di aspetti poco rilevanti e tralasciandone altri più pertinenti e toccati solo en passant. Magari un'occasione per una seconda parte?
Era da un po’ che volevo sapere qualcosa in più della Corea del Nord. Un Paese diverso forse da ogni altro al mondo, che fino a pochissimo tempo fa era riuscito a isolarsi quasi completamente, soprattutto dalle nazioni capitaliste, e di conseguenza anche in larga parte dal progresso. Per questo motivo risulta a noi osservatori esterni come un mondo di difficile comprensione, e questo libro ha dalla sua il fatto che è scritto da un’italiana che ha vissuto a Pyongyang, e quindi ci offre una decodificazione della Corea del Nord dal punto di vista di qualcuno che fa parte della nostra stessa cultura. Ma ben presto nel libro emerge il fatto che la Corea del Nord è talmente isolazionista da sforzarsi il più possibile per tenere i propri cittadini lontani dai pochi stranieri presenti nel Paese, e quindi molti aspetti della vita dei locali rimangono incomprensibili anche per l’autrice. Perciò l’argomento principale di questo libro è cosa significa essere stranieri in Corea del Nord, e non ci si dovrebbe aspettare invece un’immersione nella vita locale, che probabilmente era ciò che inizialmente mi aspettavo. Rimane in ogni caso un resoconto molto interessante che ci permette di sbirciare un po’ in uno dei Paesi più chiusi al mondo. Un aspetto che sicuramente avrei voluto vedere più approfondito è quello del lavoro dell’autrice come cooperante per una ONG. Poche parole vengono spese su questo argomento, e penso che un approfondimento sarebbe stato molto interessante.
Alla scoperta di uno dei paesi più oscuri del mondo, capace di mantenere la quasi totale segretezza sul proprio conto attraverso una politica di controllo totale di tutto ciò che avviene entro i suoi confini. Pyongyang Blues è il resoconto in prima persona di una trentacinquenne italiana che ha trascorso quattro anni (dal 2012 al 2016) in Corea del Nord, lavorando inizialmente come insegnante di italiano e poi all’interno di una ONG. La prima metà del libro è interessantissima, a tratti ironica e irriverente: traspare il fatto che l’autrice non scrive di professione, ma lo stile è perfettamente in linea con l’idea della personalità della scrittrice che il lettore si fa leggendo queste pagine. La seconda parte - vuoi per la ‘mancanza’ di novità, vuoi per un approccio più personale che non di esplorazione della realtà circostante, ormai ben nota alla scrivente - mi è parsa meno scorrevole e a volte inutilmente lunga, ma tirando le somme si tratta di un libro diverso dal solito che apre almeno uno spiraglio su una realtà misconosciuta e spesso fraintesa. Pyongyang Blues è un libro che consiglio vivamente di leggere non solo agli appassionati del discorso politico o dell’Asia in generale, ma a tutti coloro che (come me) non sapevano nulla sulla realtà coreana e sono pronti a rispolverare la curiosità da sotto la cappa di non detti che riguarda la Corea del Nord.
Mi sono emozionata, ho riso e ho provato un sentimento di nostalgia nel ripensare ai miei 7 anni vissuti in una terra lontana, non la Corea del Nord ma la Cina. Stesse sensazioni descritte da Carla: stesso dispiacere (che inevitabilmente sfocia poi in semi-indifferenza) all’ennesimo addio quotidiano ad amici che se ne andavano, stessa frustrazione nel non essere capita, ma anche stesso senso di fascinazione verso un popolo così diverso dal mio. Io ho vissuto a Pechino, Carla a Pyongyang ma ho capito esattamente ciò che ha voluto esprimere. Bellissimo racconto, sincero, autentico dei suoi 4 anni di vita in Corea del Nord. Davvero consigliato.
Di "Myanmar Swing" ve ne ho parlato qualche mese fa e dopo il soggiorno di Carla Vitantonio in Birmania non potevo non recuperare anche quello che ha scritto riguardo alla sua permanenza in Corea del Nord: eccoci quindi al blues del titolo, un beat malinconico ma capace di potenti emozioni.
Di potenti emozioni ne sono rimasta priva, forse perché lo stile di questo libro me lo aspettavo diverso (ho scoperto successivamente che le vicende qui raccontate erano state un podcast quindi forse non ho apprezzato la trasposizione), perché dall'esperienza di "Myanmar Swing" sono uscita molto più arricchita.
Nonostante questo, è stato interessante scoprire la Corea del Nord dall'ottica di un'italiana che vi è arrivata quasi per caso, come insegnante, e poi ha deciso di rimanerci, entrando un'ONG che poi l'avrebbe portata in Birmania e successivamente a Cuba. Ma il mondo che traspare è molto ovattato, quello di una prigione dorata in cui gli stranieri sono rinchiusi, tenuti lontani dalla "vita vera", ma non dai blackout e la mancanza di acqua calda.
Lo stile della Vitantonio è il plus aggiunto: ironico e spumeggiante, onesto sulle sue esperienze, che avrei preferito più inerenti alle sue interazioni con i coreani. Ma, ripeto, è anche colpa delle false aspettative che riponevo sopra questo libro, e aspetto ora il libro dedicato alle sue avventure cubane.
Letto con il gruppo Libri dal mondo. Le parti sulla vita quotidiana in Corea del Nord sono interessanti anche se non ben dettagliate mentre le parti legate alla vita dell'autrice sono decisamente noiose quando non fastidiose. L'impressione è che poteva essere un ottimo libro e invece è un'occasione sprecata a causa dei limiti dell'autrice. Conclusa la lettura si ha voglia di leggere Pyongyang.
Read with the group Libri dal mondo. Interesting the parts about everyday life in the North Korea, even if not very detailed but very boring and sometimes even annoying the parts about the author's life . The impression is that it could have been a great book but it's a wasted opportunity caused by the author's limits. When the book is over you want to read Pyongyang.
Che dire di questo libro, che si può leggere per scoprire come sia davvero vivere in North Korea ma anche per farlo sorridendo. Ci sono modi e modi di raccontare uno dei luoghi meno conosciuti al mondo, senza negare l'orrore, ma fissando l'attenzione su una quotidianità estranea al nostro modo di vivere. Come ha fatto scuola a suo tempo Guy Delisle, Carla Vitantonio, con il suo Pyongyang Blues aggiunge un nuovo tassello per capire un mondo lontano che sta cambiando, anche se non con quella linearità evolutiva che noi riconosciamo come normalità. Bellissimo, questo è uno dei libri che rileggerei milioni di volte
" ... Era reale, il pericolo? O era tutto calcolato? Non lo saprò mai. Ma è bellissimo sentirsi sopravvissuti. ... " Il racconto somiglia molto ad un diario personale in cui sono annotate frustrazioni, ansie, aspettative, paure, momenti lieti e altri di pura paranoia degli anni trascorsi nel più improbabile dei luoghi di questo pianeta la Corea del Nord. Viene raccontato molto dell'autrice ma mi pare poco della realtà coreana al di là degli "stereotipi" più comuni, e come come afferma l'autrice verso la fine del libro "Niente, non ho capito niente di questo Paese..." ma forse ciò era poi così semplice.
È un memoir ben scritto, intimo e interessante. Dopo averlo letto sono ancora più convinta di non voler andare a Rimini nord come turista, ma anche che la Rimini nord della Vitantonio è diversa dalla Rimini nord di chiunque altro. A pagina 272 dice quanto si sia resa conto di non aver capito nulla di quel paese nonostante averci vissuto per più di 4 anni. Questo è assolutamente quello che io penso dopo più di 10 anni trascorsi in un paese del sud-est asiatico: più ci vivo, meno ci capisco. Beati quelli che fanno i turisti per una settimana e hanno tutte e risposte!
(Ascoltato in audiolibro) Questo testo, scritto come se fosse un diario, è paragonabile ad uno sguardo lanciato attraverso lo spioncino di una porta chiusa dietro la quale esiste un mondo intero! Carla Vitantonio racconta della sua esperienza lavorativa e di vita in Corea del Nord raccontando un paese che per sua natura resta ai più misterioso e sconosciuto! Lo fa in chiave ironica e colloquiale ma senza esclusione di colpi e per questo è quasi impossibile smettere di ascoltare il libro! È un ottimo modo per avvicinarsi e scoprire qualcosa su di un paese così misterioso e alienante!
Libro interessante per avere un punto di vista specifico sulla Corea del Nord. L'autrice non si avventura in analisi politiche e sociali, ma osserva e descrive quasi solo le proprie esperienze. Sicuramente molto di ciò che sia davvero la Corea del Nord non emerge, visto che gli stranieri sono tenuti lontani da molti aspetti della vita nordcoreana. Si ha comunque la percezione di un mondo diverso.
Interessante visione della Corea del Nord vista con gli occhi di un’Italiana che ha vissuto lì 4 anni. Non aspettatevi una guida o un saggio, ma un diario di bordo personale sulla vita di una straniera nel paese più chiuso del mondo. Un punto di partenza leggero che fa venir voglia di approfondire la conoscenza di questo regime che lascia trapelare ben poco all’esterno.