Credo di aver comprato questo libro per far “buon peso” in qualche mercatino dei libri usati, con un’offerta tipo “3 libri 5 euro”. Sapevo giusto che Barenboim è un pianista e direttore d’orchestra, forse ho anche qualche suo disco, ma niente di più; e mi immaginavo di trovare il classico libro di memorie ed episodi di vita vissuta, magari conditi da qualche pettegolezzo, utile per passare qualche quarto d’ora piacevole e poco altro, tipo ad esempio quello di Salvatore Accardo che ho letto e recensito tempo fa.
Invece ho trovato un libro estremamente interessante nelle varie tematiche che affronta, sostanzialmente due: la musica e, inaspettatamente, la situazione arabo-israeliana. Perché Barenboim è ebreo e cittadino israeliano di vecchia data (originario dell’Argentina), della musica parla sempre con profondità e competenza, tracciando parallelismi mai banali, affrontando con profondità ma anche piglio divulgativo i suoi aspetti formali e materiali, nonché fisici. Si parla tra gli altri di Bach, Beethoven, Mozart, Bartok, Stravinsky.
La stessa profondità e competenza, l’autore la pone per parlare della situazione arabo-israeliana. Premesso che questo libro fu pubblicato nel 2007, quindi in un periodo in cui le cose in Medio Oriente cominciavano a deteriorarsi ma non erano ancora precipitate nella follia attuale, la posizione di Barenboim, altamente condivisibile, è che tra i due popoli non ci dovrebbe essere nessuna separazione formale, non ci si dovrebbe aspettare di fare uno stato apposta per i palestinesi in un regime di tolleranza e sopportazione reciproca, ma si dovrebbe creare un unico stato che vada oltre le distinzioni religiose e tuteli e rispetti i diritti di tutti; uno stato, soprattutto, costituzionalmente laico. In questo senso Barenboim sottolinea varie volte la sua amicizia col noto intellettuale palestinese Edward Said - lo stesso che Fiamma Nirenstein, in “Israele siamo noi”, il suo libro che difendeva Israele con tale isteria da finire per rendergli un pessimo servizio, definiva mi pare “insopportabile” senza manco spiegare perché - ed è stato il fondatore, assieme a lui, della West-Eastern Divan Orchestra (nome ispirato a un’opera di Goethe), una formazione orchestrale orientata appunto a far convivere musicisti delle due parti e a far concerti ovunque nel mondo ma soprattutto al di qua e al di là del confine tra Israele e West Bank. Parlando di questa, parla anche della storia di due musicisti palestinesi, uno originario della West Bank e l’altro invece arabo israeliano, della loro esperienza e di quanto sia stato importante per loro la musica e farla in quel contesto a dir poco bizzarro.
Due cose, solo, ho trovato curiose. I grandi attestati di stima di Barenboim per Pierre Boulez, che, al di là delle sue qualità musicali (comunque come direttore d’orchestra lo conosco poco, come compositore, con tutta la buona volontà, lo trovo quasi inascoltabile), per aver letto suoi scritti, aver letto di lui in varie fonti (soprattutto “Il resto è rumore” di Alex Ross) e averlo visto nei documentari di Luciano Berio “C’è musica e musica” mi è sempre sembrato sostanzialmente un pallone gonfiato dall’ego ipertrofico. Poi la critica verso la prassi filologica delle esecuzioni musicali, che Barenboim ritiene siano un modo di “ingessare” la musica viva e trasformarla in qualcosa di mummificato, di museale. E’ un grande errore di prospettiva, perché, al di là di tutte le libertà del mondo musicale contemporaneo (trascrizioni per altri strumenti, parafrasi jazz e quant’altro, talvolta di altissima qualità) anche l’ambito della prassi filologica più convinta offre molte libertà esecutive, anzi deve farlo dato che spesso la notazione è molto più limitata e succinta di quella del periodo romantico e contemporaneo.
Comunque un libro di grande interesse, in entrambe le tematiche di cui si occupa.