(Un commento per due) Ho letto «Amiche per la pelle» subito dopo aver finito di leggere Scontro di civiltà per un ascensore in piazza Vittorio -, e devo dire che non è stato un caso. I punti in comune sono molti, a partire dalla casa editrice. Entrambi aprono una finestra sul problema dell'immigrazione, entrambi sono scritti in lingua italiana da due autori stranieri - algerino il primo, indiana la seconda - entrambi si svolgono quasi interamente in un condominio - a Roma l'uno, a Trieste l'altro - entrambi offrono uno spaccato della nostra bella Italia da un punto di vista diverso - quello di chi ha scelto (o subìto) di espatriare -, da entrambi è stato realizzato un film. I risultati però sono differenti, opposti direi.
Il romanzo di Amara Lakhous è più politico, più sociale, quello di Laila Wadia più intimista, il primo quasi grottesco nella sua esasperazione di difetti e inciviltà tipiche italiane (anzi peggio, romane!) il secondo forse più favola e buoni sentimenti, alla volemose bene direi, se non fosse ambientato a Trieste. 'Tutti per uno', potrebbe essere il motto di «Amiche per la pelle», in cui quattro donne, una cinese, una indiana, una albanese e una bosniaca, che vivono tutte nello stesso condominio di una immaginaria Via Ungaretti nel centro storico di Trieste, si trovano unite nello studio di una lingua ostile a tutte, ma l'unica che gli consente di comunicare tra loro e di combattere contro i pregiudizi, la burocrazia, e un'improvvisa ordinanza di sfratto. È un romanzo pieno di poesia, in tutti i sensi, dal nome dalla via dedicata a Ungaretti, dalla città di Saba, dai momenti di condivisione di usanze e abitudini che vengono da lontano tra le quattro donne e le loro famiglie, e da una bella storia nella storia che non voglio svelare. È una favola, ma alcune volte sognare è bello, e non fa male.
…'e uno per tutti!', invece, quello di «Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio». Che poi sarebbe Amedeo, 'quell'uno', uno degli inquilini di un palazzo di Piazza Vittorio, quartiere di Roma dove, si sa, il rapporto di abitanti tra italiani e stranieri (meglio, extra-comunitari) è di uno a tanti. Nel condominio in questione si discute per tutto, ascensore incluso. Anzi, è proprio all'interno dell'ascensore che viene trovato il cadavere di un tipaccio soprannominato il Gladiatore, omicidio del quale, perché di omicidio si tratta, viene accusato proprio Amedeo, che è scomparso. Ma chi Amedeo? Anzi, Amede', come lo chiama la maggior parte dei coinquilini, quello che ha sempre una parola o un gesto di aiuto per tutti quanti? Impossibile. Uno alla volta i suoi coinquilini, pakistani, algerini, peruviani, persino la portiera napoletana, con il loro italiano stentato e colorito, raccontano al lettore 'il loro Amedeo', e insieme al ritratto del sospetto assassino, del protagonista assente, del quale però leggiamo i pensieri in un ipotetico diario personale che mischia dati e avvenimenti costringendo il lettore a ricostruire la storia come se fosse un puzzle, l'autore ci regala anche un ritratto di Roma e, ahimè, dei romani, vista dagli extra-comunitari. Non se ne esce tanto bene, lo dico da romana, forse c'è un po' di esasperazione, ma è come quando al semaforo ti guardi nello specchietto retrovisore e la luce del giorno ti mostra tutti i difetti. E tu non hai le pinzette con te. Ci sono, non c'è niente da fare, magari non sei proprio così becero e arrogante, magari non si vede sempre che sei così intollerante, magari la luce non è sempre così accecante, ma molto spesso sei proprio così. Intollerante, e velatamente razzista. Insomma Roma, un altro pasticciaccio brutto, questa volta a Piazza Vittorio.
In entrambi i romanzi, infine, c'è un colpo di scena che arriva da lontano, e forse questa poesia di Ungaretti li riunisce idealmente, perché c'è una bella differenza, com'è scritto da uno dei due autori, tra espatriare per scelta e farlo perché non c'è altra via di uscita, c'è proprio una bella differenza. E se tornassimo a leggere John Fante, tanto per ricordarci come ce la passavamo noi, emigranti d'Oltreoceano? O nelle miniere in Belgio? O nella verde Svizzera?
In Memoria (Locvizza il 30 settembre 1916)
Si chiamava Moammed Sceab Discendente di emiri di nomadi suicida perché non aveva più Patria Amò la Francia e mutò nome Fu Marcel ma non era Francese e non sapeva più vivere nella tenda dei suoi dove si ascolta la cantilena del Corano gustando un caffè E non sapeva sciogliere il canto del suo abbandono L’ho accompagnato insieme alla padrona dell’albergo dove abitavamo a Parigi dal numero 5 della rue des Carmes appassito vicolo in discesa. Riposa nel camposanto d’Ivry sobborgo che pare sempre in una giornata di una decomposta fiera E forse io solo so ancora che visse
Bella, questa letteratura dei nuovi italiani. Mi ricorda Amara Lakhous, ma probabilmente solo perché è il primo esponente di letteratura migrante che ho letto. In un palazzo triestino che ha visto tempi migliori vivono 4 famiglie straniere insieme al signor Rosso, unico italiano. Cina, India, Albania e Serbia si incontrano in via Ungaretti 25 e, complici le lezioni di italiano, la convivenza procede piuttosto bene. Sì, c'è un ostacolo e il solito deus ex machina che risolverà l'impasse, ma la cosa bella è appunto leggere di questi nuovi cittadini che si barcamenano tra la terra d'origine e quella d'acquisizione.
Immigrati in Italia. Anzi no, a Trieste. Che, per alcuni triestini del libro, non è proprio Italia. Storie di ogni latitudine, sofferenza atroci passate e culture differenti. Fanno i conti con l'integrazione in Italia, l'amicizia, la solidarietà, la comunità femminile. E poi gli imprevisti, i lutti. il lavoro, la loro condizione terribile di ABUSIVI. Ma alla fine ce la fanno, la loro strampalata ed improbabile comunità vince sulle tempeste della vita. Happy End con sorpresa. Brava!
E’ un libro carino sul tema dell’integrazione. Protagoniste della storia sono quattro donne immigrate, con le rispettive famiglie: una indiana, una bosniaca, un’albanese e una cinese. Vivono a Trieste, nello stesso stabile e stanno per ricevere l’avviso di sfratto. Una storia semplice di amicizia al femminile, scritta con ironia e con prosa leggera, ma non priva di implicazioni socio-culturali. Si legge in fretta e fa sorridere.
Scritto in modo semplice ma accattivante. È interessante che sia una immigrata che scrive la sua storia descrivendoci con i suoi criteri, la sua sensibilità, sottolineando come si sentono accolti come sia presente la discriminazione ed il razzismo.
Ambientato in un vecchio palazzo di Trieste, questo romanzo racconta con ironia e tenerezza la convivenza non sempre facile fra quattro famiglie di immigrati di origine indiana, cinese, albanese e bosniaca e un anziano signore triestino brontolone e di simpatie fasciste. Ma non tutti i personaggi sono come sembrano a prima vista, e la minaccia di uno sfratto arriva come una spada di Damocle a cambiare le carte in tavola. Le vere protagoniste del libro sono le quattro donne che cercano di costruire un'amicizia superando le barriere linguistiche e culturali, riuscendo a creare una unione a volte faticosa ma anche liberatoria.
Ricordo chiaramente che lessi questo romanzo per errore: di base ero intenzionata a prendere "Slumber party" in biblioteca (che nella traduzione italiana è stato riportato in "Amiche per la pelle"). Fatto sta che, dopo un po' di confusione iniziale (avendo notato che non corrispondeva affatto alla trama del libro che avevo in mente di prendere in prestito in origine), mi piacque non poco: breve, ma di una sensibilità senza paragoni.
Apprezzabile il tentativo di scriverlo in italiano da parte di un'autrice indiana, però sinceramente lo stile non mi è piaciuto. Troppo semplice, troppo lineare ed elementare. E questo ha fatto passare in secondo piano una storiella se vogliamo comunque graziosa e apprezzabile.
Un bell romanzo -- l'ho letto per una classe --, è una carissima storia di quattro donne immigrate vivendo a Trieste e la loro esperienza come una straniera. Bellissima!