Cinquant’anni fa o quasi, nel 1968, veniva pubblicato un famoso articolo di Messner dal titolo “L’assassinio dell’impossibile” in cui l’alpinista sudtirolese attaccava la piega che stava prendendo l’arrampicata perché stava diventando sempre più artificiale e sempre meno libera (la summa è stata raggiunta dal compressore portato da Cesare Maestri sul Cerro Torre) ed in questo modo si andavano perdendo valori per lui molto importanti, primo tra tutti la valutazione del proprio limite (e quindi la valutazione della sicurezza di sé) ed in secondo luogo, con l’abbattimento degli ostacoli, viene a perdersi quel fattore della “scoperta” che accomunava una ricerca del proprio limite alla lettura della parete per vedere di capire se si trattava di qualcosa di fattibile e alla propria portata e quindi una scoperta anche geografica e molto avventurosa.
Luca Calvi e Sandro Filippini, due ben note firme della letteratura dell’alpinismo, curano questa interessantissima raccolta di opinioni in merito al dibattito lanciato mezzo secolo scorso dal grandissimo Reinhold, ponendo a tanti grandi alpinisti contemporanei la semplice domanda: è una domanda ancora attuale?
La struttura esemplare del volume è costituita da una parte iniziale in cui lo stesso Messner spiega che cosa voglia dire per lui, oggi come allora, l’”impossibile” e di cosa esso significasse agli albori dell’arrampicata e quindi spiegando nel concreto cosa sia andato praticamente irrimediabilmente perso oggi, e poi una seconda parte in cui si susseguono brevi articoli scritti di proprio pugno dai grandi alpinisti di cui sopra (Simone Moro, Manolo, Hervé Barmasse, Alex Honnold, Adam Ondra giusto per citarne una manciata) in cui dicono la loro sull’argomento. Quello che ho enormemente apprezzato, oltre al lavoro in toto, veramente ben fatto, è stata la breve biografia che ha preceduto il contributo di ogni alpinista, con quella manciata di dati biografici, nonché dello specifico curriculum alpinistico, utilissima per permettere al lettore che magari non conosce proprio tutti, di orientarsi bene in questo mondo di atleti che è sempre vario e in costante movimento (chi è famoso oggi, magari domani cade nel dimenticatoio, oppure è nel frattempo già morto, come Hansjörg Auer e David Lama travolti insieme da una valanga solo l’anno successivo la pubblicazione di questo libro) e di capire un po’ meglio chi è chi. Tutte riflessioni molto valide (certo chi più, chi meno) ma che mi hanno stimolato a pormi la stessa domanda: è ancora valido il j’accuse di Messner di cinquant’anni fa?
Mettendo insieme tutti i pezzi, credo che alle volte si siano confusi “impossibile” con “avventura” e che non sia ancora del tutto chiara la differenza tra arrampicata “indoor” e “outdoor”.
Partiamo dai primi due. A mio parere, per quel che ho colto, l’”impossibile” di Messner e di tanti che hanno scalato al suo tempo e di tutti quelli che hanno praticato l’alpinismo prima di lui, corrisponde soprattutto ad un concetto di “avventura”, nel senso di addentrarsi in un “terreno ignoto” sia dal punto di vista concreto che metaforico. Sono convinta anch’io che sia stato davvero speciale scalare in montagna in quel modo, ovvero facendone un’avventura, allo stesso modo penso che oggi questo non sembra essere più un valore prioritario: tanto è già stato scalato, è vero, ma volendo c’è ancora tanto, tantissimo da scalare ma non sembra esserci una vera e propria ricerca in questo senso anche se ciò non dipende dall’uso di mezzi artificiali che aiutano nella scalata - forse per una questione di costi: il non ancora scalato interessante di oggi è lontano.
Per quello che concerne invece l’arrampicata in sé e per sé, ho letto di tanti (bravissimi) climber che deplorano l’aspetto competitivo che ha assunto questa disciplina negli ultimi anni, aspetto che deriva indiscutibilmente dal successo delle palestre indoor dove non si contempla (per sua stessa essenza) necessariamente anche lo sbocco outdoor, ovvero quello della scalata in parete o in falesia (dove, a titolo meramente personale, sebbene la via non è più da scoprire, è però bellissimo sentire l’odore della pietra, delle foglie, sentire il vento addosso e vedere orizzonti lontani e dove le prese non sono più segnate coi colori ma nel buchetto in cui metti il dito accarezzando la pietra per cercare la presa, magari c’è un ragno o una lumac)a. Credo, nel mio piccolo, che l’indoor e l’outdoor, altrimenti detto l’arrampicata sportiva e arrampicata libera, siano due settori che si stiano definendo sempre di più, di cui il primo può essere una buona base per il secondo; sebbene ciascuna disciplina può esistere anche senza l’altra, sarebbe auspicabile usare la prima (l’indoor) per poi andare fuori su roccia. I climbers intervistati hanno ragione quando dicono che la differenza tra la sportiva (indoor) e la libera (outdoor) è proprio nell’approccio ma non sono d’accordo col timore che l’indoor con le sue gare o con le olimpiadi, possa cancellare la vera anima dell’arrampicata. L’indoor inoltre permette anche a tanti ragazzi giovanissimi (l’età dei climber oggi parte dai ragazzini delle elementari) e che magari non abitano vicino alle montagne, di poter comunque godere di una disciplina che è comunque affascinante e che propone valori di conoscenza di sé molto formativi.
Un libro che mi è piaciuto moltissimo: ben fatto, come dicevo prima, intelligente, istruttivo e che stimola la riflessione. Un libro cui sono sempre tornata volentieri, quando dovevo interromperlo.