In una incantevole Trieste fine Ottocento, vivificata dall'aria mitteleuropea e dalla bora dell'irredentismo, si muovono, aggraziate, e come consapevoli di un loro tragico destino, le quattro sorelle Wieselberger. Appartengono a una della buona società: la madre è una tranquilla signora, che si divide tra la casa di città, odorosa di cera e di pulito, e la grande casa di campagna, con giardino, orto e vigna; il padre è uno stimato musicista, che dirige con autorità affettuosa sia la famiglia che l'orchestra dei "dilettanti filarmonici". Narrando la loro storia, che è poi quella della sua ramificatissima famiglia, Fausta Cialente racconta mezzo secolo di storia. Integrando la memoria con la fantasia e cogliendo i nessi espliciti e sotterranei tra vita privata e pubblica, tra individuo e storia, «Le quattro ragazze Wieselberger», vincitore del Premio Strega nel 1976, porta a compiuta maturità umana ed espressiva l'attività di scrittrice svolta dalla Cialente nell'arco di quarant'anni e realizza il senso, più segreto e vero, della sua vocazione artistica.
Fausta Terni Cialente was an Italian novelist, journalist and political activist. She is a recipient of the Strega Prize.
Cialente's first novel Natalia, completed in 1927, treated the lesbian relationship of an unhappily married woman. It was published in Rome in 1930 and won the Dieci Savi Prize. When the initial print run of 3000 copies had been sold, her publisher wanted to print more copies but the censors in the Fascist regime asked for two sections of the book to be revised. Cialente refused and the book was not reprinted but in 1932 a French translation was published in France. In 1930 her short story "Marianna" was published in the literary magazine L'Italia Letteraria which was edited by Giambattista Angioletti. From 1940 she wrote antifascist pamphlets and made daily broadcasts from Radio Cairo against the Fascist regime in Italy. In 1947 she returned to Italy, living there until moving to England in 1984.
Della Cialente mi pare di aver letto qualcosa alle scuole medie ma non ne ho più memoria… Ora invece scopro questo premio Strega che è un racconto autobiografico ma non solo: è anche storico, storiografico, sociologico e un poco anche politico. Attraverso i ricordi personali si vede uno scorcio d’Italia lungo un secolo, il pubblico e il privato vengono raccontati con un perfetto equilibrio e con un’ottima scrittura, anche le guerre sono raccontate in maniera tanto più lucida in quanto concisa. La parte storica è assolutamente pacata e obiettiva, la parte autobiografica contiene la giusta dose di nostalgia - per le antiche atmosfere, le antiche dimore, per i luoghi e le persone da cui l’autrice discende - ma senza mai eccedere nel sentimentalismo, ed in entrambi i casi non vengono lesinate le critiche né alle persone specifiche del parentado, né in generale alla classe sociale che essi rappresentano. Fulcro del racconto sono le quattro ragazze di cui al titolo, ovvero la madre e le zie della Cialente, ma protagonista assoluta è Trieste, splendida città che viene descritta con una squisita atmosfera fin du siécle, terra di confine e città cosmopolita, con i suoi paesaggi, i suoi pregi, i difetti e le contraddizioni. Ottima lettura, ottimo premio strega.
Questo libro mi ha entusiasmato da principio e poi invece mi ha deluso. Mi ha entusiasmato per il bellissimo ritratto che fa della Trieste di fine Ottocento, per il ritratto affettuoso e malinconico della famiglia Wieselberger e del loro spavaldo, irriducibile irredentismo. Nella prima parte questa autobiografia, oltre a ritrarre la stessa Trieste descritta da Zeno e per la quale sento dunque una specie di nostalgia impossibile eppure intensa (impossibile perché non ho mai vissuto a Trieste: ma i lettori appassionati possono capirmi), ricorda certi tratti di Lessico familiare, autobiografia pubblicata giusto dieci anni prima e che la Cialente non poteva non conoscere. In parte perché nell’uno e nell’altro ricorrono le stesse espressioni triestine; e poi per quell’amore per le storie di famiglia, certi episodi e certe frasi che diventano nel tempo leggendarie. Il confronto è inevitabile. Ma anche senza considerare le opposte idee politiche, la somiglianza si ferma qui, perché Lessico familiare è scritto con un linguaggio nuovo, inedito, unico e originale, uno stile inventato dalla Ginzburg e straordinariamente vivo e autentico, semplice e vero come nessun altro: la poesia della verità. Mentre questo della Cialente è scritto in modo normale, corretto e piacevole ma senza carattere. Nella seconda parte, quando lei stessa diventa adulta e protagonista, mi diventa insoppportabile. La prima guerra, la disfatta, il fascismo, la seconda guerra: lei aveva capito tutto, aveva sempre indovinato cosa sarebbe poi successo, e ogni volta lo sottolinea: pensai questo, intuii quello, e quanto ho avuto ragione! Inoltre, tranne che per la morte tragica di un carissimo familiare, la sua è quel tipo di vita così bella, così felice, così fortunata, così perfetta, che secondo me chi l’ha vissuta dovrebbe tenersela, con pudore, per sé.
Bel libro più che su una famiglia su una serie di donne del secolo scorso...
Nonostante l'irredentismo appassionato che potrebbe farle credere se non rivoluzionarie almeno ribelli, sono due prudenti signore borghesi che accettano l'ordine e i limiti della loro classe e nonostante le tristi esperienze si preparano a educare i figli - le femmine sopratutto - alle rinunce e ai sacrifici.
Quando siamo messi di fronte a un tempio e invitati ad ammirarne l'architettura [intanto nulla ci è sembrato più bello del San Marco a Venezia], che il tempio dove la gente usa raccogliersi a pregare - e questo almeno lo sappiamo - sia cattolico o ortodosso, sia una sinagoga o una moschea, sono per noi dettagli puramente formali; fuggevolmente ricordiamo d'aver ammirato, o meglio che ci è stato suggerito di ammirare una certa pala d'altare, un mosaico, una cupola orientale, un campanile romanico; e San Giusto, emblema di Trieste, che poi tanto ci affliggerà nelle canzonette della prima guerra mondiale, fa parte dello scenario ormai fisso della nostra infanzia; non è bello come San Marco, ma fatalmente lo amiamo di più). - lo stesso noi!!!
"pur non essendo uscite da una famiglia religiosa e osservante hanno certamente più volte ringraziato la sorte, se non un dio, per quell'averle arricchite d'una simile sanità morale, d'un tale desiderio di pienezza di vita. Non si sono accorte in tempo che tutto ciò era la sognante immagine d'un mondo inesistente, e quando hanno scoperto che la vita andava presa com'è, in amore, in politica, in musica perfino, hanno dovuto scoprire una parte dell'amara realtà, e solamente una parte: tutto il resto - il peggio - dovrà ancora venire."
"Ma quel che i mutamenti e le sorprese svegliavano subito in noi era il desiderio istintivo di scoprire il nuovo e paragonarlo a quel che già avevamo conosciuto, ed erano questi inevitabili confronti a suscitare i nostri irriverenti pensieri bambineschi."
Muoiono le persone, le cose, e muoiono anche i ricordi;
Fui dunque precocemente iniziata all'idea che una donna può essere, o meglio ancora può rendersi indipendente, ma lo straordinario stava nel fatto che quel coraggioso esempio mi venisse proprio dalla borghese quasi ricca che mia madre era stata in gioventù, in una società e in un tempo eminentemente borghesi, quando l'andar contro corrente e l'osare affermarsi era quasi uno scandalo. Difatti, mentre dalla sua famiglia fu subito approvata (ma era la stessa famiglia che non aveva ostacolato la sua carriera artistica)
l'odio contro qualsiasi forma di nazionalismo o razzismo ("'sti maledeti s'ciavi, 'sti maledeti austriacanti, 'sti maledeti ebrei"), contro ogni sopraffazione, quindi; in più avevo già imparato (e gli anni a venire me l'avrebbero confermato) che i primi a pagare e ad essere travolti sono sempre i poveri, le guerre sembrano inventate per loro, giacché è la miseria che meglio insegna a resistere e a durare.
La Resistenza era stata, certo, una bellissima pagina che qualche speranza aveva suscitato in tutti noi, e col nostro giornale l'avevamo esaltata il più possibile; ma era una pagina soltanto, e per di più era stata condotta da una minoranza, proprio come da una minoranza era stato fatto il nostro Risorgimento su cui ancora oggi si discute, illuminandone gli angolini. Le pagine che in seguito si sarebbero lentamente voltate sotto i miei occhi durante anni, non ebbero proprio nulla che potesse esaltarmi o confortarmi;
Nondimeno, quando dopo la sosta a Damasco l'aereo volò un po' più basso sul deserto e vidi i miserabili accampamenti dei rifugiati dalla Palestina, quelli della prima guerra con Israele, ebbi un moto d'indignazione che forse meravigliò i miei compagni di viaggio. Che cosa il mondo occidentale e il mondo arabo potevano aspettarsi, mi chiedevo, da una massa così turpemente abbandonata, dai giovani e dai bambini che crescevano in quelle condizioni, senza casa né patria, il cuore già pieno d'un giusto risentimento contro la pelosa e ambigua carità di cui erano l'oggetto. La loro collera si sarebbe presto trasformata in odio e in un irresistibile desiderio di vendetta. Ne avevo spesso parlato con mio marito, ch'era sempre stato antisionista. «Creare un altro nazionalismo?» l'avevo sentito dire molto prima di quegli avvenimenti. «Non ce ne sono già abbastanza? Non ci hanno portato sufficientemente scalogna? Se almeno fondassero uno stato davvero democratico e moderno, cioè tollerante! Ma con i quattrini dei ricchi ebrei statunitensi, il fior della reazione, che si guarderebbero bene, loro! dal venir a vivere in Israele, faranno esattamente il contrario, vuoi scommetterlo?» Non avrei potuto scommettere proprio nulla, io, ma guardando dall'alto quelle misere tendopoli dovevo ripensare alle sue parole, a tutte le complicazioni che l'ingiustizia e la sopraffazione avrebbero generato negli anni a venire, da tutte le parti, e le mie previsioni erano rosee addirittura, a confronto di quel che avremmo veduto poi.
Romanzo autobiografico, vincitore del Premio Strega nel 1976, inizia raccontando la vita serena ed ovattata di quattro sorelle appartenenti ad una famiglia irredentista della media borghesia triestina, verso la fine del diciannovesimo secolo. Con un linguaggio lieve e aggraziato ma appassionato, ci accompagna lungo la storia della sua famiglia attraverso la Grande Guerra, il ventennio fascista, la seconda guerra mondiale e il dopoguerra. Fausta Cialente condusse una vita senza radici, caratterizzata da continui trasferimenti da una città all’altra. Il matrimonio la portò a vivere a lungo in Egitto, da dove condusse una fervida attività intellettuale e di propaganda antifascista attraverso una radio “pirata”, Radio Cairo. Visse anche in Kuwait e infine in Inghilterra, dove morì. È considerata una delle più importanti intellettuali del dopoguerra, anche se decisamente caduta in oblio negli ultimi anni. Questo romanzo, fuori stampa da tempo e che avevo comprato usato su un banchetto, è stato ripubblicato, con grande tempestività credo, da La Nave di Teseo proprio in questi giorni. Lettura consigliata, ci ho trovato riflessioni molto attuali purtroppo, scritte con un garbo a cui non siamo più abituati.
Onestamente ho pensato a lungo a come descrivere questo libro, a chi poterlo consigliare. È un memoir ma è anche un romanzo autobiografico, passa dalla terza persona alla prima.
Ci porta dalla Trieste di fine Ottocento, l'odore del mare portato dal vento sui balconi, il walzer e le orchestre, il mercato nella piazza con le montagne di ciliege e susine del Carso, allo sfarzo di Alessandria d'Egitto degli anni trenta, le fragoline nelle coppe di champagne, la multietnicità, il fervore culturale. Per concludersi sulle finissime spiagge del Kuwait. Fausta Cialente ci racconta più di settant'anni di Storia Italiana, ripercorrendo le vicende di quattro generazioni della sua famiglia.
Ma dietro l'idilliaca eleganza decandente dell'impero austro-ungarico, si nasconde l'irridentismo, il razzismo verso gli sloveni, l'ipocrisia della "società bene" borghese, ben poco fornita di lungimiranza. Dietro lo sfavillio dei calici in Egitto si nasconde il razzismo dei colonizzatori, mentre nella non troppo lontana "patria" si compiono le nefandezze del fascismo. Verso tutto ciò non manca di scagliarsi la Cialente, usando l'arma che maneggia con maggiore abilità: la parola.
Lo consiglierei ai cuori impavidi e agli animi nomadi, a chi non si ferma alle apparenze e non si lascia sfuggire i dettagli. A chi riesce a sfogliare l'album delle fotografie, lasciandosi cullare appena dalla malinconia dei ricordi, ma con lo sguardo sempre rivolto al futuro, a una nuova avventura, a nuovi lidi.
É il primo libro di Fausta Cialente che leggo e l'ultimo romanzo autobiografico composto da questa scrittrice che scopro avere origini aquilane (la mia città). É una bella scrittura la sua, capace di restituire al lettore immagini vivide e reali di un tempo lontano, capace di intrecciare e riconnettere una storia intima e personale, quella familiare delle quattro sorelle Wisielberger, a una più generale storia dell'umanità, travolta dai fatti e dagli eventi disastrosi dell'epoca, i primi decenni del Novecento. Potenti, piene d'amore le pagine (soprattutto quelle finali) dedicate al fratello Renato; piene di tenerezza quelle dedicate alla madre Elsa; piene di memoria quelle dedicate al ricordo di persone scomparse e amate (il cugino Fabio), mai conosciute se non attraverso i racconti familiari (la bella Adele, una delle quattro sorelle Wisielberger). Il racconto itinerante di una storia tutta personale che prende avvio dalla Trieste dell'infanzia per passare poi a Firenze, Roma, Milano fino ad Alessandria d'Egitto e giungere poi in Kuwait, negli anni della piena maturità della scrittrice quando "non restava adesso che tendere le braccia verso un orribile vuoto. Della mia famiglia, intendo quella della mia infanzia, non rimaneva più nessuno, alle mie spalle stava solamente la massa frusciante dei ricordi -vana consolazione- fra i quali cercavo di suscitare i meno tristi. [...] Avevo fatto il mio dovere, mi dicevo, li avevo amati tutti, e pianti fino all'ultimo, altro non mi restava che seguire, adesso ch'ero veramente sola, il più naturale dei miei impulsi, la fuga: andarmene, partire." Consiglio di leggerlo a cuor leggero.
In questo libro autobiografico, meritatissimo vincitore del Premio Strega, l'autrice racconta la storia della sua famiglia, parlandoci del nonno musicofilo, della dissoluzione dell'Impero, dell'irredentismo, del razzismo verso gli sloveni, delle sorelle Wieselberger, di sua madre Elsa. La prima parte vede le quattro ragazze crescere in una incantevole Trieste mitteleuropea ed irredentista, anche se già un po' decadente, visto che la prima guerra mondiale incombe. Comunque Alice, Alba, Adele ed Elsa vivono agiatamente in un ambiente culturale vivace, con un padre stimato musicista ed una tranquilla madre borghese.
La seconda parte è molto più intima e narra le vite, i destini, e le perdite dolorose dei suoi cari. Qui Cialente ricorda il "dolce vivere" dei suoi anni ad Alessandria d'Egitto, il difficile rapporto con tutto quello che sta succedendo in Italia, il razzismo degli europei, la sua esperienza a Radio Cairo. In queste pagine più personali il racconto della morte della madre, tenuta fra le braccia fino alla fine, è particolarmente commovente. Così come lo è l'accettazione della fine: Avevo fatto il mio dovere, mi dicevo, li avevo amati tutti, e pianti fino all'ultimo, altro non mi restava che seguire, adesso ch'ero veramente sola, il più naturale dei miei impulsi, la fuga: andarmene, partire. E infatti, seguendo la figlia, se ne andrà in Kuwait.
Memoir commovente che intreccia la storia d'Italia con quella della sua famiglia. Mi sono appassionata a tutti i personaggi, perchè Cialente è riuscita a renderli tutti vividi e reali. Insomma, un bellissimo libro, delicato ed intenso, di una autrice assolutamente da (ri)scoprire come scrittrice e come donna militante e antifascista.
PS: molto interessante la Prefazione di Melania M. Mazzucco, che presenta l'autrice e la sua vita, decisamente tormentata. E, dove, tra le altre cose, si legge che "Cortile a Cleopatra è indiscutibilmente il più bel romanzo italiano degli anni Trenta". Dovrò leggerlo.
Il titolo è fuorviante, le “quattro ragazze” saranno solo personaggi di passaggio, figure che ruotano attorno alla protagonista che racconta la sua vita. M’è dispiaciuto proprio questo, c’era poco delle ragazze e di Trieste, poca cura nel raccontare la loro vita. Poteva essere un’interessante autobiografia, e lo è, ma l’autrice riduce gli eventi a profezie e il racconto s’incaglia, non fluisce, muore fra le pagine di storia e il marcato orientamento politico della protagonista. Di fatto, si salvano poche pagine.
Le quattro ragazze Wieselberger è stata una piacevolissima lettura. Il libro è suddiviso in quattro parti, che corrispondono a quattro fasi della vita dell'autrice (la prima in realtà è antecedente alla sua nascita, ma comunque significativa). Dunque, si tratta di una vera e proprio autobiografia, che attraversa quasi un secolo.
La prima parte l'ho trovata un po' lenta ma successivamente il racconto si riprende benissimo. Lo stile di Cialente mi ha rapita totalmente e il momento della lettura era per me attesissimo. Mi hanno fatta emozionare molto le descrizioni della guerra, della sofferenza inevitabile che causava, così come le descrizioni dell'intimità familiare, dei rapporti difficili tra padre e figlie, e di quelli inscindibili tra madri e figlie. Sono convinta che meriti una lettura solo per la visione con cui si conclude, da brividi. È indubbiamente il miglior Strega che io abbia letto finora, dopo L'isola di Arturo.
Le quattro ragazze Wieselberger del titolo sono quattro ragazze nate da una famiglia borghese triestina sul finire del diciannovesimo secolo, ma non sono le vere protagoniste di questo libro. A farla da padrona è la storia del tumultuoso periodo storico che va dal alla fine della seconda guerra mondiale - anche se poi il racconto si prolunga ancora negli anni successivi, ma solo in modo affrettato. Cialiente, con una prosa molto asciutta, racconta come la Storia d'Italia si mescola e influenza la storia della sua famiglia e di lei stessa, che nella seconda parte del romanzo diventa voce narrante in prima persona. La sua famiglia d'origine è una famiglia di appassionati musicisti e artisti, borghese e piuttosto benestante, atea e politicamente schierata contro il governo austriaco che all'epoca governa Trieste. È in questo contesto che vengono al mondo le quattro sorelle del titolo e una di loro, la più giovane, sarà la madre dell'autrice. Sono molti i dolori e le vicissitudini che attraversano e stravolgono i membri di questa famiglia, che si troveranno a dover fronteggiare un'epoca di immani cambiamenti sociopolitici. Ma in questo turbine di avvenimenti sono le donne di famiglia a formare il nucleo che rimane inscalfibile, esse reggono sulle loro spalle il peso di mantenere unita la famiglia, di sobbarcarsi il dolore dei lutti senza soccombere, di affrontare le traversie rimanendo salde. L'unica criticità che mi sento di sottolineare è lo scollamento tra la parte del romanzo scritta in terza persona da quella scritta in prima persona, che crea un po' di confusione e rende meno coesa la narrazione; è però una quisquilia di fronte alla bellezza di questo romanzo, che merita assolutamente di essere letto.
Romanzo ben scritto, una saga famigliare che scorre tra la fine dell'ottocento fino alla seconda guerra mondiale ed alla metà degli anni '50. Fausta Cialente, narra le vicissitudini della famiglia (benesatante) Wieselberger attraverso mezzo secolo di storia italiana, facendone un'acuta analisi storico politica. Vengono descritte le quattro sorelle, ciascuna con le proprie caratteristiche fisiche e psicologiche e delle loro scelte di vita. Attraverso le vicende della famiglia racconta la vita in una Trieste di fine ottocento passando dall'irredentismo alla prima guerra mondiale per giungre infine ai totalitarismi della seconda. Le vicende narrate sono quelle accadute alla sua famiglia (non sempre idilliache) e la voce narrante è proprio quella della giovane Fausta che attraverso i racconti dei suoi avi ci descrive minuziosamente (integrando memoria e fantasia) il tutto. Il romanzo ha un buon ritmo narrativo e delle descrizioni esaustive ad esempio della guerra di trincea, ma anche dell'importanza della musica per l'intera famiglia, infatti il capostipite Gustavo Adolfo W. era un direttore d'orchestra, compositore profondamente legato alla musica. Toccante è la storia del pianoforte che "segue" la famiglia nei numerosi traslochi avvenuti. Nella parte finale del racconto, troviamo la descrizone Kuwait, dove si trasferisce alla fine la famiglia, bellissima anche dal punto di vista naturalistico. Ho trovato travolgenti sopratutto le ultime pagine e ne consiglio la lettura. Le quattro ragazze Wieselberger ha ottenuto il premio strega nel 1976. La mia valutazione finale è di *** 1/2
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Buona parte della storia si svolge a Trieste: i luoghi, gli ambienti, la gente triestini sono descritti con grande maestria dall'autrice. Le pagine migliori del libro sono, secondo me, quelle in cui si respira l'aria triestina, sia dei luoghi culturali e quotidiani, che della politica. A tratti Trieste diventa la protagonista della narrazione. Cialente è riuscita a far risaltare il carattere sia degli ambienti che della mentalità di una città ricca e vivace, con un'impronta mitteleuropea ma con lo sguardo rivolto al mare, che si sentiva costretta in una patria, l'Impero austro-ungarico, che non tutti sentivano propria. La storia dall'800 in avanti di Trieste è unica: ha conosciuto l'irredentismo, la vicinanza con Fiume, le lotte con la vicina Jugoslavia, l'orrore delle foibe, l'unico campo di concentramento italiano con forno crematorio della Risiera di San Saba. Molto bene esplicitate anche le condizioni femminili dell'epoca e i loro orizzonti: matrimonio, non sempre felice, o cura dei genitori anziani. Ma alla fine si intravede che qualcosa sta cambiando e che il ruolo della donna diventerà sempre più indipendente. I figli, con quello che ne consegue, rimangono però al centro di tutto. Il libro è piacevole e i personaggi (alcuni sono veramente delineati in modo incisivo, come il padre della protagonista) sono descritti bene e anche se scritto negli anni settanta mantiene la freschezza e l'interesse per la storia narrata.
Autobiografico e molto interessante dal punto di vista storico. Il periodo è quello di entrambe le guerre mondiali. Mi è piaciuto in parte. All'inizio è un po' arruffato e confusionario. La parte centrale mi è piaciuta molto e difatto l'ho divorata. Interessante e allo stesso modo triste leggere come nasce e si alimenta l'odio etnico. E come poi questo sfocia in una guerra mondiale Il finale, a parere mio, è un po' debole e scade quasi nel patetico. Nel complesso comunque rimane un bel romanzo.
Son 4 estrellas por la forma tranquila, sencilla y bien estructurada del texto; por una lectura amena y fluida; y por las descripciones muy completas de costumbres, tradiciones y lugares. La descripción de Triste y de su gente es bellissima. Sin embargo, en la segunda parte, aunque amé la parte histórica y geopolítica, no aprecié tanto la visión de la narradora cuando decía que ya sabía que así iba a ser, que ya lo intuía..." Habría preferido continuar más con las hermanas Weiselberger y no con los nietos.
Bellissimo memoir dinuna grande scrittrice quasi dimenticata. Qui racconta la storia della parte triestina della famiglia, quella da parte di madre. E si attraversa un secolo di Storia del nostro Paese attraverso la storia di una famiglia: dall'irredentismo al fascismo, dal colonialismo al fascismo e alle delusioni del dopo guerra. C'è anche una parte dedicata al conflitto israelo-palestinese che è oro.
Piacevole e raffinata la prima parte, in cui si parla effettivamente delle ragazze Wieselberger, e di Trieste. Mi è piaciuta meno la seconda, nella quale il narratore prende il sopravvento in modo diverso e divaga molto in direzione a mio avviso poco interessante. Sarebbe stato un libro bellissimo se l'attenzione si fosse mantenuta su quelle signorine di un'altra epoca, così eleganti, immerse in una atmosfera di musica e irridentismo.
Difficile inizio, ostica la lettura della prima parte, con un italiano antico e poco armonía tra descrizione e avenimienti. Dalla seconda parte in poi la scrittura in prima persona il cambio di stile e il convolgimento delle scrittrice si fa molto più armonioso e riesce a commuovere. Difficile capire il perché di questo titolo, ma interessante e bella lettura di come la Storia condiziona le storie di vita comuni!
Santo cielo, lessi una recensione ottima su Alias, e l’introduzione entusiastica della Mazzucco (non ho mai letto la Mazzucco, e ora mi insospettisce). Ma non scrive bene la Cialente, è ordinaria e molto piatta. Gran monotonia. Mah.. [mollato a 50 pagine dalla fine]
La prosa non è eccezionale (la punteggiatura!), ma la passione è tanta e comunicata benissimo, e inoltre sono interessante le riflessioni sull'interventismo nella prima guerra mondiale, sul nazionalismo, la delusione, il ruolo della borghesia e l'avvicinamento al fascismo.
Very good french translation by Soula Aghion.Lovely descriptions of Trieste and Italian seaside and Egypt...with the backdrop of the first and second world war...
Premio strega ma comunque tanto impegnativo, avrei preferito un romanzo in stile Austen, però la Cialente era molto impegnata politicamente e di conseguenza ha fatto uscire un romanzo storico
Trieste asburgica, Trieste e i suoi luoghi iconici e immutati con il passare del tempo. Sempre cara è la sua immagine, un po’ storiografico il racconto.
Tre stelle solo per la prima parte del libro, quella che mi aspettavo dal titolo, e cioe' la vita nella Trieste asburgica delle quattro sorelle Wieselberger e poi il susseguirsi degli avvenimenti sempre riguardo le quattro sorelle ed i loro genitori ( il padre e' un musicista). La seconda parte vede invece la Cialente come protagonista, e qui la narrazione diventa irritante e quasi insopportabile, e la famiglia diventa solo uno sfondo. Speravo di trovare le atmosfere asburgiche di fine impero, ma anche la narrazione e' fredda e per niente evocativa. Grande delusione.
Libro che ho usato per la mia tesi di laurea, i primi capitoli mi sembravano quelli di un libro di storia, ma poi ogni frase, ogni concetto ha iniziato a uscire fuori con una forza e una chiarezza spaventosa. La Cialente ha davvero usato le parole giuste al momento giusto che ancora oggi sono perfettamente attuali in un mondo dove ci siamo evoluti, ma le tradizioni e i modi antichi di pensare e di vedere le donne sono ancora fortemente radicati. Un libro che consiglierei di leggere a chiunque perché mostra cosa le donne della sua famiglia (e in generale del tempo) dovevano subire. Vi consiglio di fare un confronto con Piccole Donne della Alcott che anche se scritto circa 100 anni prima, richiama le stesse tematiche e permette un ottimo confronto.