"The Stones Cry Out is startlingly good as literature. It is also an important addition to a thin historical record.... Her account of the revolutionary rhetoric, set against the reality of what the revolutionaries were actually doing, is as macabre as any of the descriptions of bodies." --The Wall Street Journal
"This is a powerful and compelling story of terror, struggle and death sprinkled with moments of tenderness, written by a woman who writes not of politics but only of what she experienced." --New York Times Book Review
In 1975, Molyda Szymusiak (her adoptive name), the daughter of a high Cambodian official, was twelve years old and leading a relatively peaceful life in Phnom Penh. Suddenly, on April 17, Khmer Rouge radicals seized the capital and drove all its inhabitants into the countryside. The chaos that followed has been widely publicized, most notably in the movie The Killing Fields. Murderous brutality coupled with raging famine caused the death of more than two million people, nearly a third of the population. This powerful memoir documents the horror Cambodians experienced in daily life.
A Phnom Penh il museo del genocidio è allestito a Tuol Sleng, un carcere, dove sono state uccise circa 20.000 persone: ne sono sopravvissute solo sette, tutti erano condannati a morte.
Molyda Szymusiak, autrice di questo libro, è la stessa Peuw, la bambina cambogiana di dodici anni che nel 1975 con tutta la sua famiglia, padre, madre, quattro fratelli, nonna, zii, cugini, (famiglia borghese, il padre e lo zio erano alti funzionari ministeriali), all’arrivo dei Khmer rossi in città (Phnom Penh, capitale della Cambogia), è costretta a lasciare casa e viene deportata nelle campagne.
Bambini soldato: i Khmer Rossi entrano a Phnom Penh il 17 aprile 1975. Meno di due settimane dopo Saigon viene conquistata dai Viet Cong insieme al Fronte di Liberazione Nazionale.
Comincia, per lei, la sua famiglia, e buona parte della popolazione della Cambogia, un’esistenza di fame, di fatica estenuante, di scarse condizioni igieniche, di terrore: nei campi, di villaggio in villaggio, nelle foreste, obbligati a lavorare nelle risaie, a patire la fame, il freddo, privazioni di ogni genere (l’episodio della madre che mangia il cadavere del suo bambino morto – i condannati a morte lasciati a marcire nel fango, e anche questi a un certo punto spariscono perché i prigionieri se li mangiano di nascosto – le condanne a morte eseguite a colpi di zappa sulla testa…) Peuw fu l’unica della sua famiglia a sopravvivere, insieme a tre cugini, riuscendo a scappare per approdare in salvo in Francia. Lo zio di Peuw, alto funzionario, parente del principe Sihanuk, viene denunciato come “traditore dell’Angkar” e torturato fino alla morte. Prima di lui, per malattie e/o per fame, sono morti gli altri membri della famiglia.
I campi della morte.
Non molti riuscirono a sopravvivere ai campi di Pol Pot: furono assassinati o morirono per fame e stenti tre milioni e mezzo di cambogiani, un terzo della popolazione. I khmer rossi uccidono per nulla. Si muore per un pugno di riso sottratto alle cucine comuni, per una pentola, per una parola pronunciata distrattamente, per aver colto un frutto o inseguito una gallina, per aver versato qualche lagrima, per essere stati sorpresi inginocchiati a pregare…
Nel racconto di Molyda-Peuw niente descrizioni letterarie, e commenti all’osso: solo il ricordo di una bambina a contatto con il vero orrore, la fame e la schiavitù di ogni giorno in una nazione che venne trasformata in un enorme campo di concentramento recintato dai suoi stessi confini. Quando Peuw, a quel punto adolescente, riuscì a tirarsi fuori da l'inferno e a entrare nella famiglia di adozione in Francia, si chiuse nel silenzio e rimase come muta per tre anni. Poi riuscirono a farla parlare, raccontare.
Sam Waterston e Haing S.Ngor, i protagonisti del film “The Killing Fields-Urla del silenzio”, di Roland Joffé, 1984. Nel cast anche John Malkovich, Julian Sands, Craig T.Nelson. Vinse tre premi Oscar (per il miglior attore non protagonista, per la fotografia e per il montaggio). Ngor fu effettivamente internato nei campi di Pol Pot per quattro anni, dovette nascondere di essere istruito (laura in medicina, era un ginecologo) e perfino di portare gli occhiali. Naturalizzato statunitense, fu assassinato nel febbraio del 1996, a 56 anni, da una gang che gli rubò il Rolex d’oro.
Il 9 dicembre 1948 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite adotta, con la risoluzione 260 A (III), la “Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio” che, all'articolo II, definisce: Per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l'intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale: • uccisione di membri del gruppo; • lesioni gravi all'integrità fisica o mentale di membri del gruppo; • il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; • misure miranti a impedire nascite all'interno del gruppo; • trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro. »
Haing S.Ngor in un’altra immagine dal film “The Killing Fields-Urla del silenzio”, di Roland Joffé.
Il titolo originale è forse più adatto, più “bello” (?) Le pierres crieront.
Leggendo i Sommersi e i Salvati di Primo Levi ho trovato questa frase:
"Non ho tendenza a perdonare, non ho mai perdonato nessuno dei loro nemici di allora, né mi sento di perdonare i loro imitatori in Algeria, in Vietnam, in Unione Sovietica, in Cile, in Argentina, in Cambogia, in Sud-Africa, perché non conosco atti umani che possano cancellare una colpa; chiedo giustizia,, ma non sono capace, personalmente, di fare a pugni né di rendere il colpo."
e riflettendo sul fatto che non sia bastato un Olocausto per impedire che se ne siano compiuti altri anche recentemente, mi interrogavo sulla mia ignoranza su molti di questi accadimenti, a dir la verità con una sorta di pigrizia/senso di colpa.
Durante un giro al mercato della mia città, ho gettato un’ occhiata alla bancarella dei libri usati come sono solita fare e ho trovato questo. Era lì come se mi stesse aspettando. Il titolo non tragga in inganno per il fatto che contiene la parola “racconto” accanto a “bambina”. L’orrore aumenta perché sono accostate al periodo storico 1975/80 e al paese la cui popolazione venne distrutta da Pol Pot, la Cambogia.
Niente descrizioni letterarie, niente commenti. Solo il ricordo di una bambina a contatto con il vero orrore, la fame e la schiavitù di ogni giorno in una nazione che venne trasformata in un enorme campo di concentramento recintato dai suoi stessi confini. Il racconto è stato redatto dalla stessa Peuw (oggi Molyda Szymusiak) con l’aiuto dei genitori adottivi francesi quando lasciò la Cambogia nel 1980.
La traduzione, secondo me molto bella, ha conservato la semplicità del racconto di una bambina ed è di Natalia Ginzburg. Nella prefazione si legge:
Ho amato e tradotto Il racconto di Peuw, bambina cambogiana, senza sapere niente sulla Cambogia e chiedendomi perché, nel corso della mia vita, non avevo mai pensato alla Cambogia né avevo letto mai niente che si riferisse a questa terra. In verità le terre a cui non ho mai pensato sono innumerevoli, ma riguardo alla Cambogia ho provato, nell’accorgermi di non saperne assolutamente nulla, un senso di colpa e un senso di dispiacere.
Tuttavia, interrogando persone intorno a me, ho constatato che non molti erano quelli che che conoscevano le vicende della Cambogia, in Italia. [...] Le persone che ho interrogato sulla Cambogia e che ne conoscevano la storia a fondo, sono tre: Tiziano Terzani, Gianni Sofri, Massimo Loche. Desidero esprimere loro la mia gratitudine.
Esprimo la mia gratitudine alla Ginzburg per la traduzione e soprattutto a Peuw per aver dovuto rivivere tutto per poter scrivere questo racconto. Ho scoperto dal suo profilo Facebook, che Peuw vive ora in Italia.
Come abbia fatto Peuw a sopravvivere al genocidio cambogiano è fuori dalla mia comprensione: senza cibo, senza cure appropriate, abusata fisicamente e psicologicamente, non solo è riuscita a districarsi tra le insensate violenze dei khmer rossi, ma ha sempre avuto il pensiero rivolto alla sopravvivenza della propria sorellina. La biografia è faticosa da leggere, eppure avvincente. Il sapere che Peuw è sopravvissuta spinge a passare di pagina in pagina per capire come ciò sia stato possibile. La parte che mi ha toccato di più però è stato il finale, in cui l'autrice usa la stessa freddezza per raccontare la vita nel campo profughi, che ha comunque rappresentato un miglioramento, e il suo trasferimento a Parigi. Ovviamente non la considero ingrata, ma mi sono chiesta se gli anni passati a creare meccanismi psicologici per resistere a quella che era a tutti gli effetti una schiavitù la abbiano resa incapace di provare emozioni anche positive.
Hell on Earth. Sconvolgente. La follia della macchina di morte dei khmer rossi raccontata da una ragazzina che ha perso, uno dopo l'altro, tutti i membri della sua famiglia di stenti, fame, malattia.
Ho dovuto leggere questo libro di giorno per non fare incubi. La traduzione di Natalia Ginzburg non brilla per raffinatezza ma, ovviamente, la portata storica ed umana della testimonianza di Peeuw non ne viene affatto pregiudicata.
Several recent fiction books, primarily "In the Shadow of the Banyan" helped me remember this horrifying memoir published in 1987. At the time, the atrocities of the Pol Pot regime were still fresh in the American psyche. If I remember correctly, Cambodian and Hmong refugees were still immigrating to the U.S. in fairly large numbers, and many of us were just then becoming aware of how awful the "killing fields" were.
Pol Pot was as ruthless as Hitler, and his acts were no less senseless. And, he slaughtered his own people. I do not say this is worse, only that it is even more difficult to understand.
This memoir is readable and clearly written. I don't necessarily believe in providence, but that she survived and was able to give her story to the world may change my mind. Other than the Holocaust, the number of quality certain genocide memoirs seem, sadly, few and far between. Why is this? Or do I gloss over them, unable to stomach their graphic sadness? Or, are the victims less literate, lacking the opportunity to tell their stories?
Well, if even one person unaware of Pol Pot reads this book this review will have served its purpose.
Cruel and horrifying, this story of near-death during the Pol Pot regime is excruciatingly painful. The author is the sole survivor of an entire family, and manages to escape with a cousin to the refugee camps in Thailand, but not before watching her siblings and parents die of starvation, a tragedy told in unflinching and agonizing detail. In fact, the day-by-day progression of this story is occasionally hard to accept--how could a girl on the verge of death remember every event of every day? When I discovered that her adoptive parents were psychiatrists, I suspected that possibly they were "helping" Molyda recall for therapeutic benefit.
One of the odd things about this book is the lack of introspection--Szymusiak describes one painful experience after another with clinical objectivity and only rarely lets us know her own feelings of anguish and hopelessness.
The book has some historical interest as it was one of the very first personal accounts published of survival under the Khmer Rouge.
Dopo un inizio lento, quasi noioso e ripetitivo, questo libro si è trasformato in un agghiacciante resoconto di sofferenze e atrocità, rese ancora più insopportabili perché raccontate da una ragazzina e spesso perpetrate proprio sui più piccoli della società.
Non si parla di politica, di come e perché è successo e solo marginalmente si nomina Pol Pot. Lo spazio lo occupano totalmente la fame, le privazioni, le torture e le cattiverie che la protagonista e i suoi compagni hanno subito. Perché in definitiva è così che l’hanno vissuto: una specie di tempesta che li ha investiti, travolti e distrutti, lasciando i pochi sopravvissuti totalmente inermi e spossati.
Ciò che è accaduto in Cambogia alla fine degli anni 70 è qualcosa che ancora si fa fatica a comprendere e le conseguenze di tanta crudeltà e scelleratezza le hanno pagate tutti in modo tremendo.
Questo libro è un vero e proprio diario dove i giorni si susseguono come grida silenziose di dolore. E’ la testimonianza di Peuw, bambina cambogiana, che riesce a salvarsi dall’inferno che ha colpito lei, i suoi famigliari e il suo popolo. E’ una storia terrificante che il mondo ha voluto dimenticare, la Cambogia durante gli anni di Pol Pot. Peuw viene deportata nelle campagne come l’intera popolazione costretta a vedere morire di fame e stenti quasi tutta la sua famiglia. Libro duro feroce che rende tutto quanto inconcepibile ma vero. Difficile da leggere ma bellissimo nonostante la sua tragicità.
I have read a lot of books on the Cambodian genocide and, naturally, each and everyone is heartbreaking in retelling this tragic moment in history. This memoir reads in a straightforward way, sparing few details. It provides a grim account of how childhood can be eaten up by power-hungry monsters who disregard human life. Not a book for the faint of heart, but perhaps if we had no faint of heart in the world, someone could have stood up to stop this tragedy that annihilated 25% of Cambodia's population through its nihilistic approach to class struggle.
Those who want a direct approach to learning about this tragedy might choose The Stones Cry Out.
A heart-wrenching first-hand tale by a young girl who, amazingly, survived the horrors of Pol Pot and others during the late '70s. It was impossible to put this book down. Surprisingly, the author recounts the events she witnessed first-hand with a calm, detailed detachment. This book should be read by anyone interested in the recent history of southeast Asian countries, dictators, human genocide, the Vietnam war, and the tribulations and resettlement of wartime refugees.
This is a tough read - detail piled on detail, of the gruesome Khmer Rouge repression of an entire nation. It needs to be known. The book is a classic of its kind. I would like to think that there will never be cause for such books in future - but sadly this is unlikely to be the case.
It never ceases to amaze me the level of cruelty that can be meted out upon man by man. Although the Holocaust dominates the literature of such depravity, the Pol Pot experience in Cambodia is as chilling and frightening, if not more so. Szymusiak does a good job detailing the horrible experience of her family and others, though the book can surely wear you out and send you into a depression. Some people will find it a hard road. But it is an important addition to keeping this tragedy known to the world. I'd like to believe that this work and that of many others would help keep these inhumane events from reoccurring. . .but sadly we know they won't.
I recently did some lay-out/design work for a book about art created during times of turmoil, war, and genocide. I realized how little I know about the Khmer Rouge and I heard this is supposed to be quite good. Plus, I always prefer the story of an incident told from someone's perspective rather than just a recouting of history.
A lot of people criticize this author as being "too matter-of-fact" when describing the horrors she lived through. I think they fail to understand the fatalism that tends to be the basis of many Asian cultures. The author responded as many do - just keep going forward, hoping for better but knowing the only other choice is to lay down and die. She didn't.
This book is kinda hard to read because it is so horrifying. Among other things, this poor girl witnessed babies being clubbed, almost starved to death, and was left for dead in a mass grave with her own dead grandparents.
Actually a 3.5. The writing in this book is better than many of the other books on this subject. It will break your heart, and probably give you nightmares. It amazes me that humans can be so monstrous.
Tragic account of the killing fields. Your heart breaks as she describes watching most of her family starve to death. Leaves you shaking your head wondering how humans can treat other humans.