Molti anni fa vidi il drama tratto da questo libro, e ricordo quanto ci piansi.
Ovviamente non potevo non piangere anche sul libro, finalmente tradotto.
Un litro di lacrime non è un romanzo bensì un diario. Un diario che comincia come quelli che molti di noi hanno avuto: all'alba dei quattordici anni, quando tante cose cambiano. La fine delle medie, la fine dell'infanzia, l'inizio dell'adolescenza e delle esperienze nuove.
Il "Adesso terrò un diario!" è un sentimento comune, a quanto pare tanto nel tempo che nel mondo visto che Aya era giapponese, e il diario è stato pubblicato verso la fine degli anni Ottanta. All'inizio Un litro di lacrime è interessante da leggere esattamente quanto i nostri diari dell'epoca: molto poco. Piccole riflessioni di una mente ancora inesperta, piccoli frammenti di vita quotidiana, di piccoli obbiettivi, eppure si sente che a scrivere è una ragazzina che si sta affacciando alla vita, un po' spaventata eppure impaziente di fronte al futuro.
È molto dolce, a modo suo.
Però le cose cambiano. Dettagli insignificanti, all'inizio - chi, a quattordici anni, non si è sentito particolarmente imbranato? - che però aumentano. Mancanza di coordinazione, perdita di equilibrio, cadute sempre più frequenti.
Nelle parole di Aya si sente la paura, la consapevolezza, che qualcosa non va. E le visite mediche non portano pace, non tranquillizzano: le visite mediche portano la diagnosi di atassia spinocerebbellare, una malattia degenerativa incurabile che, alla fine, porterà Aya bloccata su un letto, incapace di muoversi, di parlare, di scrivere ed infine, a venticinque anni e dieci mesi, alla morte.
Nel diario di Aya si legge la sua lotta quotidiana contro la malattia, che non è quella di un'eroina che non si perde mai d'animo: ha quindici anni e una malattia incurabile, e Aya piange. Piange tantissimo. A un certo punto dice che da quando si è ammalata avrà pianto un litro di lacrime.
Però quello che emerge dalle parole di Aya è l'amore per la vita, perché in mezzo a tutte le difficoltà, in mezzo al sentirsi un peso per gli altri, in mezzo a quella che pare un'esistenza composta da possibilità negate, c'è l'impegno, c'è il cercare quello che si può ancora fare e non quello che non si può fare più.
Non guardare al passato, non guardare al futuro, ma vivere il presente. Aya è stata una ragazza, una giovane donna che si è impegnata al massimo a dispetto della malattia, a dispetto dello sconforto, a dispetto dell'autonomia che andava a diminuire nonostante gli esercizi, a dispetto dei ricoveri.
Una persona che avrebbe potuto lasciarsi andare e non l'ha mai fatto per rispetto degli altri, che ha sempre ringraziato e provato gratitudine, che ha sempre cercato la gentilezza e la bellezza, e che pur chiedendosi quale fosse il senso di una vita del genere, non si è mai arresa.
Un litro di lacrime è uno di quei libri in cui non conta lo stile, non conta la trama, non contano i personaggi: conta il magnetismo di Aya, che si sentiva debole e frignona e invece non ha smesso di lottare neanche quando ha saputo che non poteva vincere. Aya che amava la vita e voleva vivere, quindi non ha lasciato che la malattia le portasse via la capacità di vedere le cose belle.