Sappiamo molto del ghetto di Varsavia, abbastanza del ghetto di Venezia, lo sgombero del ghetto di Roma del 16 ottobre 1943 è stato mirabilmente raccontato da Giacomo Debenedetti. Ma prima dell'infanzia dei fratelli Pressburger (Giorgio e Nicola) nell'Ottavo Distretto, del ghetto di Budapest non sapevamo niente. Eppure è qui che viene raccontata un'idea di ebraismo fatta di violini, commerci, ironia e nostalgia. E si verifica, nella piccola comunità dei mercanti, una bizzarra apparizione: Jom Tow produce salsicce, sua moglie Ester vende oche e il figlio Isacco, a dar credito alla profezia del rabbino, è destinato a grandi imprese. Nell'anniversario della morte di Giorgio Pressburger, "Storie del ghetto di Budapest" riunisce per la prima volta le "Storie dell'Ottavo Distretto" e "L'elefante verde". Con un testo di Wlodek Goldkorn.
Giorgio Pressburger– narratore, autore e regista teatrale, saggista – è nato a Budapest nel 1937. Si è rifugiato in Italia nel 1956, dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria. Tra le sue opere: Storie dell’Ottavo Distretto (Marietti 1986, poi Einaudi) e L’elefante verde (Marietti 1988, poi Einaudi), scritti con il fratello Nicola; La legge degli spazi bianchi (Marietti 1989, poi Bur), La neve e la colpa (Einaudi 1998, Premio Viareggio), Nel regno oscuro (Bompiani 2008), Storia umana e inumana (Bompiani 2013). Per Marsilio ha pubblicato Racconti triestini (2015) e Don Ponzio Capodoglio (2017).
Ho letto questo libro solo grazie al suggerimento di un amicollega (una rara specie in via di estinzione), perché ne sconoscevo l’esistenza.
Così, mi sono trovato immerso nell’Ottavo Distretto di Budapest.
Gli autori sono lo sceneggiatore Giorgio Pressburger e il giornalista Nicola Pressburger, due gemelli fuggiti dall'Ungheria nel 1956, in seguito all’invasione sovietica, ed approdati poco dopo in Italia.
Sono racconti, credo intrisi di vita vissuta o narrata in famiglia, che sembrano quasi colpi di pennello usati per dipingere un quadro neorealista di quella particolare zona di Budapest.
Le storie si svolgono prima e dopo la seconda guerra mondiale e parlano di commercianti, rabbini, osti, bambini e tanti altri personaggi del ghetto ebraico di Budapest. Si intrecciano e ti rendono partecipe della vita intorno al vecchio mercato di piazza Teleky. Non distante dal cimitero.
Figlio mio… la vita è come la via Ràkòczy: all’inizio c’è il teatro, in mezzo l’ospedale, alla fine il cimitero.
La scrittura è semplice, ma intrisa di delicatezza ed ironia.
Anche quando parla di malattia e di morte:
”La migliore medicina è la morte” era stato sempre il suo motto. … Nel suo regno non erano ammessi medici e ciarlatani.
Il libro finisce con un racconto, perfetto complemento alle Storie, dall’insolito titolo - L’elefante verde - che fonde autobiografia e finzione; narra di tre generazioni di ebrei ungheresi che superano le dittature nazista e sovietica, cercando di decifrare un sogno misterioso (l’elefante verde) per trovarvi la realizzazione di una promessa di vita migliore.
Gli autori, di madrelingua ungherese, hanno scritto in italiano, ma hanno alle spalle una tradizione letteraria che supera ampiamente i nostri confini, abbracciando quell’ebraismo internazionale che ci ha dato tanti ottimi romanzi.
Un libro da leggere lentamente, assaporandone fino in fondo il gusto amarognolo, ma gradevole, di quelle storie tormentate e coinvolgenti.
I sogni popolano con noi la propria oscurità, fino al risveglio.
L'ho cercato e trovato dopo la visita a quel ghetto nel dicembre 2019. Il senso di nostalgia e di tristezza che ci aveva invaso tra quelle case e tra quelle strade dell'Ottavo Distretto si ritrova nel libro. La lettura di questi racconti dei Pressburger non genera emozioni forti da non dormirci la notte come accade con tanti libri sul tema della Shoah, dell'olocausto, della vita della comunità ebraica: la narrazione di quello che è stato, però, è malinconica, struggente, e al tempo stesso silenziosamente dolorosa. Ed è proprio questo tono del racconto che permette agli autori di "fare memoria" e a noi di approfondire e tramandare la memoria.
(Deutscher Titel dieses Buches war „Die Gesetzestafeln der Selma Grün“. Das lässt sich auch finden in Goodreads, dort ist aber von einem unbekannten Autor die Rede und niemand hat reviewt oder gewertet, darum stelle ich das hier ein.)
Die Autoren waren jüdische Zwillinge in Budapests 8. Bezirk. Kleine Kinder, als der Krieg und dann die Deportationen kamen. Das kurze Buch, geschrieben in Italienisch, versammelt kleine biografische Skizzen jüdischer Erwachsener im Budapest der Kriegs- und Nachkriegsjahre. Die Grenze zwischen Memoiren und Fiktion ist nicht genau erkennbar. Man möchte das lieben, aber dafür ist es schlicht zu trocken und zu sperrig.