La leggenda del sesto uomo, con la scusa della scomparsa di Ella, una bambina di sei anni, vuole raccontare la vita di una cittadina mineraria nell'estremo nord norvegese, ben oltre il circolo polare artico. A rendere ancora più suggestiva l'ambientazione è l'ambientarlo durante la notte artica, una notte che dura mesi, e in cui il sole non sorge mai.
Il problema - che, oh, magari è tutto mio - è che Monica Kristensen non riesce in nessuna delle cose che si è proposta di fare: non riesce a imbastire un giallo, non riesce a descrivere la vita dei minatori, non riesce a creare un'atmosfera minimamente suggestiva. La notte artica pare un pomeriggio qualsiasi.
Se, infatti, il giallo vira piuttosto velocemente verso la rappresentazione generale, allora ciò che dovrebbe reggere tutto sono i personaggi. Se non la loro complessità, quanto meno la loro psicologia. Cosa significa vivere in una notte apparentemente eterna, ben oltre i confini del mondo? Dopo trecento pagine non ne so più di prima. Kristensen crea tutta una pletora di personaggi, dal minatore al contrabbandiere, dalla moglie tradita all'ingegnere alcolizzato, ma nessuno di loro aggiunge qualcosa, né in profondità, né in interesse. Tutto è così superficiale e macchiettistico che è come se un romanzo, ben più completo e complesso, fosse stato scarnificato fino farne rimanere unicamente l'impalcatura. E' come guardare un corpo scarnificato. Si vedono i muscoli, i nervi, le ossa. Tutto ha senso, per carità di Dio, ma manca qualcosa che lo completi e nasconda il meccanismo. Così La leggenda del sesto uomo. E' tutto sensato, ma evidentemente fatto perché la storia deve procedere in un determinato modo. Il che è frustrante come poche altre cose.
A questo proposito, spesso con i crime o i thriller il gioco risiede nel dare una discrepanza di informazioni al lettore e ai personaggi. Così magari il lettore sa più di quello dei personaggi, e può quindi anticipare quello che succederà, no? E si apre così uno spazio in cui l'autore può gestire la tensione, il fatalismo, o quello che vuole. Quando questo spazio rimane vuoto, viene immediatamente riempito dalla noia. E, di nuovo, dalla frustrazione. Ed è proprio quello che accade a La leggenda del sesto uomo. E' qui che confluisce la mancanza di Kristensen nella gestione del giallo, del drama e dell'ambientazione: tutto diventa noia e frustrazione. Finché non finisce tutto, proprio come doveva finire, come si sapeva sarebbe finito, senza aver aggiunto o tolto nulla al lettore. Se non del tempo.