«Pallido e con gli occhi cerchiati dall'agitazione, Borna sta camminando avanti e indietro per un'aula vuota del conservatorio di Zagabria. È vestito come uno sposo, e lo smoking nero che indossa risplende d'eleganza nella dolorosa mestizia d'intorno. Fa freddo, e una piccola stufa a cherosene impregna l'aria del suo odore malsano senza riuscire a contrastare il gelo che, da giorni, cristallizza la città».
La frase di apertura de Il treno di cristallo è talmente perfetta da convincere chiunque abbia cominciato a leggere, di avere in mano un'opera scritta con cura, dedizione, talento. Non di meno, in tre righe dipinge un ritratto, un'ambientazione, catapulta nella storia. Le parole di Nicola Lecca sono potenti, magiche, soppesate come nella ricetta di una pozione miracolosa. Lui stesso lo sa bene, e ne fa una riflessione del protagonista:
«Aaron proprio non se l'aspettava. Ascolta quei versi e si sente vivo. Immagina le formiche mangiare con ingordigia le briciole dei cuori strappati a morsi dai carnefici e si accorge di quanto potenti possano essere le parole».
Le frasi sono brevi, concise, dense di significato. I punti, le pause tra un capoverso e l'altro, si alternano come le note in uno spartito, come i tasti bianchi e neri del pianoforte.
Borna, il pianista, è cresciuto a Zagabria, afflitto da genitori privi di tenerezza, assorbiti e divorati dall'ambizione economica e sociale.
«I ciclopi: sua madre e suo padre. Giganti con un occhio soltanto: quello critico, severo, mai appagato. E privi dell'altro: benevolo, tollerante, capace di compassione e di empatia».
Aaron, emigrato con sua madre Anja e vissuto da solo con lei in Inghilterra, sembra essere condannato a un destino non troppo diverso da quello di suo padre Borna. Anja è depressa, soffocante, e Aaron è troppo ingenuo e d'animo buono per ribellarsi. La svolta arriva con la lettera del notaio e la notizia della morte di suo padre Borna, che lui non ha mai conosciuto e credeva defunto da tempo. Aaron dovrà recarsi a Zagabria all'apertura del testamento, e per esplicito desiderio di suo padre, dovrà farlo in treno, attraversando tutta l'Europa.
Quando Aaron sale sul treno alla stazione di Denver è ancora immaturo, ha una ragazza virtuale conosciuta su internet che non ha mai incontrato, e non sa niente del mondo e di se stesso.
Il treno attraversa Amburgo, Praga, Lubiana, Bratislava e Szentgotthárd. Di città in città, di ostello in ostello, Aaron scopre il mondo e se stesso. Osservando e riflettendo, sbagliando e perdendosi, per poi rimettersi sul binario, arriva a capire cosa non vuole e cosa vuole, ad aprire i suoi orizzonti, impara a crescere, e lo fa non attraverso grandi cose, ma affrontando le inezie, incontrando persone, vedendo realtà.
«Praga la devi esplorare nel piccolo. Nel dettaglio (...) lasciati guidare dalle coincidenze microscopiche»...
Alla fine trova la verità che gli permetterà di continuare a vivere senza paura e di dare un senso alla sua vita:
«Finalmente in viaggio verso l'aeroporto, Aaron ripensa all'immensità vissuta nei dieci giorni appena trascorsi, Non ci saranno più il dubbio e l'incertezza a regnare nella sua vita. Ma la convinzione che la conoscenza è la chiave per un'esistenza più giusta e significativa».