Pare - ad apertura di libro - che Rodrigo si rifiuti di essere un personaggio: e chieda al lettore una simile, ambigua libertà. Di fatto, egli possiede le dimensioni classiche d'una perfetta figura romanzesca. Ma le possiede per caso: per pura violenza fisiologica. Ci sono libri nella sua camera; e a tratti si indovina dietro dì lui una storia orrenda: ma i rottami che emergono dal suo pomeriggio di suicida sono tutti casuali: ed è quasi spettrale il loro rapporto con quei libri (quella cultura) e quella storia. Eppure è proprio da questa serie di illuminazioni imbrattate, di ricordi spezzati, di smorfie miserabili che egli ottiene la vitalità mitica di un grande personaggio. L'autore di questoo romanzo è un ventisettenne, noto ai lettori per una felice ricerca di poeta lirico: ed è probabile che solo un poeta moderno poteva esercitare sulla prosa una così arida e spietata precisione di calcolo e insieme riuscire ad abbandonarsi con tanta passione al flusso scomposto delle cose.
Massimo Ferretti (classe 1935) appartiene ad una generazione fortunata: quella a cui si attribuiscono con eguale ingiustizia i tic sublimi della generazione romantica (i ventenni della guerra) e i comfort dolorosi della generazione neo-romantica (i ventenni del miracolo economico). C'è chi è indifferente a tanta fortuna storica: allora scrive un romanzo come RODRIGO. Naturalmente, per una simile operazione occorre anche un po' di fortuna privata. Ferretti ne ha avuta: é vissuto in casa e fuori di casa; ha letto libri antichi e moderni; è stato malato; ha scritto poesie. Ora Ferretti vive nella grande solitudine d'una capitale europea, a Roma: dove incontra gli uomini sommi e impara tutte le cose che non sa.