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Una certa età

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In un mondo dove l’uomo crede di avere in mano il suo destino, corriamo un grande rischio: non ammettere che il filo rosso dell’esistenza si possa indebolire e spezzare e non comprendere gli aspetti positivi di ogni trasformazione a partire dalla bellezza di invecchiare.

Vittorino Andreoli ci racconta la vecchiaia come capitolo originale dell’esistenza e non come un’età «malata». Chi ha «danzato a lungo col tempo» ha maggiore capacità di sperimentare la gioia e considerare il piacere. Talvolta è sufficiente un sorriso, un nipote che si mostra interessato ad ascoltare, l’affiorare di un sentimento puro.

Il piacere si lega alla tenerezza, a una nuova intimità, alla lentezza di un gioco che impegna tutto il corpo e che si fa sempre più creativo, slegato com’è dai modelli prestazionali della cosiddetta «vita attiva». Siamo passati dalle generazioni biologiche a quelle psicologiche e, infine, a quelle digitali, che hanno ribaltato i rapporti tra giovani e vecchi, mettendo in crisi l’idea di saggezza e di autorevolezza.

Ma è solo recuperando il ruolo cruciale dell’ultima età che possiamo iniziare a riparare la società in cui viviamo, sostituendo ai concetti meccanici di salute e malattia una nuova dimensione del «bendessere».

201 pages, Paperback

Published January 16, 2020

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About the author

Vittorino Andreoli

201 books29 followers
Vittorino Andreoli, nato a Verona nel 1940, si laurea in Medicina e Chirurgia all'Università di Padova con una tesi di Patologia Generale sotto la guida del Prof. Massimo Aloisi. Continua la ricerca sperimentale presso l'Istituto di Farmacologia dell'Università di Milano, dedicandosi interamente all'encefalo ed in particolare alla correlazione tra neurobiologia e comportamento animale e umano. Dopo essersi laureato lavora in Inghilterra all'Università di Cambridge e successivamente negli Stati Uniti: prima alla Cornell Medical College di New York e successivamente alla Harvard University ,con il professor Seymour Kety, direttore dei Psychiatric Laboratories e della Cattedra di Biological Psychiatry. In questo periodo è assistente all'Istituto di Farmacologia dell'Università di Milano, dove si rivolge alla ricerca neuropsicofarmacologica. Il comportamento dell'uomo e la follia diventano ben presto il fulcro dei suoi interessi e ciò determina una svolta nel suo impegno verso la neurologia e successivamente la psichiatria, discipline di cui diventa specialista. Lavora alla Harvard University col Prof. S.S.Kety, con un'impostazione psichiatrica che sembra permettere l'integrazione tra interessi biologici sperimentali e clinica. Vittorino Andreoli è ateo ma preferisce definirsi "non credente": cfr. l'intervista di Roberto Carnero sul suo libro "Il Sacerdote" - Rizzoli, Milano, 2008; testo in cui sviluppa estesamente la differenza tra le due posizioni.
È stato direttore del Dipartimento di Psichiatria di Verona - Soave. È membro della New York Academy of Sciences. È presidente del Section Committee on Psychopathology of Expression della World Psychiatric Association. Si oppone fermamente alla concezione lombrosiana del delitto secondo cui il crimine veniva commesso necessariamente da un malato di mente, e sostiene la compatibilità della normalità con gli omicidi più efferati. Nel periodo compreso tra il 1962 e il 1984 egli formula, e per certi aspetti anticipa, l'importanza della plasticità encefalica come "luogo" per la patologia mentale e, dunque, sostiene che l'ambiente contribuisce a strutturare la biologia della follia insieme all'eredità genetica.
Consegue la Libera docenza in Farmacologia e Tossicologia. Dal 1972 diventa Primario di psichiatria e da allora ha esercitato la professione nell'ambito delle strutture pubbliche con i diversi cambiamenti succedutisi dal punto di vista dei sistemi di assistenza al malato di mente e fino al 1999. È co-fondatore e primo Segretario della Società Italiana di Psichiatria Biologica. Presiede per molti anni La Session on Psychopathology of Expression della World Psychiatric Association di cui attualmente è President of Honour. Fondatore e co-direttore dei Quaderni Italiani di Psichiatria per vent'anni.
Membro italiano al Safety Working Party della The European Agency for the evaluation of Medicinal Products dal 1998 al 2001. Docente di "Psicologia generale" e di "Psicologia della crescita" presso l'Università del Molise negli anni 1998 - 2001. È Membro della New York Academy of Sciences, dell’Istituto Lombardo Accademia di Scienze e Lettere e dell’Accademia di Agricoltura Scienza Lettere e Arti (Verona). I suoi contributi scientifici più significativi si legano ai seguenti temi: 1. La plasticità del cervello come "luogo" per la patologia mentale e quindi campo della psichiatria; in questo ambito sostiene che l'ambiente (l'esperienza) contribuisce a strutturare il cervello. 2. Le comunicazioni non verbali (ambito grafico, mimico, sonoro, ritmico) in psichiatria, come ampliamento del rapporto tra paziente e medico, ma anche come espressione che può giungere fino all'arte; 3. Il rapporto stretto tra cultura e psichiatria e dunque la psichiatria come disciplina che è anche parte della antropologia; 4. Lo studio dei comportamenti estremi e l'analisi dell'omicidio con un ì contributo alla psichiatria applicata alla giurisprudenza. In particolare sostiene la compatibilità tra normalità e omicid

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Profile Image for Antonio Gallo.
Author 6 books57 followers
January 16, 2020
Ho letto la versione Kindle di questo saggio sulla "certa età", quella mia, ma in effetti è quella di tutti gli esseri viventi. Fortunato chi ci arriva. Non a caso faccio parte anche io del "club dei dinosauri". L'ho detto diverse volte, ci ho anche scritto un libro sopra, me lo ricordo sempre ogni giorno quando entro in questa realtà digitale che ormai fa parte integrante della nostra vita. Conosco la scrittura di Vittorino Andreoli, come me naviga in questa stagione degli "approdi", come l'ha definita Carlo Baroni nella recensione del libro sul Corriere. Mi risparmio la fatica di scriverne, correrei il rischio di dire cose che ho già detto. Buona lettura e comprate il libro cartaceo del professore Andreoli.

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Vittorino Andreoli spiega la vecchiaia: la stagione degli approdi. Prospettive e stereotipi di una fase della vita. Esce «Una certa età» (Solferino), il saggio sugli anziani dello psichiatra veronese, membro della New York Academy of Sciences.

Ci sono quelli stizziti che rifiutano il posto che vorresti cedergli sul metrò. Come a dirti: guarda che non mi sto sgretolando. E gli altri che si piangono addosso. Per la memoria che si fa più lenta di una riforma in Parlamento. Per le gambe disconnesse con la testa, le mani disegnate come un canyon e le vene uguali a fiumi che affiorano disordinati. Ma ci sono anche quelli che se la tirano. Gli insopportabili. I lamentosi. Che la sanno sempre più lunga di te. Come se la saggezza fosse una questione anagrafica. Infine, ecco i rassegnati. Con i figli (di solito tanti) che «non chiamano mai». Quelli dentro le canzoni di Renato Zero e Baglioni. Stanno negli ospizi, o meglio «nei giardini che nessuno sa» a pretendere una carezza. O piuttosto che il respiro decida di non aspettare quota 100.

I vecchi. Donne e uomini di Una certa età come il nuovo saggio di Vittorino Andreoli, edito da Solferino. E il sottotitolo recita: «Per una nuova idea della vecchiaia». Perché la definizione è soggetta a mutamenti con il tempo. E in effetti l’idea di vecchiaia non è mai vecchia. Resta il retaggio (il pregiudizio?) di considerare questa età della vita come una sentenza. L’anziano è il condannato a morte già uscito dalla cella che attende solo che il boia lo venga a prendere. E così si aggrappa a un intoppo burocratico. A un colpo di genio del suo avvocato per rimandare l’addio. Ma sa che è solo questione di tempo. Comprarsi l’agenda del nuovo anno sono solo soldi buttati via. È l’immagine di una vecchiaia come età senza senso. Il terzo tempo di una partita dove non c’è più spazio per giocare. Figuriamoci per vincere. La vecchiaia sinonimo di cose negative. Senectus ipsa est morbus (la vecchiaia è di per sé malattia).

Vittorino Andreoli viaggia dentro questa fase dell’esistenza proprio alla ricerca di quel senso che sfugge. Cogliendo contraddizioni e inganni. Ma anche opportunità e sogni. Perché la vecchiaia è anche un tempo per progettare. Consapevoli di quello che si è. Il passato, allora, diventa un kit sorprendente. Non è questione di esperienza, ma di sentimenti e passioni da (ri)vivere con il passo giusto. Il passato che non è più rimpianto. «Un adulto si proietta nel futuro, un vecchio vive» scrive Andreoli. La differenza tra l’attesa e l’adesso. Tra qualcosa che deve ancora essere (e chissà se sarà?) e qualcosa che c’è, che esiste: hic et nunc, qui e ora. «L’esistenza è respirare l’aria di quel momento, sentire la presenza dell’altro in quell’istante e avvertire di non essere soli».

C’è anche l’invito a non cadere nel luogo comune che la vecchiaia sia un ritorno all’infanzia. Le due età della vita che, alla fine, si congiungono, quasi si fondono. Ma è una regressione non confrontabile con la vivacità del bambino. Di quell’età forse ritornano la leggerezza e l’inconsapevolezza ma spesso sono sintomi di patologie cognitive più che di scelte esistenziali.

Invece non è uno stereotipo ma una «malattia» che non finisce nei manuali la tendenza, la voglia, la rabbia di provare a congelare il tempo. Adottare stili di vita con l’orologio portato indietro di venti-trent’anni. Gli anziani vestiti come a un concerto rock o impegnati in sport estremi (e a una certa età persino il calcetto è più letale del bungee jumping). È un tentativo, maldestro, di fare un lifting all’anima prima ancora che al corpo. Il non accettarsi per quello che si è diventati, una sindrome da Peter Pan fuori stagione. Il desiderio di non diventare adulti che qui diventa chiudere le porte a un’età che è considerata la stanza del niente. E il prolungamento della vita accentua, in alcuni, questa sindrome.

La vecchiaia è anche il momento di dare un altro significato alla vita di coppia. Uomo e donna si avvicinano e nello stesso tempo divergono. Si accentuano i caratteri di genere, quasi a rimarcare la forza dell’identità. Ma anche a far emergere la complementarità tra i due generi. Siamo in un’età che diventa un’apripista per cogliere gli aspetti più profondi dell’altro, quasi una gara a coglierne il meglio, senza il peso di desideri e passioni che finiscono per inquinare una relazione sana.

E allora diventare vecchi è aggiungere spazi di vita vera. Cambiare prospettiva, lasciar sedimentare gli orizzonti, guardare da lontano e oltre aiuta a rendere nitidi i contorni. I malanni dell’età sono un monito costante a riconoscere i limiti, non cadere nei deliri di onnipotenza per bruciare il tempo con interessi effimeri. La vecchiaia (ma non è bello chiamarla così) non è l’ultima spiaggia ma la possibilità di sfiorare un nuovo mare.

Carlo Baroni - Corriere della Sera - 16 gennaio 2020
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