Un atto unico. Un dialogo tra Hannah Arendt e Adolf Eichmann.
Un dialogo incalzante, per investigare quella zona buia della storia in cui cominciò l’orrore dell’Olocausto. Da bambina Hannah Arendt, all’ora del tramonto, amava dare le spalle al sole che andava giù, per investigare la parte opposta, quella che rimaneva al buio, per cercare di capire come iniziasse la notte.
Questa è la metafora di tutto l’atto unico: Dove inizia la notte?
E questa è la domanda che percorre tutto lo scambio di battute: Quale fu il punto preciso in cui si fece buio sulla Storia e iniziò la notte dell’Umanità? Quale fu il punto preciso in cui il Male oscurò la mente e il cuore di coloro che divennero ideatori ed esecutori dell’Olocausto?
È la stessa Hannah a rispondere con questo suo ricordo, di quando era bambina: “Mi ricordo solo che sorrise. Le cose più terribili si dicono sorridendo: “Non esiste un punto preciso, Hannah: quando fa buio il cielo cambia colore tutto quanto, i tuoi occhi non possono fermarlo. Non potranno mai”. ”
E il Male si fonda sulla paura. Anzi, trae energia vitale dalla paura di chi lo compie, prima che da quella di chi lo subisce.
E per fermarlo, basterebbe non voltare la faccia dall’altra parte, per non dimenticare, per non far vinta di non vedere: “Il mondo gira la faccia dall’altra parte nell’attimo stesso in cui vede il male. Lo rifiuta, non vuole vederlo. L’umanità di cui lei parla... L’umanità è pigra. Finge di non vedere, tace, dimentica all’istante. ”
Non solo non basta voltarsi dall’altra parte, ma occorre anche scegliere di non compiere il male. E scegliere non è un atto di coraggio. Perché il coraggio è passeggero. Scegliere è una prova di dignità: “Ebbene, Sophie Scholl poteva pensare “ho vent’anni, se accuso Hitler di genocidio cosa ottengo? Mi faranno fuori e tutto continuerà come niente fosse”. Qui però sta il punto: Sophie Scholl non lo pensò. Gridò, gettò i suoi volantini. Lo fece, mi spiego? Lo fece. E non fu inutile. Perché io oggi, qui, posso dirle che imparo da lei. E non il coraggio, no: la dignità. Il coraggio in fondo è una cosa di un attimo. Fa rumore, abbaglia. Ci senti sotto l’orchestra come nei film, trombe, violini. Ecco, sì, il coraggio è cinema. Perfino un vigliacco può avere un attimo di coraggio, nella vita, e non cambia il fatto che era e resta vigliacco. No. Più del coraggio è la dignità. Molto di più. Perché la dignità, se ce l’hai, ti resta incollata addosso, è parte di te. ”
E per capire dove inizia la notte in cui il Male prende il sopravvento, basta mettersi in ascolto, perché “Il linguaggio è lo specchio, sempre, di cosa sentiamo davvero.”
“Bastava ascoltarvi davvero, per capire chi eravate. Ma è sempre così: il male si nasconde dietro il fumo, sembra devastante, enorme. Per guardarlo in faccia basterebbe ascoltare, attentamente, come parla. ”
Non voltare le spalle alla notte.
Non voltarsi per far finta di non vedere il male.
Mettersi in attento ascolto.
Prestare attenzione al linguaggio usato.
Non alimentare il male con la propria paura.
Scegliere. Non delegare.
Non atti di coraggio, ché è scenografico come il cinema.
Ma atti di Dignità, ché quella ti resta cucita addosso come una seconda pelle, se uno ce l’ha.
4.5 stelle