“Ninfa dormiente” è il titolo di un quadro, risalente al 1945, raffigurante una bella ragazza e dipinto da Alessio Andrian, uno strambo pittore di quegli anni, attualmente ridotto a un vegetale. C’è però un particolare molto insolito: il quadro è stato dipinto con una macabra tintura rossa che, alle analisi di laboratorio, risulta essere….sangue. Sangue umano. Alessio Andrian, nel 1945, ha intinto le dita nel cuore di qualcuno per raffigurare il volto di questa bella, bellissima ragazza. Di che era il sangue? E chi era questa ragazza?
E’ questo il mistero che si ritrovano ad affrontare Teresa Battaglia e il suo vice Marini in questa nuova avventura, che ho ricercato e accolto con grande entusiasmo e aspettative, visto lo splendido debutto di “Fiori sopra l’inferno” che mi aveva fatto conoscere e apprezzare la talentuosa Ilaria Tuti.
La storia, per almeno tre quarti del romanzo, è un vero bijou: il mistero del quadro che affonda le radici in un periodo storico oscuro e violento, un volto dolce e sconosciuto che nasconde un segreto, un’indagine che si perde fra i monti della Val Resia, una rosa di ipotetici colpevoli che paiono nascondere tutti qualcosa e un’ansia che non abbandona mai, proprio mai, il lettore, rendono la lettura estremamente affascinante. Anche i battibecchi tra Teresa (che si conferma un grandissimo personaggio dalle molteplici sfaccettature) e Marini, all’inizio un po’ antipatici e fastidiosi per quanto sembrano eccessivi, ci fanno gradualmente luce su alcuni aspetti della loro psicologia che li rendono personaggi complessi e drammatici, esplorati a tuttotondo. E la scrittura della Tuti è una pennello, che tratteggia, si sofferma, definisce e ridefinisce ogni particolare con grande leggerezza e al contempo bravura.
Perché, dunque, non cinque stelline?
Perché nelle ultime 80/100 pagine del romanzo, ahimè, tutto questo fascino sembra perdersi. E perché? Perché questa voglia di afferrare e non lasciare il lettore, di ammaliarlo, di stupirlo, di spettacolarizzare, diventa eccessiva: troppi fatti e scoperte che vengono a galla ma che non vengono approfonditi come la loro importanza richiederebbe, troppe nuove piste, troppi nomi, troppi particolari, troppo di tutto. Mi ha ricordato un po’ la tendenza di Carrisi nei suoi thriller, quella di mettere, inutilmente e anzi con effetti nocivi, “troppa carne al fuoco”, guastando l’atmosfera di una storia che ha già abbastanza elementi per essere costruita e terminata. Il fascino viene calando, l’ansia si smorza, anche la scoperta dell’assassino è svelata senza gusto. Peccato. Un’altra cosa che non ho apprezzato è la spiegazione di alcuni personaggi, nei loro dialoghi, di fatti storici e usanze (pensiamo agli abitanti della Val Resia) che si avverte troppo “studiata” da parte dell’autrice, quasi uno studio preliminare buttato lì, sulla loro bocca in maniera poco spontanea: il lavoro di documentazione della Tuti è apprezzabile, ma le spiegazioni a mio avviso andavano rese in maniera più discorsiva e meno meccanica.
Un gradino sotto “Fiori sopra l’inferno”, dunque, ma resta un buon thriller da leggere tutto d’un fiato.