Non sono d'accordo con alcuni critici che definirono, al tempo, questa raccolta una delle sue meno riuscite. La stessa Munro, nel 1981, in un'intervista sembrò sminuirla salvando solo tre racconti: La valle dell'Ottawa, Materiale e Vento d'inverno. D'altra parte ho avuto modo, avendo letto tutta l'opera di Alice Munro, comprese le antologie e saggi a lei dedicati, che Munro non è la migliore giudice della sua opera. Nell'antologia formata da 17 racconti (Lasciarsi andare, 2006) scelti da lei, non ha incluso forse il più bello dei suoi racconti, ovvero Scherzi del destino contenuto in In fuga.
La stessa Einaudi questa raccolta l'ha tradotta per ultima. Tutto ciò per dire che per un rendiconto generale della propria opera bisogna aspettare la sera, come diceva Leonardo, perché una bella giornata si vede alla sera. Qui ci sono almeno due capolavori, Cerimonia di Commiato e La dama spagnola; anche Marrakesh e Materiale sono notevoli e in generale tutti i racconti sono di alto livello.
Se dovessi consigliare un libro dal quale cominciare, a chi non conosce Alice Munro, direi invece proprio questo.
Qui in basso il mio commento sul racconto Cerimonia di commiato. Si può leggere senza precludersi la lettura (promesso):
Cerimonia di commiato - Descrizione di un racconto
Due sorelle, June ed Eileen, si ritrovano a un funerale laico, quel genere di cerimonie che dall'esterno assomigliano a un party svagato in giardino. È morto il figlio di June in un incidente stradale e Eileen separata, senza figli, con "la vita che procede a casaccio" osserva la cerimonia, i festeggiamenti forzati, persone che declamano inni laici dal Profeta di Gibran, suo cognato che affranto per la morte del figlio si trasforma via via, bevendo, in esaltato eccitato. E lei che vive questo flusso di cose come fosse capitata per errore e le viene da piangere ma nessuno indovina perché. È una giornata in cui piangere e ridere non hanno bisogno di spiegazioni. Le viene da piangere perché le si affolla tutto dentro, non si piange mai per una cosa sola. Sua madre morta dopo una polmonite, queste persone gaudenti che declamano la vita e la morte con parole altisonanti, quando le parole dovrebbero vergognarsi, dovrebbero sgretolarsi dalla vergogna. Stare tutti zitti, rispettarle le cose. Loro cercano un senso, sua sorella ha seguito un percorso di meditazione per rielaborare le cose, Eileen invece non è convinta che "le cose succedano per essere rielaborate". Le cose sono uno schiaffo. Ma una festa non è fatta per stare zitti è fatta per fare festa, anche quando si vorrebbe andare via.
Questo racconto, del 1974, appartiene ai capolavori di Alice Munro, perché mostra la donna munriana in linee essenziali, quella che non ce la fa e né vuole entrare, col suo mondo interiore, in tragedie sentimentali o tristezze o follie tirate troppo a lungo, a lei interessa "scivolare ogni tanto nella realtà" e rendere gli altri personaggi - che sembrano aver afferrato la vita meglio e più di lei - involontariamente comici.
Il cognato mezzo brillo tra il disperato e l'euforico, ora sta spingendola in auto, sul sedile, e Alice Munro scrive:
"Eileen. Il suo nome ripetuto fu tutto il discorso che ottenne da lui. Che cosa intendeva Ewart con quel nome, che cos'era per lui Eileen? Le donne se le devono fare certe domande. Inchiodata in posizione non troppo comoda sul sedile di un'auto - con una gamba piegata storta contro lo schienale, a rischio di crampo -, cercano comunque di raccogliere rapidamente indizi da custodire per rifletterci più tardi. Devono credere che stia succedendo qualcosa di più di quel che succede".
Deve credere che stia succedendo qualcosa di più di quel che succede. Accogliendo la disperazione, di lui, che è diventata qualcos'altro che non saprebbe dire.
In un altro bellissimo racconto di Alice Munro - contenuto ne Le lune di Giove - "Bardon, autobus N. 144", una donna ossessionata da un uomo che ha perso di vista pensa: "Le immagini e il linguaggio della pornografia e dell'amore si assomigliano: sono monotoni ed esercitano un fascino automatico che porta dritto alla disperazione. Ma in fondo la decisione da prendere si riduce a questo: Vuoi essere pazza oppure no? Personalmente mi manca l'energia, la semplice ardente volontà di rimanere pazza a lungo". Alice Munro non è mai davvero disperante, la sua cifra è essenzialmente umoristica, dolente, talvolta giocosa. Nello stesso racconto l'amica della protagonista che cambia uomini in maniera talmente veloce da non sapere cosa stia vivendo, tutte le volte le dice: "Beh, in effetti, ho paura di essermi innamorata, non è atroce?".