„Houellebecq hat eine Erbin.“ (Marianne). Marion Messina blickt auf das Leben und Scheitern einer jungen Frau in Paris – ihr furioses Debüt ist ein Stich ins Herz unserer krisengeschüttelten Gegenwart.
Als ihre erste Liebe scheitert, zieht die neunzehnjährige Aurélie von Grenoble nach Paris. Dort will sie endlich in vollen Zügen leben und mit ihrem Jurastudium die provinziellen Arbeiterbiographien ihrer Eltern hinter sich lassen. Aber in Paris reicht es gerade mal für einen Job als Empfangsdame, der Wohnungsmarkt entpuppt sich als anarchische Zone und die Liebe ist eine Farce zwischen freundlichen Arrangements und Pornographie. Doch dann setzt Aurélie alles auf Anfang. Voll Zorn, Klarsicht und gnadenloser Ironie blickt Marion Messina auf das Leben einer jungen Frau und ins Innerste einer neuen verlorenen Generation. „Ein furioses Debüt; beißend und unverschämt gut geschrieben“ (Le Monde).
Vivo momenti contraddittori nei confronti degli esordi: combattuta tra il salto temerario e la paura di farmi male. E’ come la prova dell’assaggio di un cibo esotico che ci si porta alla bocca non solo per curiosità ma attratti da una forma e/o un colore.
Devo dire che la giovane Marion Messina ha attirato la mia attenzione a partire dal nome per l’evidente somiglianza con la nostrana Maria Messina .
Poi leggendo la sinossi ho pensato che sì poteva interessarmi per la riflessione sociale e contemporanea da parte di una giovane scrittrice.
Letto ed apprezzato. La giovane Messina sa usare la penna e parte da un ottimo livello con questo suo primo romanzo.
La storia è agra per quel senso appiccicoso di solitudine che attanaglia la giovane protagonista Aurélie. Ci si muove tra Grenoble e Parigi in un crescendo frenetico di ansie e paure che riflettono perfettamente le richieste di questa nostra società fagocitante. Aurélie andrà per tentativi nel districarsi da un destino già segnato alla nascita di una famiglia operaia. Vedrà riflesse le sue stesse incertezze negli occhi esotici di Alejandro, un colombiano bohémienne Tra loro un amore in due tempi; un'attrazione che consuma:
"Con Alejandro era un’altra storia, magnetica, intraducibile nel linguaggio di un romanticismo grottesco. Aveva ripreso il suo posto, in ogni cellula del suo corpo. Si sentiva di nuovo nutrita, irrigata, viva, orgogliosa, soddisfatta ed eccitata. La vita avrebbe ripreso il suo corso naturale riducendosi allo spazio delle sue braccia."
Tanto agghiacciante quanto reale la vita parigina così uguale a tutte le metropoli. Una frenesia che richiede di piegarsi a tempi e modi propri e che rispecchia l’inno alla mediocrità di questo XXII° secolo. Saper stare al proprio posto, godere delle comodità usa e getta non pretendendo altro: questa è la felicità.
“Falsa partenza” è una storia già esplicitata dal titolo. E' la storia di Aurélie ed Alejandro ma è anche la storia di tutta una generazione, incastrata tra le aspettative famigliari e quelle sociali, che si anestetizza in piaceri immediati.
Su tutto aleggia la paura del fallimento ma quello che voglio credere che ci sia sempre modo di recuperare, magari in un altro luogo e con altre persone: c’è sempre un posto da cui ripartire e guardare in faccia il futuro.
Appena terminata la lettura ho capito che questo impietoso quadro sociale non è un modo di leggere il presente con un pessimismo fine a se stesso ma un uso della letteratura come sprono all’(re)azione.
” La sua vita sembrava essersi fermata e la maggiore età che aveva aspettato per anni gli aveva semplicemente permesso di pagare gli acquisti con un bancomat. Aveva sbagliato qualcosa, eppure aveva seguito tutte le istruzioni, era stata fedele ai percorsi operativi della Repubblica. Si era applicata, era stata disciplinata, rigorosa e aperta di mente. Non aveva paura del lavoro intellettuale, né delle difficoltà fisiche. Aspirava sinceramente alla emancipazione sociale, aspettava che succedesse qualcosa. E non stava succedendo niente.”
“Alla maggiore età, che aveva tanto atteso, disponeva del diritto di voto e di un bancomat, ma la sua vita era sempre quella di un bambino”.
Vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che è l’età più bella della vita, scrisse Paul Nizan, parlando a nome di una generazione che stava vivendo gli anni terribili delle guerre e delle rivoluzioni. La sua frase divenne uno slogan libertario dei giovani sessantottini che aspiravano a cambiare il mondo in nome dell’uguaglianza e della giustizia sociale.
Ma siamo in tutt’altra epoca, in tutt’altro contesto qui. La giovane protagonista di questo romanzo è una ventenne dei nostri giorni, figlia di una società democratica, repubblicana, che apparentemente offre a tutti le stesse chances e si presenta come risanatrice del divario sociale. In quella Francia che fu protagonista ed emblema dei movimenti rivoluzionari libertari più consistenti d’Europa.
E ora? Il nulla, o poco più. L’inconsistenza del lavoro, la banalizzazione delle relazioni, il livellamento delle classi sociali verso il basso, lo sfruttamento dei giovanissimi, l’alienazione in puro stile marxiano.
Aurélie abita a Grenoble, piatta città di provincia, e la sua ricerca di elevazione di status sociale rispetto a quello dei genitori operai la porta a iscriversi all’università, credendo di avere lasciato l’adolescenza sui banchi di un anonimo liceo e di poter diventare finalmente adulta e autosufficiente. Ma ben presto il suo nuovo percorso di studi sarà fonte di delusione e disincanto.
Alejandro (con il quale inizia questa narrazione) è un ragazzo colombiano, espatriato da un inabitabile Sudamerica per cercare in Europa l’attuazione del sogno di pienezza intellettuale che appartiene a molti giovani come lui. Ma il suo cammino incontrerà gli ostacoli comuni a innumerevoli altri emigrati, costretti ad appiattirsi in una realtà che, se non possiamo definire ostile, non possiamo nemmeno chiamare accogliente.
Aurélie e Alejandro si incontrano, si amano con passione, intensamente. Potrebbe essere un’alleanza portatrice di bellezza, una spinta verso la costruzione di un futuro comune ma non è così. Il giovane colombiano ha ben altre aspirazioni, che non contemplano la vita di coppia. Aurélie tenterà il riscatto nella solitudine della capitale. Che tutto sommato non è diversa per lei dalla solitudine della provincia.
Si ritroveranno a Parigi, dove lavori umilianti e sistemazioni precarie esalano un veleno capace di corrodere tutti i sogni, tutte le sacrosante aspirazioni della giovinezza.
Marion Messina esordisce nel panorama letterario francese scrivendo un racconto impietoso e implacabile che mette in risalto tutti i vizi e le ombre di un sistema (il nostro, occidentale europeo) che sembra intossicare sul nascere ogni espressione ideale dei vent’anni.
Solo un personaggio, il giovane Benjamin, rider a Parigi per pagarsi un master, sembra risvegliare nell’amica Aurélie il coraggio e l’orgoglio di opporsi a quello che i ventenni di un tempo chiamavano “il sistema”.
Chi legge questo romanzo incontra uno sguardo di lucida asciutta amarezza; può osservare le debolezze, le superficialità, le ipocrisie di una società che sta mettendo a dura prova chi, con la forza della giovinezza, si appresta a trovare il suo posto, il suo ruolo, la sua affermazione in un mondo superficiale e indifferente.
E tuttavia questo libro, nonostante la visione negativa, non è un invito alla remissione ma uno stimolo alla consapevolezza.
"Sapeva che l'appendice erettile tra le sue gambe lo avrebbe costretto a reclamare una vagina"
Difficilmente abbandono una lettura, ma qui ho rischiato grosso. Per spiegare come l’ascensore sociale sia ormai bloccato tra i piani Marion Messina prova a raccontare la storia di due ragazzi che non ce la fanno a uscire dalla loro condizione. E che comunque non c’è speranza per le nuove generazioni, e chi ce la fa si trova a vivere una vita vuota, finta, approfittando di coloro che invece rimangono incastrati per sempre in lavori senza futuro. Il tutto senza poesia, senza un dialogo, senza trasporto. E poi questo uso smodato di asindeti e polisindeti comincia ad annoiarmi. Se avessi letto un saggio ne avrei ricavato più partecipazione. Dicono di questa Messina che sia la nuova Houellebecq. Lui non avevo già troppa voglia di affrontarlo. Ora ancora meno.
Uno degli esordi più promettenti degli ultimi tempi scritto da Marion Messina, autrice francese definita da molti l’erede di Michel Houellebecq. I suoi romanzi sono fortemente caratterizzati da un’intensa critica sociale e il focus principale è sui giovani provenienti da contesti di provincia difficili dal punto di vista socioeconomico.
E così è per Aurélie e Alejandro, due ragazzi che nel corso della narrazione intraprendono una relazione colma di incomprensioni e di mancanze. Aurélie è originaria di Grenoble e proviene da una famiglia modesta: i genitori sono operai che non hanno alcun titolo di studio e perciò puntano sulla sua emancipazione tramite l’istruzione. Ben presto però si rende conto di vivere in un paese che le tarpa le ali, la costringe a rimanere attaccata ad una strada già segnata alla nascita e senza possibilità di rivalsa. Alejandro invece è colombiano, emigrato in Francia per esaudire il sogno di riscatto intellettuale che altrimenti non riuscirebbe ad ottenere; per questo si sente costantemente sospeso tra due culture: non sente di appartenere più alla Colombia in quanto l’esperienza estera lo ha cambiato, ma non si sente neanche francese in un paese che lo soffoca e non lo accetta mai totalmente. Le loro vicende sono quindi entrambe da considerarsi “false partenze” in quanto non riescono a decollare, così come la loro relazione.
Disincantato, cinico e realista, lascia una profonda sensazione di impotenza e pessimismo in quanto nessuno si salva dal suo destino già predeterminato: alla fine del libro ci si domanda se sia possibile ottenere un riscatto sociale attraverso la cultura e l’istruzione, se sia possibile costruirsi un futuro partendo da zero, se anche per i poveri sia possibile distaccarsi dalla famiglia d’origine e superare le condizioni iniziali per ottenere una rivalsa o se la vita sia un susseguirsi di false partenze.
Ma questa non è solo la storia di Aurélie ed Alejandro, è anche la storia di tutta una generazione di giovani che rimane incastrata tra le aspettative e il disincanto, tra la voglia di rivalsa e la paura di fallire in un contesto che non ti consente di evolvere.
Sono stata un po' indecisa nel giudizio da attribuire al libro di Marion Messina, ma ho preferito abbondare un po' nelle stelline, perché si tratta di un esordio, in cui forse l'urgenza comunicativa è andata a un po' a scapito della capacità di mostrare la realtà da una prospettiva più sfaccettata. Falsa partenza è un libro duro, cupo, inesorabile, che non lascia scampo. I personaggi del libro sono tutti ugualmente schiacciati e umiliati da un contesto sociale in cui nessuna pienezza di vita appare possibile. Più le possibilità appaiono ampie, come può accadere in una grande capitale per chi proviene dalla provincia o in Europa per chi vi emigra da paesi lontani, meno queste possibilità si rivelano accessibili. L'uguaglianza sociale è uguaglianza nella mediocrità, è quel che basta per spegnere la voglia di lottare e non lasciare comunque scampo. Non c'è neppure nulla a cui ambire per chi ha vent'anni, perché i traguardi raggiunti da chi ha solo qualche anno più di loro, quei traguardi che fanno dire al quarantenne amante della protagonista "A me comunque andrà bene. Tu sei nata vent'anni più tardi", sono traguardi di una mediocrità e desolazione sconfortanti. Non si può uscire dai binari, neppure mediante l'amore, neppure lasciandosi sorprendere dall'inaspettato, perché ci si condanna solo all'espulsione da un sistema al cui interno si sta male, ma al cui esterno non si sopravvive.
Amen, è finita. Se mi avessero detto che questo libro è un'analisi socio-psico-economica-politica della post adolescenza francese nel periodo dell'ultima crisi economica mondiale, ci avrei creduto seriamente. Troppo sfondo, poca sostanza. I protagonisti non sono due giovani in balia delle loro vite, ma una Francia dello scorso decennio paragonata ad una nave che cola a picco. Che noia, che barba, che barba, che noia. In effetti, questo racconto è una falsa partenza di nome e di fatto, tutto fumo socio-cazzi e mazzi e niente arrosto. Ho notato che un discreto numero di gente lo ha apprezzato, nulla da dire eh, ma io mi domando: cosa c'è di avvincente nella storia di due tizi che affrontano quella che tutti chiamiamo vita?
Come si può definire una falsa partenza? E' la disillusione che si abbatte su di te quando, raggiunta una tappa che rappresenta simbolicamente l'avvio di una stagione nuova della vita, fai i conti con la realtà e ti accorgi che tutto era solo un lucente autoinganno. La protagonista di questa storia vive una serie di disillusioni che finiscono con lo spalancare un buco di non-senso e di rassegnazione.
Nati vent’anni in ritardo sul tempo giusto, quello dei nostri genitori - cerchiamo di captarli attraverso i pixel su Skype, nei nostri insipidi monolocali in affitto. Fuori da ogni cosa, persi in un non-luogo, troppo timorati e riflessivi per lasciarci abbandonare alla cultura del divertimento, invidiamo coloro che ci riescono ma non riusciamo a spiegarci l’assenza di euforia, l’ossessione per le feste: ci inonda il bisogno che hanno (e non nascondono) di sentirsi circondati e farlo sapere a tutti. Sui banchi universitari permane un sentimento di solitudine e noia, non vi è dinamismo, la realtà mediocre scorre implacabile nei recessi di un’inutilità esistenziale, tabù della nostra generazione. L’idea di aver saltato la lezione sui segreti per il vivere davvero. Il falso mito dell’uguaglianza di possibilità (una tartaruga e una lepre sulla linea di partenza), coltivarsi è un’ambizione vana, un capriccio di cattivo gusto. Dovremmo imparare a stare al nostro posto, agganciarci al nauseante senso di una realtà ingiusta priva di prospettive, un grado zero della sofferenza, il lato B dell’esistenza. Corpi gettati su una terra desolante: qual è la missione di questo agglomerato di cellule? Quante false partenze ci sono consentite?
Impietoso e inesorabile, l’esordio della Messina disvela gelidamente la disillusione della nostra generazione in uno scenario cupissimo poiché privo di certezze.
Das Abitur bestanden, steht ihr die Welt im egalitären Frankreich offen. Sie weiß, wofür sie all die Jahre hart gearbeitet hat, doch dann muss Aurélie Lejeune eine herbe Enttäuschung nach der anderen erleben. Das Jurastudium an der Universität von Grenoble ist uninspiriert, mit ihren Kommilitonen verbindet sie nichts und zunehmend begreift sie sich als Außenseiterin. Mit den kolumbianischen Austauschstudenten scheint sie viel mehr zu verbinden und in Alejandro, den sie bei ihrem Nebenjob als Putzfrau kennenlernt, verbindet sie bald schon eine innige Liebe. Doch als dieser der Enge der Kleinstadt entflieht, fällt auch Aurélies Leben in sich zusammen, es stand ohnehin nur auf tönernen Füßen. In Paris hofft sie auf einen Neuanfang und die Realisierung ihrer Träume, die sie eigentlich schon gar nicht mehr hat. Sie will ihre soziale Herkunft als Kind einer Arbeiterfamilie hinter sich lassen, sieht sich bald aber schon einer viel prekäreren Situation ausgesetzt als ihre Eltern es jemals erlebt hatten.
In ihrem Debutroman stellt Marion Messina gleich mehrere Mythen ihres Heimatlandes infrage. An ihren jungen Protagonisten zeigt sie auf, dass das voller Versprechen begonnene Leben sich oftmals anfühlt, als sei es schon vorbei, bevor es überhaupt begonnen hat, wie die ungeliebte B-Seite einer Schallplatte, die niemand hören will und die nur die Aufgabe hat, einen eben noch vorhandenen Platz zu füllen, an die jedoch nicht die geringsten Erwartungen gestellt werden. Wofür soll man in dieser Existenz kämpfen? Die Wirtschaftskrise von 2008, die ganz Europa unerwartet und heftig packte, hat vor allem die Jungen und Gebildeten getroffen, die sich nach jahrelanger Mühe um beste Startchancen um ihr Leben betrogen sahen, ein klassischer „Fehlstart“, sie waren zur falschen Zeit am falschen Ort.
Messina zeichnet ein erbarmungsloses Portrait einer Gesellschaft und einer Generation, das wenig Mut und Hoffnung macht. Wo sich Alejandro einer omnipräsenten Xenophobie in einem sich selbst als weltoffen und tolerant wahrnehmenden Land ausgesetzt sieht, fühlt sich Aurélie aufgrund ihrer sozialen Herkunft ausgeschlossen, sie kennt die Codes der Kleidung, des Verhaltens und der Sprache nicht und ihre Eltern sind schon lange nicht mehr in der Lage, sie zu unterstützen. Sie soll doch mit dem bescheidenen Dasein, wie sie es selbst führen, zufrieden sein. All die Bemühungen und der Verzicht werden sich nicht auszahlen, das elitär organisierte Land hat keinen Platz für Emporkömmlinge. Das muss auch Benjamin erkennen, der einzige Freund, den Aurélie in der 12 Millionen Metropole gefunden hat und der nach jahrelangem Ackern bereit ist, aufzugeben und in die Provinz zurückzukehren.
Insbesondere das Bild der Arbeitswelt, in der die Angestellten in den niedrigen Positionen nicht nur schnell austauschbar sind, sondern die durch vorgegebene Kleidung, Make-up und Phrasen auch austauschbar wirken und dafür mit dem Mindestlohn abgespeist werden, der kaum ausreicht, um Wohnung und ausreichend Nahrung zu finanzieren, wirkt brutal, aber authentisch. Die prekäre Existenz mit Zweit- und Drittjob laugt sie so dermaßen aus, dass sie gar nicht mehr am Leben teilnehmen und von Paris außer den Gängen der U-Bahn nichts mehr sehen. „Métro-Boulot-Dodo“ wird so nicht mehr nur ein ironisches Wortspiel, sondern schlichtweg Realität.
Marion Messina untermauert die falschen Versprechungen sprachlich versiert, in kursiv erscheinen die immer wieder bemühten Phrasen, die sich jedoch als leere Worthülsen entpuppen. Ihr Roman erschien 2017 noch vor den aktuellen Protesten der Gilets Jaunes, sie legt aber den Finger in genau dieselbe Wunde und erfüllt damit eine der wesentlichen Aufgaben der Literatur: sie hält der Gesellschaft und vor allen denjenigen, die diese lenken, den Spiegel vor, in dem sie bei genauen Hinschauen eine schmerzverzerrte Fratze erkennen können. Auch 2020 noch einer DER Romane der Stunde.
Nelle pagine di copertina (in quarta e nel trafiletto in seconda) il nome di Houellebecq compare tre volte. Richiami in effetti ce ne sono - non che sia per forza un bene - ma c’è ancora da fare. È una storia di amore e abbandono tra Aurélie e Alejandro, prima a Grenoble e poi a Parigi. Ambientata 10 anni fa. Aurélie è una ragazza sola e senza soldi. Sente il bisogno di essere amata, ma di fronte a lei trova solo amori e lavori precari. Emergono fragilità, angoscia e l’impossibilità di cambiare lo stato delle cose. In una terza persona abbastanza distaccata l’autrice elenca considerazioni, qualità e difetti dei due personaggi. Lunghi elenchi anche per indagare e circoscrivere la società francese in cui vivono e si muovono, fatta di affitti assurdi e condizioni lavorative al limite. È tutto molto cupo, come scivolare dentro un imbuto e, a dirla tutta, questo modo di accumulare desolazione non mi ha del tutto convinto. Insomma, bene per il contenuto, talvolta un po’ meno per lo stile. Ne potrebbe uscire un film francese con molte sigarette, bocche imbronciate, cieli grigi e voce fuori campo. Analitico. [69/100] All’ingresso dell’appartamento dei miei vecchi – capisci cosa vuole dire vecchi? – c’è una scarpiera bianca. I miei genitori l’hanno comprata a dieci o venti euro da But o Conforama. Mia madre aveva subissato il venditore di domande, come se stesse comprando un mobile in quercia destinato a restare per generazioni in famiglia. Vedevo dalla sua testa che il venditore si chiedeva cosa stesse facendo lì. E mi chiedevo come era finito in quel magazzino di mobili in plastica per ascoltare i deliri di una casalinga. Perché mia madre sembrava così presa da quell’acquisto, dovevi vederla... Spiegava a mio padre che avrebbero dovuto andare lì con le loro scarpe per stimare esattamente quante paia ne potevano entrare nel cassetto in alto, e come affrontare il problema della puzza delle scarpe da ginnastica... Ora mia mamma aveva trovato la soluzione: piazzare uno stoppino profumato in cima ai mobili e disinfettare ogni giorno le maniglie. A volte profuma di lavanda o ha un odore marino ma la fragranza sintetica non è mai abbastanza forte da nascondere l’odore dei piedi, e così produce combinazioni disgustose... Mia madre compra qualcosa perché è economico. Improvvisamente è felice. Con questa logica da povero un po’ scemo ha sempre la sensazione di comprare cose che la rendono felice.
La donna perfetta era quella che puntava tutto sul culo, che accettava tutte le fantasie dettate dall’industria del sesso senza metterle in discussione; lei lo aveva capito col suo primo pietoso amante che voleva incularla senza chiedere il suo parere, come se il suo ano fosse stato una seconda vagina, lui che come molti altri fantasticava su una piccola figa di bambina, tornata per una perversa inversione di valori il simbolo assoluto della sessualità compiuta, sebbene soggetta ai desideri dell’uomo solo. Erano milioni ad essere intimamente convinti che il loro gusto per il sesso infantile, l’eiaculazione facciale e la sodomia fossero soprattutto una questione personale, che la pornografia non avesse in alcun modo influenzato il loro immaginario.
Un libro in cui mi sono ritrovata davvero molto. Credo che descriva bene alcune delle sensazioni che noi Millenials ci troviamo a vivere. In più, si legge in pochissimo tempo e regala ottimi spunti di riflessione. Super consigliato.
Marion Messina – ein weiblicher Houellebecq? Dieser Aussage möchte ich mit aller Kraft widersprechen!!
Zunächst worum geht es in Marion Messinas Roman „Fehlstart“: Aurélie hat als erste in ihrer Familie das Abitur gemacht und sich zum Jurastudium angemeldet. An der Universität trifft sie auf gelangweilte Dozenten und die Mehrzahl der KommilitonInnen sind aus besseren Verhältnissen und haben im Gegensatz zu ihr keine Zukunftsängste. Aurélie bleibt die Außenseiterin aus der Arbeiterfamilie. Nur bei Alejandro, einem jungen Kolumbianer, findet Aurélie halt und verliebt sich in ihn. Das Studium bricht sie ab und als auch die Liebe zerbricht, zieht sie nach Paris, um dort neu anzufangen. Doch auch in Paris ist sie eine Außenseiterin, die sich durch eintönige Jobs versucht über Wasser zu halten.
Soviel zum Inhalt. Auf sprachlicher Ebene ist der Roman eine reine Aufzählung von ereignissen die herunter gerasselt wird. Die Sprache ist nicht originell und unschön zu lesen. Die Figuren sind flach und ohne Charakter gezeichnet, so das beim Lesen kein Interesse entsteht das Schicksal von Aurélie weiterzuverfolgen. Das Buch liest sich wie eine Sozialstudie über das Leben junger Menschen in Frankreich, aber nicht im guten Sinne. Die Themen die Messina in ihrem Roman anspricht, das Schul- und Hochschulsystem, die kapitalistische Arbeitswelt, sowie die Chancengleichheit, sind durchaus wichtige Themen, diese werden aber schwach aneinander gereiht, so das keines der Themen Raum zur Entfaltung hat.
Der Roman versucht zu viel, der Roman hätte ein gutes Essay abgegeben, aber keinen guten Roman. Jetzt zum Vergleich mit Houellebecq: Auch Houellebecq bedient sich eines essayistischen Stiles, aber der Unterschied zu Messina ist, dass bei Houellebecq dieser Stil mit einer schönen Sprache und mit runden Charakteren wiedergegeben wird, sodass man gefangen ist und weiter lesen muss. Der Vergleich zu Houellebecq hinkt. „Fehlstart" von Marion Messina ist ein Fehlstart gewesen. Alles, was Literatur ausmacht, fehlt diesem Buch. Es gibt keine schöne Sprache, keine lebende Geschichte und kein Grund weiter zu lesen.
Per un'immensa parte dei giovani francesi, l'università era una scelta di default, un universo in cui si trovavano parcheggiati per non far esplodere la percentuale di disoccupazione. In realtà l'uguaglianza delle possibilità diceva solo che la lepre e la tartaruga disponevano delle stesse possibilità sulla linea di partenza.
Se il valore di un romanzo di valutasse solo in base alla sua capacità di riuscire a cogliere lo spirito del tempo, il famoso Zeitgeist tanto caro a Goethe, Falsa partenza sarebbe da dieci. Raramente ho ritrovato condensata in un libro tutta l'amarezza, la frustrazione e la disillusione che contraddistingue la mia generazione, costretta ad avere un master, un certificato che attesti un C1 in almeno tre lingue europee, completa padronanza di Excel, Premiere, Photoshop e Illustrator, 5/7 anni di esperienza pregressa e un paio di ori olimpici per ottenere un colloquio in un posto di lavoro che trent'anni fa avremmo ottenuto anche senza laurea.
Anche le relazioni instaurate dai protagonisti sono caratterizzate da una simile precarietà e da un comprensibile egoismo: nessuno è tanto ingenuo da fare piani sul lungo periodo o da pensare più in là di un paio di settimane.
Il sesso era diventato l'ultimo piacere epicureo per una generazione nutrita di alimenti di scarsa qualità e insipidi, in evoluzione verso un universo culturale e artistico tendente al nulla.
Un libro molto cupo e molto crudo, forse troppo. La trama non procede, è cristallizzata come la vita dei suoi protagonisti, non troppo apprezzabili (forse perché troppo umani).
Consigliatissimo per farsi prendere dallo sconforto mentre si invia la sessantaduesima candidatura che resterà senza risposta.
Questo libro mi ha lasciato a dir poco perplessa e frustrata. La storia segue due personaggi, lei francese figlia di proletari, lui immigrato colombiano in cerca di qualcosa. La cornice è quella della Francia (prima provinciale poi cittadina) negli anni 2000, popolata ormai da giovani disillusi, persi e arresi al precariato. E poi il vuoto. La frase più emblematica del romanzo è la seguente: “Il sesso era diventato l’ultimo piacere epicureo per una generazione nutrita di elementi di scarsa qualità e insipidi, in evoluzione verso un universo culturale e artistico tendente al nulla”, ed è così che mi sento di giudicare questa storia, insipida, tendente al nulla. I due protagonisti sono scialbi individualmente e insieme non hanno chimica sebbene il loro rapporto venga spesso descritto in termini di grande amore passionale, ma pure le scene di sesso sono scialbe (poi boh, Messina ha un modo di parlare di sessualità che nemmeno il mio professore di anatomia - “appendice erettile” e ho detto tutto). Lasciando da parte la cornice e le critiche sociali (sicuramente interessanti), senza una storia d'amore di sostanza, la storia ha in sé davvero poca attrattiva. In ultimo, ho trovato la scrittura molto distaccata, poco coinvolgente, non mi ha trasmesso nulla, ma penso che sia più una questione di gusti che altro. Apprezzo il tentativo, ma per me è no.
"Una donna si sostituisce, mentre si vive una sola volta."
Che pugno allo stomaco, questo libro. Aurélie e Alejandro sono legati da un romanticismo grottesco, mascherato da storia d'amore. Vivono un intreccio di ossessione ed indifferenza cinico e doloroso. Entrambi hanno voglia di cambiare le cose, di diventare padroni di quella che sembra una vita dal finale già scritto. E' il senso di sconfitta e disillusione, però, a vincere: non c'è speranza, non c'è redenzione. E' una falsa partenza. Parigi viene ritratta come una città spietata, che consuma, priva di disincanto e votata al compromesso. La narrazione è fredda e distaccata, talvolta fin troppo cruda nella sua schiettezza. Sicuramente un ottimo romanzo d'esordio ma non so se lo consiglierei, lascia troppo amaro in bocca.
"Lei si sentiva bloccata tra un mezzo operaio non molto curioso, pronto a ringraziare, rispettoso, sottomesso e timoroso, e una classe media istupidita, deliquescente, che sembrava impaziente di far liquidare quel poco di dignità sociale e intellettuale che lei avrebbe potuto ereditare."
"Mi hai confessato che ti ero mancata. Ho fatto fatica a crederti ma ho scritto da qualche parte nella mia carne questa frase, e ogni tanto la ritirerò fuori, per riscaldarmi."
Mi è piaciuto molto, forse perché a tratti mi sono rivisto nei personaggi del libro. Fatto sta che Marion Messina fa una disamina perfetta del mondo contemporaneo... Come Houellebecq d'altronde, solo che la prospettiva cambia.. Non più vista con gli occhi di un uomo di mezza età, quadro o impiegato insoddisfatto, ma la prospettiva è quella di una ventenne disillusa figlia di genitori della classe media... Classe media che, come Marion Messina racconta, probabilmente non esiste più.
"Era sprovvista di desideri; alle soglie dei diciannove anni si era risolta a vivere solo per risolvere piccoli problemi quotidiani. La sua generazione non aveva nessuna guerra cui opporsi, nessuna vera difficoltà, assolutamente nessuna prospettiva. Era il grado zero della sofferenza, un lato B dell'esistenza."
L’università che non è un’occasione di crescita o di preparazione, ma un luogo dove scaricare giovani affinché non affollino subito il mondo del lavoro; i lavori interinali pagati una miseria e inutili; la sensazione di essere nati troppo tardi per usufruire delle possibilità di benessere delle generazioni precedenti, di vivere in un mondo dove l’ascensore sociale è bloccato da tempo. “Falsa partenza” è un romanzo ambientato nella Francia di Sarkozy, quella che ha appena visto la crisi del 2008, ma potrebbe essere ambientato in qualsiasi Paese occidentale e in qualsiasi anno degli ultimi due decenni: una vita piena di false partenze, di impossibilità o di difficoltà nel costruirsi una vita propria, di lavori sfinenti, precari e sottopagati sono temi che toccano molti giovani. I due protagonisti sono Aurèlie, figlia di una famiglia operaia di Grenoble, e Alejandro, emigrato dalla Colombia in Francia per studiare, vivono da studenti a Grenoble e poi da lavoratori precari a Parigi una storia d’amore all’insegna delle difficoltà comunicative, ma con sentimenti sinceri: tuttavia, nemmeno l’amore è abbastanza per far funzionare una relazione in questo mondo precario, è schiacciato da tutto il resto. Tutto in questo libro è tagliente, trasmette il senso di precarietà in cui i protagonisti vivono tutto, dai lavori alle relazioni. Il linguaggio e lo stile trasmettono la crescente disillusione di Aurèlie e Alejandro sul mondo, la loro sensazione di essere bloccati in un circolo vizioso infinito di false partenze da cui non esiste più la via d’uscita.
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“Lei era sicuramente troppo proletaria, lo si notava da lontano, per essere invitata in appartamento con i soffitti modanati e il parquet Versailles, a casa di figli di dentisti o consiglieri generali dei partiti politici della maggioranza. Troppo timorata e riflessiva per la cultura del divertimento, non si sentiva al suo posto in nessun luogo. Mai veramente a suo agio con nessuno, eppure desiderosa di giocare il gioco cui ci si aspettava che partecipasse in allegria, aveva la sensazione di essersi persa qualcosa delle spiegazioni della vita, sentiva che delle cose succedevano senza di lei, senza che lei sentisse la minima tristezza, ma solo incomprensione mista a frustrazione.’ Cit
“Cittadino del mondo era l’ultimo capriccio di un popolo sazio che si muove senza rischiare la vita” cit
“Se tu sapessi come mi manca il silenzio, quanto mi fanno orrore le conversazioni sterili e cortesi. Con te è tutto spontaneo, naturale. Io non chiedo. Non ho dubbi. Ti do tutto, e mi resta sempre qualcosa” cit
Ho letto Falsa partenza. È sicuramente un libro interessante, ma nulla di trascendentale. La scrittura, per quanto abbia delle punte originalissime, mi è sembrata un po’ acerba (e vabbé, direte voi, è un esordio. Infatti.) Non leggete la quarta di copertina prima di leggerlo perché tanto è fuorviante, vi aspetterete una storia d’amore e non riuscirete a trovarla. È invece la storia di una (o due o tanti) millennial come migliaia di altri e della sua precarietà professionale e sentimentale. Non so se Marion Messina sia LA voce della mia generazione, non credo, ma è certo una delle tante voci. Non so però se mi basta più collezionare autrici mie coetanee che a sprazzi arrivano a toccare temi che mi interessano. In conclusione: Falsa partenza ok, non male, finale davvero bello, sono un po’ tiepida perché mi aspettavo molto di più.
Interessante per il primo terzo. Nel resto del romanzo l’autrice pretende di fare della critica sociologica acuminatissima — su temi interessanti, per carità: la mercificazione dei corpi, delle relazioni e dello svago, la divisione in caste in base a cui sopravvive il sistema-Parigi, ecc — tutta imbastita però su toni passatisti e giudizi di valore rispetto a concetti di “norma” e di “prima” che decontestualizzati non hanno per me alcun senso. Il risultato è un’invettiva ripetitiva e per nulla originale né utile su quanto faccia schifo il mondo, siano vuoti i rapporti, superficiali i giovani, leggere le donne, blablabla. Il punto più basso, per quanto mi riguarda, è il momento in cui la narratrice si lamenta del fatto che la vita di famiglia non sia più una tappa obbligata, ma una scelta (il che tra l’altro è tutto da provare): dove andremo a finire, signora mia! Il tutto condito con uno stile piatto e aridissimo e un impianto narrativo di scarsissima presa. Insomma: per fortuna dura poco.
Set in the couple of years after the 2008 financial crisis, this novel follows a young French woman and Colombian man as they navigate a society (that continues today) in which multiple degrees qualifies someone to work long hours at low pay and finding an affordable apartment requires cramming multiple tenants in the same space--or pretending to love someone you don't.
Short on plot but long on ideas, I kept finding myself saying YES! to the social commentary and philosophizing about the France of the novel, which has many parallels to the New York/USA I've experienced in the last decade.
Qualcosa non mi ha convinta, forse i toni troppo cupi e a tratti forzati. Lo consiglierei comunque per chiunque voglia allenare uno sguardo più consapevole sulle nuove generazioni.
“Dobbiamo smettere di lamentarci di vivere meno bene di loro. Hanno vissuto un’epoca di piena occupazione, entravi in un negozio per comprare delle pantofole e il giorno dopo eri tu il venditore di pantofole, potevi diventare un rappresentante senza un solo diploma”
"Aurélie era molto giovane, aveva ancora molti anni da vivere e questa prospettiva non la rallegrava. Non era presa da grandi deliri mistici per sapere se c'era una vita dopo la morte, ma una davanti."