Nelle prime pagine l’autore mi ammonisce, quasi mi sgrida!
Tutto quello che noi sappiamo o crediamo di sapere sugli americani, il sistema sanitario, la loro mentalità, eccetera è frutto di luoghi comuni, banalizzazioni.
Anche se, su qualche punto di questa introduzione (per esempio il fatto che i ragazzi neri vengano incarcerati di preferenza rispetto ad altre categorie), storco il naso perché mi sembra difficile affermare che si tratti di una mia falsa impressione, accetto questa critica che fa da presupposto, mi faccio umile e inizio a leggere con entusiasmo.
Dopo qualche pagina però, sorge la perplessità; qui ce ne sono eccome, di generalizzazioni e di pregiudizi.
Inizia a sorgere il dubbio che l’autore ci tenga a criticare i luoghi comuni degli altri per imporre i propri.
Fa affermazioni categoriche senza documentazione o note bibliografiche; esempi: afferma che NESSUNO MAI informasse i pazienti dei rischi relativi ai farmaci oppiacei negli Stati Uniti. Un’affermazione così forte andrebbe suffragata da qualche dato concreto, mi sembra difficile pensare che mai nessun medico, su milioni e milioni di casi, abbia dato un’informazione sui farmaci.
Altri esempi? Cito testualmente: “la cultura statunitense preferisce da sempre alla prudenza una certa ingenua e avventuriera incoscienza, soprattutto quando si tratta di inseguire qualche comodità in più”.
Che grande, gigantesca, superficiale generalizzazione..
Ce ne sono ancora di peggiori sull’Europa, vista come retriva, poco stimolante, preda delle leggi, contrapposta a una California super frizzante e meravigliosamente imprenditoriale… Pagine che sono la fiera della promozione del neoliberismo, ignorando tutti gli aspetti negativi di alcune società della new economy americana e i motivi che hanno indotto l’Europa a creare legislazioni per arginare il loro comportamento aggressivo e scorretto.
C’è insomma molto giudizio personale, molta chiacchiera da bar e poca saggistica concreta, intesa come ricerca documentata.
Il testo è quindi particolarmente discorsivo e leggero, ma mancano elementi tangibili e misurabili.
Costa inserisce spesso dati, ma senza citare fonti o bibliografie, non so quindi se siano accurati, presi da Internet o trovati chissà dove e quando.
Qualche statistica buttata qua e là e uno studio citato (uno! Su centinaia di affermazioni che dovrebbero avere una base statistica documentata) non rimediano a un pasticcio che è tutto fatto di opinioni personali, dati letti da qualche parte e riportati come verità, senza poter valutare se siano prelevati da fonti affidabili o meno.
Sembra un saggio scritto da qualcuno che non ha la formazione e le competenze del saggista; principalmente per il citare continuo di statistiche, senza indicarne la fonte. Ma anche per l’inserire giudizi piuttosto ampi e categorici senza suffragio di fonti, e così via.
L’autore cade, insomma, nell’errore da cui ci ha redarguiti all’inizio: riporta continuamente e con sicumera stupefacente le sue opinioni, forse anche giuste in molti casi, come se fossero verità.
Mi sembra inoltre che ci sia una mescolanza fastidiosa: si tratta di un testo sociologico? Di un report di dati e problematiche? Di un commento etico? Un’analisi politica? O un racconto fra amici, guardando le diapositive del viaggio sulla Route66?
Un po’ tutte queste cose insieme, senza farne bene nessuna.
I dati si mescolano alle impressioni personali, in un capitolo che parla di una città si fa una breve digressione su un argomento e poi su un altro, trattandoli tutti con superficialità.
Trovo l’apoteosi negativa nelle due facciate dedicate alla schiavitù e alla conquista di alcuni diritti civili da parte della popolazione nera, due paginette sbrigative e incredibilmente superficiali che non riportano praticamente una data, un nome di movimento, un personaggio chiave.
Parlando di stile, il linguaggio è francamente troppo colloquiale e giovanilistico, si distingue per termini come “copincollare” o “sbattersi a inventare qualcos’altro”.
Peggio ancora: per alleggerire un tono già francamente troppo leggero, utilizza continuamente citazioni pop come fonti, specialmente serie televisive. Mi rendo conto che vadano molto di moda negli ultimi anni, ma utilizzarle come basi attendibili o rafforzative in un discorso sociologico e politico mi pare eccessivo: the west wing, mad men, black panther, e via all’infinito.
L’autore mi cita come ipotetiche dimostrazioni dell’attuale integrazione americana l’unico film che ha il cast di colore, l’unico film che ha un cast asiatico, l’unica hit pop sudamericana riuscita a raggiungere la vetta della classifica negli ultimi anni… Un meccanismo induttivo forzatissimo, paragonabile a voler dire che l’Italia è un paese multietnico aconflittuale perché il kebabbaro egiziano del mio quartiere va d’accordo con tutti.
La vetta di umorismo involontario è sostenere che Detroit sia una città post industriale e segregata razzialmente utilizzando, come argomentazione a sostegno, il fatto che un regista abbia deciso di ambientarci “Robocop”.
Quando affronta il tema politico il caos si fa totale, ci sono dati e discorsi mescolati in maniera confusionaria, un’idea segue l’altra senza una logica precisa e non si capisce quale sia la tesi di fondo o cosa stia cercando di dimostrarmi l’autore.
A volte dopo una pagina e mezza mi fermo, torno indietro e rileggo per capire dove voglia andare a parare (oltre che raccontarmi opinioni e fatti vagamente correlati fra loro).
La sensazione è di superficialità, estrema leggerezza e di una ricerca scritta per chi non ha proprio voglia di leggere saggi, ma preferisce ascoltare un podcast o informarsi guardando video su YouTube.
Che un giornalista abbastanza affermato approfondisca in questa maniera mi conferma (ormai non mi allarma nemmeno più, perché la consapevolezza è consolidata) la superficialità diffusa dei mezzi di informazione, di chi li fa e degli editori che li diffondono.
Mi rattrista e sconforta che un libro del genere abbia recensioni entusiastiche su queste piattaforme, e voti tanto alti (peraltro superiori a Dostoevskji, Angela Davis, Philip Roth,...).
Corrisponde alla formazione culturale e informativa attuale degli italiani, che sembrano assorbire acriticamente qualsiasi cosa venga raccontata (soprattutto se proviene da Internet o da un blog), senza cercare di capire se chi l’ha scritta stia dando informazioni documentate oppure opinioni personali.
Ci sono persone che formeranno, quindi, le proprie opinioni sugli Stati Uniti basandosi su questo libretto vacuo...
Lettori, un saggio è una ricerca: si analizzano fonti e informazioni e le si raccoglie in maniera organica, creandone nuove conclusioni o verificando l’accuratezza delle vecchie e citandole.
Se invece - per rendere le cose più leggere e fare meno fatica - sto solo riportando dati altrui senza nemmeno citarli, quello si chiama plagio.
L’altra possibilità è forse ancora peggiore: se non sto creando una ricerca mia e non sto citando dati altrui, ma mi sono fatto un’opinione leggendo qua e là e ora scrivo, senza appoggiarmi particolarmente sui dati: questo si chiama riportare le proprie opinioni, spacciandole per fatti.
Vorrei aggiungere che questa preziosità di libro si acquista per ben 18 € e sarà costato circa sei mesi di lavoro; poveri sociologi veri e scrittori seri, che dedicate anni alle vostre ricerche..