La condizione di straniero è destinata a diffondersi. Ma la mobilità che ci piace celebrare si scontra con le frontiere che gli Stati nazione erigono contro i "migranti", trattati più come nemici che come ospiti. Spinti a compensare l'ostilità dei loro governi, molti cittadini si sono trovati costretti a fare qualcosa: accogliere, sfamare o trasportare viaggiatori in difficoltà. Hanno così ridestato un'antica tradizione antropologica che sembrava sopita: l'ospitalità. Questo modo di entrare in politica aprendo la porta di casa rivela però i suoi limiti. Ogni sistemazione è una goccia d'acqua nell'oceano del peregrinare globale e la benevolenza alla base di questi gesti non può fungere da salvacondotto permanente. Michel Agier ci invita a ripensare l'ospitalità attraverso la lente dell'antropologia, della filosofia e della storia. Se da un lato ne sottolinea le ambiguità, dall'altro ne rivela la capacità di scompaginare l'immaginario nazionale, perché lo straniero che arriva ci obbliga a vedere in modo diverso il posto che occupa ciascuno di noi nel mondo. Prefazione di Adriano Favole.
the theme of this book is undoubtedly relevant, and today this relevance only increases. However, the style of it appears so self-congratulatory that sometimes it's hard to grasp the point Agier is trying to make. Upon finishing it I'm definitely left with a lot of insightful input and relevant reflections, but I was expecting an essay that was clearer from a theoretical point of view and that specified the author's perspective more explicitly instead of amassing a series of often contradictory trains of thought. Nonetheless I recognize the importance of a book discussing the changing figure of the "stranger" and that questions us on how we should shape our view of hospitality accordingly.