Le cento poesie d'amore e silenzio di Antonia Pozzi, curate da Elisa Ruotolo, raccolte un'edizione che riunisce il meglio della produzione poetica di una delle più grandi voci del Novecento. Un percorso che condivide la testimonianza in versi di come "Antonia amasse disperatamente la vita e sentisse il fuoco attraversarla come riesce solo a chi è ferito" e "scelse di essere irragionevole, di non restare in riva alla vita, ma di sconfinare nell'illecito diventando per sempre una scheggia conficcata nel cuore dell'azzurro, nel ventre di quel cielo che restò sempre lontano".
È sempre bello leggere la voce di una donna in poesia dopo anni in cui si è sempre considerato il 99% delle volte quelle degli uomini.
Ed è sorprendente leggere la voce di una donna giovanissima (le poesie iniziano da quando lei ha 17 anni) che sembra essere già adulta: piena, purtroppo e per fortuna, di quella pienezza che solo l’aver vissuto ti da.
Ma da un lato forse è proprio questo il problema. La ricerca di arcaismi, l’andare a capo un po’ “a caso” fanno percepire la poesia veramente “vecchia” a volte sebbene i temi di cui lei parla siano molto attuali e condivisibili.
Mi rammarica solo che non sia cresciuta: chissà quali splendide poesie avrebbe creato se fosse vissuta sol poco poco di più.
Questa è la prima raccolta di poesie che leggo per intero; vi ho trovato molte belle immagini, una lingua pulita e piana, ma mi è mancato un po' di quel quid che mi aspettavo di trovare, un po' di meraviglia. Mi sembra che pur avvicinandosi a temi importanti (la solitudine, la fede, l'amore), non vada mai oltre la riflessione sui suoi stati d'animo. Non mi sono stupita, e non ho avuto illuminazioni particolari. Per ora o metto da parte, per vedere se dopo altre esperienze e letture posso cambiare giudizio. E mi segno di leggere Tonio Kröger, di cui sembra che Pozzi fosse un'estimatrice.
[3.5] Quelle di Antonia Pozzi sono poesie sopraffini per quanto riguarda la composizione, ma che ho trovato poco emozionanti nella mia esperienza di lettura. L'autrice ha una proprietà lessicale e concettuale strabiliante e invidiabile sin dalla più tenera età (scrive le prime poesie della raccolta che non era neanche maggiorenne), eppure nella pulizia dei suoi versi sono riuscita raramente a ritrovare sentimenti di più ampio respiro che potessi condividere io stessa. Penso che la poesia, al netto delle capacità di chi la scrive, sia perlopiù una questione di empatia con temi trattati e parole scelte: purtroppo questa volta l'impatto emotivo per me è stato poco.
Pozzi amava la vita, è per questo che ha scelto di abbandonarla. È come quando ami qualcuno che continua a tradirti: cos'altro puoi fare se non lasciarlo? Nei suoi versi c'è la febbre di chi vuole immergersi nell'esistenza, fondersi con la natura e col cielo, di chi vuole possedere la vita, amare, scoprirsi madre. C'è anche, nelle sue poesia, un'ombra cupa di morte e di inquietudine. Questo non solo perché l'amore bramato le si è ripetutamente negato, ma anche perché Antonia vive l'insofferenza di una generazione che non accetta la società che la culla, in cui la bandiera fascista si impone e a cui nemmeno più l'arte riesce a dare un senso. Il suo solo rifugio è la natura, l'unico luogo in cui sembra poter raggiungere quell'io dai contorni ogni giorno più sbavati. Il paesaggio, le montagne, le rocce, una volta descritti le consentono di chiarire se stessa, quella sua tumultuosa condizione interiore. La sua poesia è una poesia d'amore e, appunto, di silenzio, perché dal silenzio si forma e del silenzio si nutre. Antonia si lascia morire vicino ad un fosso, sul terreno umido, fondendosi finalmente alla terra tanto amata. Lì solo troverà la pace.