Forse per l'ambientazione prevalentemente milanese, questo libro mi ha subito ricordato i vecchi romanzi di Andrea de Carlo, dove l'umanità è ugualmente divisa in due: da una parte i conformisti, quelli con la cravatta, la bella macchina, il cappotto di cammello, e nessuna idea in testa, sempre tronfi e corrotti, dall'altra i creativi, irrequieti, giovani, belli, arrabbiati, liberi, tormentati, intensi, febbrili. Qui è lo stesso: personaggi e situazioni stereotipate, banalità e luoghi comuni. Che noia questa Sofia eternamente ribelle, sempre incazzata e sempre bastiancontraria, con gli anfibi e i capelli viola, che dice sempre no, che non saluta, non mangia, non studia, non si conforma, non si innamora, tenta il suicidio, scrive canzoni sentimentali e vuole fare l'attrice. Che noia Yuri, il regista bello e dannato, impasticcato e insonne, che si consuma gli occhi su un film dove non si vede altro che “lei mentre vive”. Che noia Leo che ti porta a esplorare le periferie, i capannoni abbandonati, i gasdotti e le rotaie, che pasticcia nelle officine e fa cose con i materiali recuperati nelle discariche e non vuole essere definito artista. Che noia la giornalista di Lotta Continua che si rifugia a Parigi, il quartiere residenziale recintato con le casette fasulle, le feste degli studenti dove c'è sempre un ubriaco che resta a dormire sul divano. Che noia, che noia, che noia. Tutto già visto, già sentito, già letto. Si salva solo il personaggio del padre di Sofia, interessante perché non è né buono né cattivo: poveretto, avrebbe meritato qualche pagina in più. Ecco, la seconda stellina grazie a lui.