Giovanni Testori si misura con la monumentale, ingombrante memoria del Manzoni, rileggendone la straordinaria contemporaneità di temi e personaggi. "I Promessi sposi alla prova" debutta nel 1985 al Salone Pier Lombardo, per la regia di Andrée Ruth Shammah, protagonista Franco Parenti. Si tratta di un'azione teatrale in due giornate in cui gli attori, chiamati a rappresentare il capolavoro manzoniano, dialogano sulle sue possibili interpretazioni sotto la guida di un Maestro. Si ha così un'inedita lettura del romanzo, tutta nel segno della speranza, perché per Testori nei Promessi sposi "è il popolo, l'uomo, ad incarnare la storia", riconoscendola come un dono da portare a compimento.
Giovanni Testori, critico d'arte, poeta, autore teatrale e romanziere, è stato tra le personalità intellettuali più complesse del secondo Novecento. Negli anni Cinquanta ha raccontato la periferia milanese nel ciclo I segreti di Milano. Per il teatro, con la Trilogia degli scarrozzanti (L'Ambleto, Macbetto e Edipus), ha creato una personalissima lingua drammaturgica, proseguita con gli oratori di argomento sacro, quali Conversazione con la morte, Interrogatorio a Maria e Factum est, e culminata con la messa in scena del romanzo In exitu, uno dei suoi capolavori. La sua ultima opera, quasi un testamento fra teatro e poesia, è Tre lai.
Non è facile rendere in poco più di 180 pagine qualcosa di così denso come I Promessi Sposi, ma Testori riesce a mantenere tutti i punti più importanti, con anche momenti di metaletteratura (notevole il testoreggiare) e senza calcare troppo la mano sulla questione Provvidenza, cosa che temevo dato che è un testo post-conversione. Alcuni momenti di auliche riflessioni li avrei un po' tagliati.