Saggio assai famoso, che quando uscì ebbe un impatto notevolissimo sulla storiografia tardoantica e medievale europea: Pirenne per la prima volta traccia il solco e i limiti della sua celebre tesi, che riasumendo per sommi capi dice che:
a) si può definire una teoria generale, valida per tutta Europa, che spiega come le città siano rinate (e in molti casi letteralmente rifondate) dopo il cataclisma barbarico dell'alto medioevo;
b) la rinascita delle città si spiega con il rifiorire del commercio: intorno al nucleo dei borghi murati in cui s'erano rifugiati i nobili al collasso cittadino, nasce un borgo nuovo , abitato da una masnada di fuoriusciti e scappati di casa che formeranno la borghesia cittadina e la nascente classe mercantile;
c) il commercio sparisce completamente quando gli Arabi irrompono sulla scena mediterranea nel VII secolo, dividendo nettamente in due l'unità mediterranea, fulcro del commercio antico, e determinando l'appassimento dell'economia europea, priva pure di monete prezioso in quanto venute meno le fonti di approvviggionamento dell'oro (storicamente, la via che congiunge attraverso il Sahara l'Africa tropicale con la Tunisia). I Carolingi, inaridito il commercio, concentrano tutta la loro attenzione sulla terra - l'unico bene economico superstite - amministrando un regno esclusivamente agrario e fondato sulla pura sussistenza.
Ora, il libro è degli anni Venti, e della tesi di Pirenne oggi rimangono letteralmente brandelli. Innanzitutto la tesi per cui le città ebbero il decorso storico tipico del modello di cui sopra - che Pirenne riprese analizzando le città della sua terra, ovvero sia dei Paesi Bassi, olandesi o belgi - non è affatto estendibile in tutta l'Europa Occidentale. E il vulnus , come dicono di solito gli spregevolissimi giornalisti, lo rappresentarono proprio le città italiane, che Pirenne conosceva solo sommariamente. Esse in parte sparirono negli anni delle grandi migrazioni, ma in gran parte sopravvissero: ritratte, impoverite, in rovina, agresti ma sopravvissero e resistettero come baluardo, grazie alle mura romane, alle ondate che regolarmente gli si abbattevano contro. Lì dentro, lo spirito municipale e la borghesia sopravvissero, come braci sotto un gran spessore di cenere (e l'effetto occultante della cenere lo ebbe spesso il vescovo, che rimase - coi duchi longobardi, in qualche caso - l'unica autorità presente in città, sia politica che amministrativa). In esse la continuità col mondo romano non viene di fatto mai meno.
Altro problema: Pirenne non spiega perché a un certo punto, quasi magicamente, il commercio rifiorisce. La spiegazione, stranamente, è un vago riferimento a una causa esogena, che risponde al nome di Venezia: mercanti per necessità, i veneziani, forti dei loro contatti con la ricca e florida economia monetaria bizantina, riuniscono i due mondi, immettendo in Europa quel flusso d'oro in grado di far ripartire la circolazione monetaria; quindi, la moneta in movimento richiama i beni, che cominciano a muoversi e di pari passo cresce la popolazione. Tesi evidentemente che non sta in piedi, poiché il commercio si genera unicamente se vi è un surplus di beni e se vi è qualcuno disposto a comprarli: quindi non è la crescita demografica che segue la rinascita commerciale, ma casomai il contrario! Migliori condizioni climatiche (dato ormai noto) causano un incremento demografico sul finire del Millennio; questo implica un aumento della produzione agricola (spesso utilizzando terreni incolti, paludosi o boschivi) e quindi di beni manifatturieri; il mercante arriva per ultimo, colloca dove servono al momento le derrate alimentari e artigianali, provenienti da un'altra parte dove invece vi è un esubero; rinvigorendo il commercio, riprendono piede le transazioni economiche, che ovviamente prediligono i metalli preziosi quando diventano corpose: che Carlomagno avesse abbandonato la monetazione aurea non dimostra nulla, se non che l'atrofia del commercio e la prevalenza dell'economia agraria - e quindi dello scambio in natura - su questo, necessitasse l'abbandono di una monetazione fondata su metalli preziosi, che non avevano sostanzialmente più senso.
Ma , e trattasi di un ma grosso come il mio disgusto per i giornalisti, sul terzo punto Pirenne ha un'intuizione geniale: spostare l'inizio del Medioevo dal 476 (data sostanzialmente passata inosservata ai più, all'epoca) al VII secolo, quando l'orda maomettana si abbatte sul Mediterraneo come una forza mai vista prima, abbattendo facilmente le difese dell'Impero bizantino, uscito dissanguato dall'inutile guerra d'Italia contro i Goti. Fin lì, i barbari, lungi dall'essere delle bestie assetate di sangue, erano subentrati alle classi dirigenti romane spesso conservando gran parte di quel mondo e di quella cultura.
Tutto cambia con le guerre gotiche, che sono un nodo assolutamente cruciale della storia europea: Giustiniano vi si impegola per vent'anni, cavandone alla fine un paese distrutto, disabitato che non ha nulla da pagare e dovendo per necessità sguarnire le frontiere settentrionali e orientali: da lì, nei decenni immediatamente successivi, giungeranno le ondate slave e arabe che cambieranno la faccia dell'Europa per sempre. Ma, come dice Pirenne, gli arabi tagliano in due il Mediterraneo, la principale via commerciale del mondo: il commercio tracolla (ma non sparisce, come lui sostiene), gli afflussi di beni dal ricco Oriente si interrompono in larga parte (ma non del tutto), i ricchi nobili discendenti dei barbari conquistatori si incastellano e si dedicano a gestire le prioprie terre avute in feudo (ma non tutti), le città entrano in atrofia (ma, almeno da noi - ma non solo da noi - sopravvivono come centri di potere, d'industria e di commercio), il commercio langue (ma non sparisce!), la società si immobilizza e si addormenta.
Insomma, Pirenne conferma che non si possono in storia fare grandi teorie generali, perché i particolarismi sono fortissimi e non possono essere trascurati, un pò come un pallone gonfiabile: più aumenta l'estensione geografica di una teoria storica, più aumenta la probabilità di incontrare spigoli o spazi angusti nei quali risulta vano cercare di farla entrare; e più si spinge per riuscirci, più è probabile che il pallone ti esploda in mano. La storia non ha le possibilità di generalizzazione e di approssimazione che ha, ad esempio, l'ingegneria, e questo perché ha solo teorie e non ha la possibilità di eseguire esperimenti empirici, che permettano di approssimare formule all'uso pratico ammettendo errori che, nel complesso, deviano in maniera insignificante il comportamento reale che sto studiando da quello che dovrebbe essere sulla carta.
Tuttavia , ed è un tuttavia forte come l'ignoranza cosmica del giornalismo odierno, al netto della teoria generale, Pirenne coglie tutta una serie di aspetti marginali con straordinaria lucidità (l'evoluzione storica della borghesia cittadina, le modalità della nascita di Venezia, l'impatto dell'invasione araba, la continuità fra mondo romano tardoantico e mondo romano-barbarico) e con analisi rivoluzionarie, oggi alla base della storiografia moderna. Il tutto raccontato con una capacità sublime, da affabulatore provetto (ben lontano dall'accademismo vigente in quegli anni e molto vicino a certi bravi saggisti contemporanei).
Da qui le 4 stelle: un libro veramente affascinante, che nei suoi errori da grandeur permette col ragionamento e l'analisi di comprendere meglio quell'epoca cruciale che fu l'occidente europeo a cavallo del millennio.