Il 19 luglio 1943 Lore Berger inviò il manoscritto di questo romanzo al premio letterario Gutenberg di Zurigo. Tre mesi dopo la giuria rese noto il suo verdetto: "La collina misericordiosa" era quinta in classifica, preceduta da quattro opere oggi dimenticate, ritenute allora più "edificanti". Lore Berger si era però suicidata, poco più che ventenne, il 14 agosto. Nella sorte toccata al suo romanzo avrebbe letto una conferma a quelle accuse di insensibilità e di conformismo ipocrita che "La collina misericordiosa" rivolgeva alla società e alla vita svizzera dell'epoca. Perché proprio questo è al centro della sua opera: il contrasto fra la sete di assoluto, il desiderio di vivere una grande passione dell'anima e del cuore e la meschina realtà dei sentimenti, degli incontri e delle avventure possibili.
Un libro tristemente brutto, disordinato, insulso. Perché scritto da una ragazza poco più che ventenne, chiaramente inesperta di vita e di scrittura, alla vigilia del suo suicidio; perché la grave depressione rende spesso mediocri e patetici (brutto da dire ma così è, so di cosa parlo e lo rispetto, ma senza ammantarlo di appeal), morbosamente egocentrici e compiaciuti del proprio dolore e delle proprie interminabili lagne autocommiserative - tutti sono felici e io no; come fa schifo il mondo come fa schifo la gente; siete tutti stupidi e cattivi; voglio solo morire. E questo libro non è altro che questo: una lagna. Inutile a chi legge (eccetto che per un altro depresso terminale, che troverà di che crogiolarsi nella melma della propria malattia moltiplicata per due, suo malgrado), evidentemente inutile anche a chi lo scrisse.