«Già: come si può guadagnarsi la vita inventando elzeviri?» si chiede Landolfi in «Des mois». D’altronde, per lui che dopo «Un amore del nostro tempo» (1965) aveva abdicato alla «follia» di raccontare storie, non c’era altra questione di sopravvivenza. Ma il punto è un quelli che Landolfi chiama «innocenti raccontini» nulla hanno a che vedere con gli altrui elzeviri. Sono infatti aguzzi e vertiginosi apologhi, aneddoti, memorie, dialoghi morali, visioni apocalittiche e tenebrosi incubi – come quello, indimenticabile, dello scrittore che offre la sua vita per salvare il figlio morente ma poi, atterrito al pensiero di lasciare incompiuta un’opera ormai matura, cede alla «più inaudita ignominia» e lo lascia morire. Elzeviri eccentrici, dove, catafratto di una lingua estranea, lucente e inscalfibile, ritroviamo tutto le complicate «macchine di parvenze» architettate dagli uomini; il destino che ci vessa in modo «elusivo, schernevole»; i gravosi eppure ineluttabili doveri nei confronti delle persone che «una mala sorte ha gettate in tua funesta balia»; la «vanità d’ogni possibile agitazione» che ci si rivela allorché abbiamo sperimentato «il tristo sapore della ... felicità raggiunta»; il diritto di por fine col suicidio a un «meschino calvario». Né poteva essere gli altri scrittori «si acconciano di ciò che è» – sono cioè acquiescenti alla «immaginaria realtà generalmente accettata». Non il radicale, disincantato, temerario Landolfi.
Tommaso Landolfi was an Italian author, translator and literary critic. His numerous grotesque tales and novels, sometimes on the border of speculative fiction, science fiction and realism, place him in a unique and unorthodox position among Italian writers. He won a number of awards, including the prestigious Strega Prize.
"In ogni caso stiano, i lettori, a quanto loro si comunica, e non cerchino di penetrare le intenzioni dell'autore, sovente a lui stesso oscure." (Questione di orientamento, p. 210)
Il libro, apparso per la prima volta nel 1978, raccoglie cinquanta elzeviri o, meglio, cinquanta “innocenti raccontini”. Alcuni bellissimi, altri un po’ meno, ma tutti accomunati da una cosa: l’eccelsa prosa di Landolfi. Che penna, gente, che penna..!
«Ammetteva, l'incauto: senza sapere che basta la menoma ammissione per essere perduti; perduti in un mondo dubbio, contraddittorio e soprattutto incomprensibile. I due si sposarono, e sposi felici sono ancor oggi... «Felici», così abbiamo convenuto di dire: in realtà cominciò in quel punto l'oscuro, talvolta l'ignominioso, l'ignoto. Il certo è che a lui non salta più l'uzzolo d'aggirarsi nelle stazioni morte. Non se ne vede infatti il bisogno: la sua vita, la sua vita medesima, è una stazione morta, dove nessun treno ormai ferma.»
Tutte le loro macchine elettroniche non sono che compassi gettati tra due punti. Tutto ciò che in mezzo essi non sanno che c'è (non lo sentono). Semplice: perché non sono poeti. Amen.