Tra gli orrori di cui la storia del Novecento è stata prodiga, pochi sono paragonabili alla condizione dei besprizornye, come venivano chiamati nella Russia postrivoluzionaria gli innumerevoli bambini e ragazzini rimasti orfani in seguito alla guerra, alla guerra civile o alla carestia. Stimati tra i sei e i sette milioni nel 1922, sporchi, vestiti di stracci, vagavano da soli o in gruppi per le città e le campagne in cerca di cibo, spostandosi nel paese aggrappati alle balestre sotto i vagoni dei treni, trovando riparo dal gelo negli scantinati delle stazioni o dentro i cassonetti, spinti dalla fame a un crescendo di aggressività e violenza che arrivava fino al cannibalismo. Né potevano offrire un’alternativa a quella vita gli orfanotrofi pubblici: strutture, in tutto simili ai lager dove bambini scheletrici giacevano ammassati in condizioni spaventose. E se negli anni Venti il problema viene studiato sul piano sociale, politico, giudiziario, psicologico ed educativo, in seguito saranno imposti il silenzio e la censura da parte di uno Stato che non può certo ammettere un simile sfacelo nel ‘paradiso' della società sovietica. Negli ultimi trent'anni il fenomeno è tornato oggetto di analisi e rigorose ricerche storiche. Ma solo Luciano Mecacci è riuscito, grazie a testimonianze dirette e documenti dell'epoca spesso trascurati, a offrirne una ricostruzione completa anche dall'interno, calandosi – e calandoci – nell'abisso umano dei protagonisti di vicende che possono sembrare, oggi, semplicemente inverosimili.
Luciano Mecacci è uno psicologo italiano, già professore ordinario di psicologia generale presso la Facoltà di Psicologia dell'Università degli Studi di Firenze. Ha lavorato nell'Istituto di Psicologia di Mosca, nel campo della psicofisiologia e della storia della psicologia russa e nel Laboratorio di Neurofisiologia del CNR di Pisa. E' socio dell'Associazione Italiana degli Slavisti.
Se dico “orfano” c’è un’alta probabilità che l’immagine più immediata sia quella di un bimbetto triste che ti guarda con occhioni imploranti. Gli orfani di cui ci parla Luciano Mecacci si riferiscono a bande di vagabondi che, soprattutto nel decennio tra il 1920 ed il 1930, imperversarono nella Russia Sovietica.
Sono i “besprizornye” letteralmente “senza [bez] controllo/sorveglianza /tutela [prizor]”. In italiano si traduce con “orfani, vagabondi” ma in realtà è un fenomeno che raduna un’infanzia che non sempre vede la mancanza reale dei genitori. Spesso, infatti, si tratta di bambini e bambine (generalmente tra i 7 e i 16 anni ma anche più piccoli) sia orfani sia abbandonati a causa delle carestie, della guerra mondiale e civile e in seguito anche i figli dei cosiddetti «nemici del popolo» rimasti soli dopo l’incarcerazione o le sentenze di morte di genitori e parenti.
Ricoperti di stracci, martoriati dai pidocchi, dilaniati dal freddo e dalla fame. Si uniscono spontaneamente in bande mettendo in comune l’istinto di sopravvivenza e un profondo senso di rancore verso una società che prima li ha abbandonati e poi li disprezza e li teme. Con il solito modus operandi sovietico, il problema sociale è affrontato in modi diversi seguendo l’onda politica del momento. Se inizialmente si istituiscono gruppi di lavoro pedagogici che studiano la questione e mirano alla rieducazione, negli anni ’30 sull'onda delle terribili purghe politiche, s’inizia a nascondere la polvere sotto il tappeto. Il diktat inviolabile è: vietato parlare di tutto ciò possa dare un’immagine violenta e misera della Russia sovietica. Un argomento che rimase tabù fino agli anni ’60. Nel 1935 si abbassa a dodici anni l’età per perseguirli penalmente per poi arrivare ad un decreto che annunciava falsamente la fine del fenomeno.
Mecacci, affermato psicologo che si è occupato di storia della psicologia e, particolar modo, di quella sovietica, attraverso testimonianze, documenti storici ma anche romanzi e film delinea questo fenomeno storico da un punto di vista diverso. Una prospettiva che cerca di rendere conto dei pensieri, dei linguaggi di questa miriade di bambini (nel 1922 ne furono censiti 7 milioni!!!) che hanno attraversato il territorio russo.
Il libro è strutturato in sette parti principali corrispondenti a sette azioni caratteristiche dei “besprizornye”: fuggire, mendicare, uccidere, rubare, drogarsi, prostituirsi, tormentare.
Libro molto interessante in cui, oltretutto, ho scoperto le ragioni del detto «i comunisti mangiano i bambini»...
"Nel romanzo Nel vicolo Protocny scritto da Il’ja Erenburg tra il settembre e il novembre 1926, i besprizornye sono chiamati «figli di nessuno» o, più incisivamente, «figli del cuculo» – abbandonati dai genitori presso un altro ‘nido’ nella speranza che qualcuno li accudisca, come fa il cuculo quando depone le uova. "
Questo saggio ben scritto e accompagnato da note esaurienti e documentate dello psicologo Luciano Mecacci racconta l’orrore del randagismo minorile sviluppatosi in Russia a cominciare dalla Rivoluzione di ottobre del 1917 e proseguito e ingranditosi negli anni successivi fino a diventare un grave problema per la società del tempo: gli strascichi della I guerra mondiale e della Rivoluzione d’Ottobre prima, la carestia che sconvolse il paese e le epidemie di influenza “spagnola” e di febbre tifoide poi, portarono alla decimazione di un numero incalcolabile di famiglie in cui i minori rimasero in balia di se stessi e provarono a trovare un minimo di equilibrio aggregandosi in gruppi sbandati dediti all’accattonaggio, al furto, alla violenza e alla prostituzione e in numero così elevato da rendere impossibile alla società del tempo di porre riparo e rimedio a un fenomeno che sembrava inestinguibile. Una lettura che genera in chi legge pietà e orrore, incredulità e pena.
Più che uno studio sui besprizornye è un’antologia di passi tratti da opere (molte delle quali romanzi) che hanno trattato il fenomeno, sopratutto negli anni 20/30.
Non mi ha convinta il modo in cui è scritto. Troppo frammentato, con troppe citazioni da altri libri. Mi è sembrato di leggere una sorta di puzzle di cui manca la cornice a tenere insieme il tutto. L'argomento invece è interessante. Ne sapevo qualcosa, anche perché le condizioni di vita della Russia comunista erano talmente misere che c'è da aspettarsi che i più deboli (in questo caso i bambini) ne patissero maggiormente le spese. Bambini abbandonati o perché rimasti orfani o perché i loro genitori non erano più in grado di occuparsi di loro. Bambini che cercavano di sopravvivere come potevano, dedicandosi a furti, prostituzione, soprusi. Vivevano in condizioni pietose, nello sporco, nei sotterranei delle città per poter stare più caldi. La società li considerava dei reietti e li temeva. Parlare di loro era considerato tabù perché non era ammissibile mostrare le pecche della neonata Russia comunista. Era tollerato parlarne solo per esaltare gli interventi attuati dal governo per aiutare l'infanzia abbandonata e redimerla, anche se in realtà era solo propaganda priva di sostanza.
Una storia di una Russia che nessuno sa, molto crudo e triste perche storia vera. La disperazione di bambini abbandonati da uno stato inesistente e da persone disperate che come ultima speranza folle per sopravvivere usano il cannibalismo. Tante citazioni ad altri libri, film, etc. per approfondire il problema.