I love you, I'll wait for you, come back.
Queste parole famose continuavano a tornarmi in mente mentre leggevo Just Send Me Word. Qui però non si tratta di un romanzo e di parole accuratamente scelte da un autore, ma di una storia vera, eccezionale, per il risolvimento, per la durata, per la pazienza.
I due protagonisti, Lev e Sveta, sono giovani moscoviti con molte speranze quando la guerra scoppia nel 1941 e Lev viene mandato al fronte. Viene catturato dall'esercito tedesco e spende quasi tutto il suo tempo da soldato come prigioniero. Alla fine di quella che in Russia viene chiamata Grande Guerra Patriottica, invece di venire ringraziato viene accusato di aver fatto la spia per i tedeschi e, dopo un lungo processo di venti minuti, viene spedito nel gulag di Pečora, poco al di sotto del circolo polare artico, con una sentenza di dieci anni come prigioniero politico (la categoria peggiore, vessata dai criminali comuni, con scarse speranze di riduzioni di sentenza, e con marchio - letterale, sul passaporto - che ti segue anche dopo il rilascio).
Sveta, a Mosca, aspetta. Si laurea, trova lavoro, fa carriera, ma ripete continuamente che la sua vita è in sospeso, in attesa di poterla cominciare con Lev. Neanche una volta il sentimento per Lev si affievolisce, neanche una volta pensa di abbandonarlo, di andare avanti, di cominciare senza di lui. E gli scrive:
I want to tell you just three words - two of them are pronouns and the third is a verb (to be read in all the tenses simultaneously: past, present and future).
Sveta è una donna determinata: nonostante la depressione (di cui soffre da prima del distacco), la solitudine, l'irritazione nei confronti di chi ai suoi occhi ha tutto ma non è felice, la frustrazione, la paura di non riuscire a realizzare il sogno di diventare madre, resiste, e scrive (In totale la loro corrispondenza ammonta a circa 1500 lettere, alcune spedite tramite la normale posta, altre fatte arrivare tramite amici, lavoratori liberi nel gulag, e la cosa straordinaria è che non vengono sottoposte a censura), ma non solo: nel 1947, senza aver visto Lev per anni, decide di andarlo a trovare. Non ne ha alcun diritto, ed entra di nascosto, senza pensare alle possibili conseguenze. Negli anni le circostanze migliorano e riesce ad ottenere dei veri permessi di visita, e per cinque anni le vacanze estive di Sveta consistono in viaggi di lavoro che le permettano di proseguire fino al Gulag per vedere Lev per pochi giorni.
Nel 1954, finalmente libero, Lev torna e, senza trambusto, sposa Sveta.
Orlando Figes è uno dei miei scrittori preferiti, che ha già raccontato il Gulag e in generale la vita sotto Stalin, sempre in attesa di qualcosa di buono (il ritorno di una persona cara) o di cattivo (che l'NKVD bussasse alla porta), in The Whisperers. Questa volta il libro è naturalmente più "felice", non solo per il lieto fine, ma perché i protagonisti sono due persone fuori dal comune, che si tengono per mano nonostante la distanza, che si fanno forza a vicenda e, nonostante l'attesa, vivono insieme, se non fisicamente in uno spazio mentale comune. E per via della predominanza delle lettere e quindi delle parole di Lev e Sveta, l'autore si fa più indietro stavolta rispetto ai suoi altri lavori (che pure sono sempre ricchi di testimonianze). Amo Figes perché insieme alla storia racconta sempre le storie di persone comuni e della loro vita di fronte ai grandi avvenimenti che le spingono in tutte le direzioni; perché la dimensione personale è sempre fondamentale nel suo racconto. In questo caso forse l'impatto emotivo (nonostante la commozione) non è allo stesso livello di The Whisperers, in cui la cappa staliniana premeva su tutto, ma rimane comunque una bellissima storia, che meritava di essere raccontata.