“L’unico modo che conosco per guardare il mondo è la cucina, e l’unico modo che conosco per capire la cucina è farla: quello stesso istinto che ho imparato a usare per cucinare oggi mi dice che devo tornare, e farla in Italia.”
Tommaso, nato in Lombardia, lascia l’Italia e diventa cuoco a Parigi. Decide di tornare in Italia per cucinare nella sua terra d’origine.
Inizia il suo viaggio (eno)gastronomico che lo vede ora a Roma, poi a Milano, in Piemonte e in Toscana. Un viaggio alla ricerca dei sapori legati alla tradizione italiana, con le tecniche proprie della ristorazione moderna.
“– Dopo tanti anni di cucina fatta in punta di piedi ho capito che è fondamentale lasciarsi un po’ andare, e fare le cose che mi piace mangiare e, un po’, anche quello che vogliono gli altri. Vuoi il piccione un po’ piú cotto? E va bene. Ci vuole equilibrio, voglio dire, ci vuole un po’ di precisione, però ci vuole anche un po’ di pastorizia.”
Buona cucina, con la valorizzazione delle trattorie: preferire un luogo con il menù ristretto invece che uno dal menù ampio. È indice di freschezza dei piatti.
“Fra un’ampia scelta e la freschezza, la freschezza è sempre piú importante. Anche perché la freschezza dei prodotti, cucinati e serviti il giorno stesso, è anche la freschezza delle idee: se ciò che avevi preparato ieri è finito oggi puoi e devi farti venire in mente un’altra vecchia ricetta che tutti avevano dimenticato. Per me, significa svegliarmi la mattina, vedere che piove e fa freddo, e mettere tutta l’attenzione e la cura possibili in un bel minestrone. La trattoria è una questione di libertà: libertà per chi mangia. Ma anche per chi cucina.”
In Italia le regole igienico-sanitarie sono più restrittive rispetto agli altri paesi europei: “Siamo un paese di gente che sa mangiare e sa fare da mangiare, ma non un paese di cuochi. Questa è anche una delle ragioni nobili che spiegano perché l’Italia ha la piú severa regolamentazione d’igiene d’Europa: c’è un motivo storico, ed è legato al fatto che chi cucinava nelle trattorie di una volta, molto spesso, mancava di qualunque formazione professionale. E quando non c’è una formazione professionale, in cucina, ci si ritrova a fare le cose piú fantasiosamente stupide, irreali e pericolose. L’Italia degli anni Sessanta si avviava per la prima volta nella sua storia a diventare un paese moderno, e doveva diventare moderno anche nei suoi ristoranti. Gli osti e i cucinieri erano però idiosincratici e autodidatti: bisognava mettere loro dei paletti stretti.”
Come a casa: “Se la trattoria è un ristorante dove si mangia come a casa, si capisce qual è il tipo di cucina che, secondo me, siamo destinati a desiderare: vogliamo del cibo che sia cucinato come a casa, che sappia di casa. Che abbia il sapore di una casa ideale e perfetta, la migliore di tutte le case possibili: con tante verdure, delle curiose frattaglie, tanta pasta e magari qualcuno che ci capisce e che ci vuole bene. E ho paura che sia proprio perché, in fondo, sappiamo che quella casa non ce l’abbiamo piú.”
Tra 3 e 4 stelle.
Non è il primo libro legato al mondo della cucina che leggo: anni fa uscì la raccolta del Corriere, racconti di cucina, di cui ho letto tutti e 25 i volumi.
Lui è stato bravo nell’unire tradizione a innovazione: racconta l’Italia, raccontandone la cucina.