Gian Arturo Ferrari (Gallarate, 1944), dopo la laurea in Lettere classiche all’Università di Pavia (dove era alunno del Collegio Ghislieri) ha perseguito per un certo tratto una doppia vita. Da un lato l’insegnamento universitario, come professore di Storia del pensiero scientifico, sempre presso l’Università di Pavia. Dall’altro l’apprendistato editoriale, prima con Edgardo Macorini alla est Mondadori, poi per un decennio, come stretto collaboratore di Paolo Boringhieri. Editor della Saggistica Mondadori nel 1984, direttore dei Libri Rizzoli nel 1986, rientrato in Mondadori nel 1988, con il 1989 ha scelto l’editoria libraria come propria unica vita e si è dimesso dall’Università. Direttore dei Libri Mondadori nei primi anni novanta, è stato dal 1997 al 2009 direttore generale della divisione Libri Mondadori, che comprendeva, oltre a Mondadori, Einaudi, Electa, Sperling&Kupfer, Edumond e, più tardi, Piemme. Dal 2010 al 2014 ha presieduto il Centro per il libro e la lettura, presso il Ministero dei Beni e delle Attività culturali.
Questo libro l'ho letto mesi fa ma mi sono sempre dimenticato di caricarlo e, questa mattina, mi è preso che voglio scrivere e allora perché no.
Il miglior commento che posso fare è che sarebbe piaciuto a mia madre. Mia madre non c'è più e posso solo immaginarla seduta sulla poltrona azzurra mentre inforca quegli occhialoni per cui tanto la prendevo in giro e si mette a leggere le avventure di un ragazzino nato nei suoi anni e con un'infanzia abbastanza simile. Ne avrebbe riso, a tratti, e anche non avrebbe dimenticato di sottolinearmi quando la vita fosse stata più dura, quanto lavoro, quanto ci si dovesse accontentare ed essere felici con poco. Tutto, ovvio, per dirmi che io non sono mai contenta e no, mamma, non sono cambiata, sono il solito disastro incline alla tragedia greca per qualsiasi cosa.
È un libro antico, se così si può dire, o classico se vi piace di più. Dalla struttura, alla trama, alla lingua. Non c'è niente di innovativo se non una buona storia ben scritta da un uomo con una certa cultura e una certa età e un certo stile.
Mi è piaciuto, forse perché sono cose che mi venivano raccontate già da piccola, perché quel mondo lì mi è familiare in un certo modo, perché c'è del calore che mi fa sentire a casa.
Vino rosso, perché mia madre se ne versava due dita, senza pretesa, senza grandi nomi, senza tutto il cinema che c'è ora dietro a una bicchiere di vino, e se lo beveva di gusto insieme al suo pasto, poco più di due sorsi, appoggiava il bicchiere soddisfatta e serena cosa che io fatico tutto i giorni per essere.
Io me lo immagino Gian Arturo Ferrari - direttore generale della Mondadori per oltre 10 anni - che si siede alla scrivania e, proprio lui che dei libri si è preso sempre cura in qualità di editore, ne scrive uno tutto suo, per rispondere al bisogno di raccontare una storia collettiva, quella dell'Italia del dopoguerra. •
L'autore lo fa raccontando l'intera formazione di una persona comune, il piccolo Ninni, che il lettore impara a conoscere seguendo le fila della sua vita e tenendolo per mano fino a quando non si trasforma nel giovane uomo Pier. •
Attraverso una narrazione episodica, osserviamo Ninni crescere nella Milano del dopoguerra colta dal benessere economico, in cui la scelta delle prime auto, la diffusione degli elettrodomestici e la nascita della televisione, cambiano del tutto l'esistenza delle persone, che dopo la guerra desiderano soltanto tornare alla Vita, quella vera. •
La dedizione verso lo studio, il rapporto con un padre iroso e autorevole, il Natale e le soste a Querciano dall'amata nonna Emma, i pessimi ricordi legati a Zanegrate, la politica, l'odiosa balbuzie, la scoperta del sesso, i primi approcci sentimentali e tanto altro ancora vi faranno affezionare a Ninni, la cui vita potrebbe appartenere a quella di ognuno di noi, nel bene e nel male. •
Ragazzo italiano, nonostante sembri un romanzo storico, in realtà leggendolo è proprio un romanzo di formazione, visto anche la divisione interna del libro: il bambino, il ragazzino e il ragazzo; si assiste alla crescita del protagonista Ninni durante il periodo del post-guerra. Ninni o Pierarturo è un figlio del dopoguerra, che durante la sua infanzia e adolescenza vive la rivoluzione industriale, con la prima tv in casa e la prima auto comprata e vari trasferimenti per i lavori dei suoi genitori, giungendo la tanto industriale Milano, diversa dalle città di cui era abituato a vivere. Molto legato alla mamma e alla nonna, che gli trasmise la passione per i libri, Ninni purtroppo non si sente capito dal padre, con cui ha un rapporto molto freddo e di incomprensioni. Invece, con la sorella Lella, nonostante gli anni di differenza e la diversità del sesso, vanno molto d’accordo, diventando l’uno il confidente dell’altro. Ninni da bambino, diventa un ragazzo delle scuole medie molto diligente e successivamente un liceale, entrando in contatto con realtà prima sconosciute: la vita da liceale, i rapporti con gli altri compagni e le prime esperienze amorose. Ormai divenuto consapevole di sé, Ninni si scava, all’insegna della curiosità e della volontà di sapere, quello che sarà il proprio posto nel mondo. Questo libro è molto bello e scorrevole, ma mi aspettavo una storia diversa. Gli argomenti che tratta sono davvero interessanti e la passione per i libri non manca. In Ragazzo italiano si parla della storia dell’Italia del dopo guerra, la povertà, l’ansia del futuro, la vicenda di una generazione figlia della guerra ma determinata a proiettare progetti e sogni oltre quella tragedia. Un’Italia diversa da quella attuale, un’Italia che spesso non comprendeva le esigenze dei ragazzi e degli studenti.
Ninni è un bambino che nasce nel primo dopoguerra a Zanegrate, molto affezionato alla nonna: "Da sempre l’anno per Ninni si divideva in due parti: da metà ottobre a fine maggio a Zanegrate, da fine maggio a metà ottobre a Querciano – con l’aggiunta di alcune settimane intorno al Natale. Due stagioni, due case, due luci, due voci. Due mondi, due vite."
Ninni è un bambino gracile, sovrastato dalla figura paterna che gli è sempre ostile. E fa tenerezza la sua balbuzie: "Ma al dunque, che cosa succedeva? Non sapeva bene come, ma sta di fatto che non riusciva ad andar via dritto. Era come se inciampasse e poi inciampasse e poi inciampasse ancora. Sempre contro la stessa sillaba, lo stesso suono, sempre contro lo stesso sasso. Oppure era come se ci fosse un gradino e lui non riuscisse a farlo."
"Ma sul fatto del tartagliare, quello che gli faceva davvero paura era il babbo. Per due o tre volte gliela lasciava passare, la volta dopo diceva: “Allora? La smettiamo?” e sbatteva le palpebre, segno sicuro che si stava andando al peggio. Se la cosa si ripeteva, e si ripeteva sempre, si arrabbiava sul serio: “Adesso basta! Adesso la pianti!”. Lui a quel punto, terrorizzato, si strozzava dentro le sue ch ch. Poi non riusciva più a emettere alcun suono, boccheggiava muto, come un pesce buttato sulla spiaggia. E lì, quasi inevitabilmente, arrivava la sberla. Lui capiva benissimo perché il babbo reagiva così. Perché non lo sopportava. E non lo sopportava perché pensava che lui, Ninni, facesse la scena, che volesse impietosire."
Il babbo, sempre contro, la nonna, sempre a favore, la mamma, in mezzo e la sorella Lella, il jolly: "Il babbo era sempre e per principio contro di lui. Sembrava che la sua semplice presenza, il fatto di esserci, gli desse fastidio e lo facesse arrabbiare. La mamma stava in mezzo. Gli voleva molto bene e lo proteggeva, ma a volte anche lei dubitava di lui, non lo difendeva, lo abbandonava. Non si capacitava di come mai in fondo in fondo non fosse il bravo bambino, sereno e allegro, che lei faceva di tutto perché diventasse. C’era in lui un lato inspiegabile. Oscuro persino, inquietante."
Da Zanegrate, la famiglia si sposta a Milano, e Ninni continua ad essere seguito dalla nonna, che al contrario del maestro Poli, riesce a dargli un metodo di studio: "Prolungato durante l’inverno e la primavera milanesi, quando la nonna si trasferiva per diverse settimane a casa loro, questo esercizio diede a Ninni qualcosa che il maestro Poli con i suoi entusiasmi non era riuscito a trasmettergli. L’idea di una costruzione, di un’architettura argomentativa o descrittiva, di una proporzione, in ultimo di una forma. Un tema era un percorso con un capo e una coda. Non bastava appendere all’albero i pendagli e poi togliere l’albero, in realtà i pendagli erano tutti connessi, chi leggeva il tema doveva passare dall’uno all’altro come guidato, condotto per mano. Ma senza accorgersene."
Questo metodo appreso dalla nonna, servirà a Ninni per diventare poi il primo della classe. Da bambino, passando dalla fase della preadolescenza, fino a diventare adolescente, Ninni vedrà non solo il suo sviluppo fisico, che metterà un po' a tacere la tirannia del padre, ma si vedrà cambiare il nome, da Ninni (il diminutivo di sempre) in Pier Augusto (il nome di battesimo), fino ad approdare a Piero: "Il suo vero nome era Pieraugusto, una parola sola, perché così l’aveva trascritta l’impiegato dell’anagrafe di Zanegrate e così l’aveva sottoscritta, firmata, il babbo nel suo atto di nascita. Era tempo di guerra e non si andava per il sottile. In verità si trattava di due nomi, Pier Augusto, frutto di un negoziato. La prima mossa l’aveva fatta il babbo, il quale aveva preteso che il neonato si chiamasse Augusto, come suo padre, defunto da pochi anni." La nascita di Ninni è avvolta anche da un altro mistero, che poi sarà in grado di scoprire con la sorella Lella.
Nonostante ci si affezioni a Ninni/Piero, questo romanzo non decolla. Ci sono tutte le premesse per un ottimo romanzo, ma lo stile è così piatto. Tanta carne al fuoco, per un banchetto vegano. Interessanti i passaggi in cui si nomina Franco Fortini, ma poi non decollano.
Forse, la nave di Ferrari, quando ha intrapreso la sua navigazione, aveva il vento a sfavore, e non è riuscito a virare, per averlo in poppa: "Il vento passava in silenzio sotto di loro, sugli ulivi che coprivano la valle stretta, girava le foglie, tutto il manto cambiava colore, diventava argentato. “Sono contenta,” ribadì, “molto contenta, e tu?” “Io?” disse lui. “Io? Questa è la cosa migliore che mi sia mai capitata.” Lei lo guardò con un piccolo sorriso e poi gli diede un bacio leggero sulla guancia. “Ma allora, senti,” gli disse, “abbiamo oggi, domani sera ci imbarchiamo e dopodomani navighiamo. Vogliamo buttarli via questi tre giorni?” Ormai era quasi buio. “Quelli Apollo non ce li può togliere.”"
4 stelle per la storia. 2 stelle per la scrittura ultra piatta. Ma stavolta mi sento di assegnare 3 stelle, anche se tiratissime.
Questa è una storia semplice, la storia di un bambino che diventa un ragazzino che diventa un giovane uomo. La cosa sorprendente è che lo stile di Ferrari sembra mutare e maturare mano mano che Ninni/Piero cresce fino a raggiungere l’ultimo capitolo, conclusione davvero ben scritta che segna l’inizio dell’età adulta di Piero. La storia di Nanni è una storia di crescita, di scoperta di sé stessi e del mondo a cui si appartiene che lo vede lontano dai valori della famiglia, non in grado di capirlo, come invece fa la mitica Emma, la nonna che seppur severa è riuscita a dare a Nanni più di tutti perché lo ha voluto conoscere e apprezzare per ciò che era davvero dandogli gli stimoli di cui aveva bisogno. Nella parte centrale ho trovato la storia un po’ troppo piatta, a tratti noiosa, seppur ben scritta. L’ultimo capitolo invece l’ho adorato. Nanni ha concluso il suo viaggio, trovando in 30 estranei la sua vera famiglia anche se solo per la durata di una vacanza-studio. Qui Ferrari mi ha saputo trasmettere appieno la maturità interiore raggiunta da Piero che segna l’inizio della sua vita adulta.
Con uno stile cristallino e veritiero, Gian Arturo Ferrari, esordiente con questo romanzo, racconta di cosa significa per un ragazzo italiano, il cui nome è Ninni, vivere e crescere nel dopoguerra, nella Milano riformista. Un romanzo di formazione che comincia dall'infanzia con la nonna, nelle estati in Emilia Romagna, con una madre un po' troppo apprensiva e un rapporto astioso con il padre. Dall'infanzia sino alla giovinezza a Milano con i primi batticuori e amori, il dolore, la crescita, non solo personale, ma anche formativa e che va di pari passo con i cambiamenti dell'Italia, con i maestri che sono un esempio per migliorarsi in modo da guardare con fiducia a un futuro di promesse da concretizzare.
Molte premesse che non sviluppano la trama. Troppi accenni e sfumature. Romanzo piatto e insipido. Non basta la scrittura scorrevole non si ravvisa alcuna profondità.
Si tratta di un’opera prima, sebbene l’autore abbia già 76 anni, proposto per il Premio Strega 2020 da Margaret Mazzantini. Romanzo strettamente autobiografico, con le sue 320 arriva all’incirca ai 20 anni del protagonista-autore, il che mi fa pensare che ci sarà un seguito, e si arriverà tranquillamente alle 1000 di una possibile tri- o quadrilogia.
Dunque, chi è Gian Arturo Ferrari? Ex alunno del Collegio Ghislieri di Pavia, ex professore di Storia del pensiero scientifico, sempre presso l’Università di Pavia, ex stretto collaboratore di Paolo Boringhieri, successivamente Editor della Saggistica Mondadori nel 1984 e direttore dei Libri Rizzoli nel 1986, è stato dal 1997 al 2009 direttore generale della divisione Libri Mondadori, che comprendeva, oltre a Mondadori, Einaudi, Electa, Sperling&Kupfer, Edumond e, più tardi, Piemme. Dal 2010 al 2014 ha presieduto il Centro per il libro e la lettura, presso il Ministero dei Beni e delle Attività culturali. Dal 2012 è editorialista del Corriere della Sera. Ecco, tutte queste cose qua. Che non credo gli abbiano lasciato, durante la sua vita lavorativa, molto spazio per scrivere romanzi e, in particolare, la propria autobiografia, che infatti pubblica adesso.
Il libro è diviso in tre parti, Il bambino, Il ragazzino, Il ragazzo, ed attraversa insieme alla vita di Ninni - successivamente riappropriatosi obtorto collo, per una burbera scelta dell’autoritario padre, del nome vero, o almeno di una sua parte, Piero –, una parte della storia italiana, il ventennio successivo alla fine della guerra. È quindi un romanzo di formazione: in una ambientazione lombarda, Ninni, bambino del dopoguerra, cresce diviso tra il mondo antico e agricolo dell’Emilia, dove passa parecchi mesi all’anno, e quello ferocemente industriale della provincia lombarda. Due le figure dominanti del suo mondo bambino, la nonna, sempre e per principio dalla sua parte, e il babbo, sempre e per principio contro: la mamma, perennemente timorosa e sottomessa, si arrabatta come può, lo protegge e sfugge lungo i muri all’indole poco simpatica del marito. Ninni è balbuziente, i suoi primi anni di scuola sono costellati di preoccupazione e solitudine. Trasferito a Milano e diventato bravissimo a scuola, può frequentare un liceo classico prestigioso (non difficile ravvisare il Berchet) dove, guidato da un’insaziabile curiosità di sapere, osservare, leggere la realtà, svilupperà un grande amore per i libri e si cimenterà con la partecipazione politica (in trasparenza, evidentissima la figura di Don Giussani e la nascita del movimento di Comunione e Liberazione).
Sicuramente è un libro gradevole, nel quale la generazione dei 65-75enni (e oltre) si troverà come dentro ad un guanto (specialmente i milanesi): gli stereotipi degli anni ’60 ci sono tutti, dall’avvento della TV da vedere al buio e, spesso, nei bar dopocena, alle gite domenicali con la 600 e connesse soste lungo la strada con il motore in ebollizione, alla modernizzazione delle famiglie e relativa competitività/scalata sociale dovute al nuovo agio portato dal boom economico.
Difetti: un po’ troppo localistico (molta Milano, molta Lombardia…e per me è andata benissimo), e la narrazione in terza persona, che in un romanzo così strettamente autobiografico ho trovato decisamente stonata. Inoltre, caspita, uno sforzino in più sulla copertina Feltrinelli poteva anche farlo: quasi identica a quella de Le correzioni di Franzen!
Ragazzo italiano di Gian Arturo Ferrari è un romanzo ambientato nel secondo dopoguerra con protagonista Ninni, un bambino nato durante l’ultimo anno di conflitto, che si divide tra la sua vita con i genitori a Zanegrate e la vita a Querciano, nella grande casa della nonna.
Narrando la vita di questo bambino, l’autore ci racconta un paese che deve rialzarsi dalla guerra, eppure con gli occhi e le orecchie di un innocente, si assiste al cambiamento: i mezzi pubblici che riprendono a funzionare, il lavoro che ricomincia, la corsa per accaparrarsi il cibo a prezzi buoni, la mancanza di soldi e di certezze, eppure un elemento che mi è rimasto impresso è il rapporto tra le persone. Nel dopoguerra ci sono diverse situazioni politiche: c’è la DC, i socialisti, i comunisti e sotto sotto ci sono anche i fascisti, che si nascondono o celano le idee avute durante il ventennio. Si tace su tutto, si sa ma non si parla, come se la guerra non ci fosse mai stata. In questo libro Ninni ci viene raccontato in tre fasi della sua vita: bambino, ragazzino, ragazzo. Le prime due parti sono quelle che mostrano l’infanzia in una famiglia come tante, con i suoi morti e sopravvissuti; lui è in continuo conflitto con il padre, anche a causa del tartagliare, la madre è una grande sognatrice e il rapporto più importante lo ha con la nonna, vedova da decenni che vede nel nipote una speranza.
La parola chiave per parlare di questo libro è Cambiamento. Ninni vive in un periodo di sviluppo, soprattutto quando la famiglia si trasferisce a Milano, nonostante le ristrettezze economiche, continua a studiare, a giocare e leggere; un po’ alla volta appaiono le prime novità, come gli elettrodomestici, simbolo ed emblema del boom economico. La differenza è palese quando si racconta dei momenti a Querciano dalla nonna, che con il corso degli anni perde il comando un po’ alla volta, fatica a comprendere le necessità di questo cambiamento, i comportamenti anche mutano, eppure vede proprio nel nipote, figlio degli anni del dopoguerra, una grande soddisfazione.
"O forse, come sembrava suggerire il professore Fumagalli, che però si guardava bene dal parlarne, esiste un'altra dimensione, più profonda in noi, ma non la si può dare mai per acquisita, per garantita. La si intravvede per brevi attimi, poi si offusca, si confonde. È un limite cui si tende sempre, ma che non ci raggiunge mai" cit
Il processo creativo alla base delle produzioni di Gian Arturo Ferrari si muove sui binari del racconto, prende le mosse dalla catalogazione, dall'archiviazione e dalla conservazione di storie che meritano di essere tramandate. L'osservazione e la riflessione unite all'esperienza: Ferrari ce lo dimostra già in Libro, edito da Bollati Boringhieri nel 2014, un "ragionamento filosofico su cosa sia un libro, e una riflessione su cosa diventerà il libro". Il racconto personale che diventa racconto collettivo, occasione per analizzare l'avvento del digitale e l'importanza delle parole da parte di chi ha avuto (e ha tuttora) un ruolo fondamentale nel settore editoriale e umanistico. Lo stesso amore per il racconto, per la narrazione di una storia individuale che rispecchia la storia collettiva italiana lo ritroviamo nel suo primo romanzo Ragazzo italiano edito da Feltrinelli, nella dozzina del Premio Strega 2020.
Il percorso di crescita di un figlio della guerra attraverso la rinascita di un Paese che si rialza dopo il secondo conflitto mondiale. Dall'infanzia all'età adulta, dalla povertà al boom economico, è stato un po' come ritornare indietro nel tempo ed anche se non sono una figlia della guerra, in tanti tratti mi ci sono ritrovata. Un bell'affresco di quel periodo, una piacevole lettura.
Non mi ha coinvolto, non mi ha fatto venir voglia di saperne di più. Ho perfino saltato delle parti. È, ovviamente, ben scritto e ben descritto. Per il resto, per me rimane un bell’esercizio.
Non ci siamo. La storia ha buone premesse ma si perde, la prima parte è molto noiosa e lenta, poi si riprende ma scivola nel finale. Troppo filoni iniziati ma nessuno sviluppato. L'unica parte degna di nota è quella del maestro Poli ma anche quella è così senza uno sviluppo interessante. La prosa è l'unico punto a favore che ha fatto guadagnare al libro la seconda stella per il resto un compitino.
Come attraversare il secondo dopoguerra attraverso gli occhi di un bambino. Idea non originale e pochi spunti interessanti. Nel complesso la lettura scorre via veloce grazie ad uno stile semplice e concreto. Consiglio all'autore: osa di più
Il punto di vista del narratore segue Ninni durante gli anni della sua crescita, dall’infanzia all’adolescenza, soffermandosi sui rapporti familiari, sulla scoperta dell’amore - romantico e per la conoscenza -, sull’affermazione della propria identità e sulla convivenza non sempre idilliaca con se stessi.
Il capitolo sull’infanzia, secondo me, è il più bello, il più raffinato. Quello in cui l’autore riesce a giocare costantemente con le allusioni e le ambiguità del linguaggio degli adulti per ricostruire lo sguardo del bambino, che pensa di capire il mondo ma che in realtà ne scorge appena la superficie.
Da lettrice mi sono immedesimata molto nei racconti di Ninni, nel suo rapporto con la nonna, nella sua malinconia, nei ricordi delle sue vacanze, nel suo approccio alla lettura e nella ricerca costante della propria “casa”. Chi ama leggere non può non sorridere davanti all’immagine di Ninni che inizia a perdersi nei libri e che “pur rinnegandola, non avrebbe mai dimenticato l'emozione di veder emergere davanti ai propri occhi, come una nuova Atlantide dall'Oceano, l'intero continente della letteratura. E insieme l'altra e collegata emozione di intuire che quella era la sua vera casa.”
Non è un libro che si divora, uno di quelli che si fa fatica a mettere giù, ma riesce a tenerti compagnia con dolcezza, a portarti per mano mentre ti guida attraverso i cambiamenti interiori di un ragazzo italiano e attraverso i cambiamenti sociali ed economici di un’Italia che inizia ad accogliere le televisioni, le automobili, il progresso e non sarà mai più quella di prima.
Via, non è il libro per me. Mi son fidata della mia amica Giulia che ho anche maledetto per 9 infiniti giorni (ma in effetti devo dire che è un bel libro - in fondo - , insomma): a me non è piaciuto. Una quotidianità lenta che si strascica per pagine e pagine e pagine e io per mantenere il filo mi costringevo a starci come se dovessi prendere una medicina; periodi lunghissimi e riflessioni contorte; sicuramente uno dei problemi che ho avuto è il background storico di cui magari sono troppo carente io, senza magari. Due cose mi hanno effettivamente colpita: l’uomo dopo una tragedia si ammazza, si fa in quattro e qualsiasi fatica risulta bellissima e degna di attenzioni, ma col passare del tempo si siederà sempre sui diritti che ha faticosamente conquistato godereccio di un meritato riposo; l’altra è che che in qualunque momento storico ci si trovi il retaggio familiare ci condiziona pesantemente finché non ci troviamo soli e dispersi in un mondo nuovo in cui ci sentiamo liberi di esprimere noi stessi, di scegliere chi avere intorno e di mettere in atto le nostre capacità.
Sono stato rapito da questo libro, dalla scrittura intensa, bellissima, mai ricercata, mai vezzosa. Rapito dalla semplicità della storia, dai colori nitidi che descrivono la crescita di Ninni.
Davvero un bel libro! Lo consiglio a chi voglia tuffarsi nell’Italia del Dopoguerra, senza smancerie ma con l’eleganza della bella scrittura
Romanzo di formazione, dalla provincia emiliana rurale alla metropoli, Milano, il dopoguerra, il boom economico, l'anaffettività del padre di Ninni/Piero, self made man che non ha potuto studiare per volontà del padre mezzadro. Ninni cresce e la prima esperienza scolastica è in provincia di Milano dove quelli come lui, emiliani, sono considerati "di giù". "Forse pensavano che l'Emilia confinasse con l'Africa". Il trasferimento della famiglia a Milano per seguire la carriera del padre all'inizio è difficile, la città è ostile, grigia, ermetica e particolarmente dispendiosa per le tasche della famiglia. "Vede, signora, sta cominciando un'epoca nuova, un mondo in cui tutto quello che prima si faceva a mano si farà a macchina, soprattutto le cose comuni, perché le cose comuni sono molte di più di quelle non comuni. E poi da qui in avanti si spenderà sempre di più per cose non di prima necessità...". L'incontro con insegnanti illuminati lo condurrà verso la strada della lettura e della scrittura, la convivenza coi compagni di scuola lo metteranno difronte alle differenze di origine e di classe sociale. "Con l'andar del tempo credette di aver trovato ciò di cui era andato, senza saperlo, in cerca. Un mondo cui appartenere, dove l'intelligenza si misurava dalla capacità di tenerla sottotono, quasi nascosta, e la brillantezza dal far risaltare, con un tocco, gli aspetti minimi, quotidiani della vita di ogni giorno."
“Da sempre l’anno per Ninni si divideva in due parti: da metà ottobre a fine maggio a Zanegrate, da fine maggio a metà ottobre a Querciano - con l’aggiunta di due settimane attorno a Natale. Due stagioni, due case, due luci, due voci. Due mondi, due vite.”
Gian Arturo Ferrari racconta la storia di Ninni-Piero, un ragazzo italiano come tanti, un figlio della guerra che cresce nell’Italia del boom economico e che vede cambiare il mondo attorno a sé mentre cambia lui stesso. Odio ammettere che ho provato molta noia. Questa sorta di biografia mi è apparsa sin da subito stantia e priva di interesse perché non ci sono risvolti comici o tristi a dare una sorta di movimento, ad approfondire gli aspetti psicologici del protagonista. Né sussistono argomenti di interesse nei molteplici inserimenti e digressioni che costruiscono il contesto familiare, sociale e culturale. Tutto sembra forzato, persino la voce dell’autore, che spesso sembra immedesimarsi nel protagonista adottandone il suo linguaggio, altre volte invece è neutrale e asettico; altre volte ancora il punto di vista è quello di altri personaggi; insomma non ho trovato una coerenza di fondo. Il romanzo infine si chiude in modo brusco e senza una prospettiva, senza che quel finale sia stato preparato e per cui l’intero romanzo acquisti quindi senso. Salvo solo il lessico, che è di alto livello, sempre attento e tendente all’esattezza e alla purezza.
"Ragazzo italiano", finalista del premio Strega 2020, è un romanzo sicuramente ben scritto, ponderato nei suoi periodi brevi, nel suo lessico contenuto, mai sopra le righe. Gian Arturo Ferrari, dopotutto, è sì al suo esordio come romanziere, ma ha alle spalle una carriera notevole sia come professore universitario sia nel campo dell'editoria. Un punto debole, tuttavia, credo sia da ricercarsi nel ritmo spezzato della narrazione. Le vicissitudini di Ninni - che scopriamo chiamarsi Pieraugusto a pagina 185 - sono, infatti, raccontate da un narratore esterno che, ad ogni capitolo, ne fa un episodio a sé stante. Pur rispettando un filo cronologico sensato, senza particolari flashback, ci si trova, quindi, tra le mani un romanzo di formazione, condito con lo spaccato della situazione italiana del secondo dopoguerra, ma che non ha una vera e propria storia da raccontare. (Tale giudizio è molto soggettivo, lo riconosco.) In conclusione, merita sicuramente di essere letto. Ha quel sapore genuino in cui anche le nuove generazioni possono ritrovarsi perché la morale della favola è proprio questa: pur cambiando il contesto storico, un bambino diventa ragazzo allo stesso modo ed è questa la bellezza dell'essere umano: si progredisce, la tecnologia ci porta lontano, ma alla fine la nostra essenza è la stessa da millenni.
Ninni è un ragazzino timido, balbuziente, che trascorre i mesi dell'anno in parte con i genitori, di parte con la nonna materna. Ed è proprio con lei che il bambino instaura un rapporto molto intenso, fatto di complicità e di sostegno. Ninni ha, invece, con il padre un rapporto conflittuale e nemmeno con i compagni di scuola e gli insegnanti riesce a integrarsi perfettamente. A volte la vita è difficile, ma Ninni osserva dall'esterno gli eventi e, mentre cresce in un'Italia post bellica, che si avvia verso lo sviluppo e il benessere, impara, matura, diventa uomo. È questo un romanzo di formazione, che, oltre a raccontarci le vicende personali del protagonista, ci racconta l'Italia e lo sviluppo economico tra nuovi elettrodomestici, lavori in fabbrica, flussi migratori ed evoluzione dei costumi e della società moderna.
È senz'altro un romanzo peculiare. È diviso in tre sezioni: il bambino, il ragazzino e il ragazzo. Tramite la lettura è possibile rivivere l'infanzia e l'adolescenza di Ninni ambientata nella Milano degli anni '50/60 con tutte le sue sfaccettature. Non è una storia con un capo e una coda, e ciò a tratti mi ha infastidita/annoiata, ma piuttosto una serie di episodi cruciali e significativi legati tra loro da un filo logico. Tuttavia vi sono riferimenti allo scenario politico-economico del dopoguerra e riflessioni al riguardo e non, che hanno destato il mio interesse. Infine, lo stile e il linguaggio viaggiano di pari passo con la crescita e la maturità del protagonista e permettono di rivivere a 360 gradi tutte le esperienze raccontate.
Libro molto ben scritto. A metà tra un'autobiografia e un memoire, ci racconta la storia di Ninni/Pietro, e della sua famiglia, dalla fine della guerra fino alla fine degli anni "60. Narrato in prima persona, il protagonista ci racconta le sue storie da quando ha appena iniziato la scuola elementare a quando sta per finire il liceo classico. Non ricco ma non povero, può guardare sia il mondo dei primi che quello dei secondi, senza mai farne parte veramente, senza mai sentirsi veramente a casa in nessun posto. Ci racconta anche la contrapposizione tra comunisti e cattolici, nel suo lento crescere di contrapposizione e di acredine; prodromi delle condizioni che porteranno agli anni di piombo degli anno "70.
Preso su consiglio della libraia che l’ha definito la sua migliore lettura dell’anno. Non sono affatto d’accordo. Storia autobiografica di un boomer italiano d’origine piccolo borghese. Personaggi appena accennati o comunque superficiali, storia abbastanza noiosa. La narrazione si riprende verso il finale, ispirata probabilmente dai ricordi di un viaggio adolescenziale in Grecia. Considerando che l’autore ha lavorato per anni nel mondo dell’editoria, mi sarei aspettato qualcosa di meglio. Purtroppo non riesco ad andare oltre il giudizio di un temino del liceo. Vedremo i sequel, visto che questo termina al liceo. Consigliato come regalo per parenti e amici boomers che adorano struggersi nel dolce ricordo della loro gioventù (anche per ricordare a tutti gli altri quanto loro siano migliori)
Sicuramente ben scritto, anche perché non è facile raccontare così da vicino la vita di un "ragazzo italiano" dalla fanciullezza alla laurea. Si inizia ancora in guerra e si finisce in pieno boom economico ma la storia patria fa solo, appena appena, da sfondo. Ninni, che crescendo si ritroverà Piero, la sua famiglia, gli amici, la provincia, Milano, i primi amori e gli studi. Alla fine al personaggio mi sono anche innamorato ma mi è mancato qualsiasi spunto di vivacità, qualcosa che mi facesse venire un po' di smania di girare la pagina. Mi è piaciuto giusto il finale, per la capacità che Ferrari ha avuto di consegnarci il Ninni/Piero adulto.
Una storia per niente banale, non mi aspettavo fosse così interessante e soprattutto non credevo mi sarebbe piaciuta così tanto. È un romanzo di formazione di un figlio della guerra, appartenente a una generazione avvolta dall’incomprensione per ciò che fu e dalla febbricitante voglia di partecipare al cambiamento rapidissimo a cui si assiste con l’avvento del capitalismo. Ho empatizzato molto con Ninni, il protagonista, ho ritrovato in molti racconti riguardanti la famiglia quelli dei miei nonni e questo mi ha commosso. Crescere insieme a Ninni è stata una bellissima esperienza che mi ha fatto scoprire un’epoca troppo spesso dimenticata.