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149 pages, Kindle Edition
First published March 25, 2012
"some days i call my arms 'wings'
while my head is in the clouds."
"there isn’t a man alive who could undo me"
"this is what it was to be blessed-
to know a love that was beyond owning, beyond the body and its needs, but instead went straight from wild thing to wild thing."
"I am picking everyone first
even the worst kid
and the kid with the stutter
like a skipping record
because I know all of us are scratched,
even if you can't hear it when we speak."
"I am wild as bees and you cannot make a pet of me."
"explain the word power to me
tell me why you feel so small."
"As soon as we slip into this world they stand us on a pad of ink and then a pad of paper. But Little Sister, this is not the only mark you were ever meant to make."
Canto il mio corpo elettrico, soprattutto quando la mia energia finisce di Andrea Gibson
Questo è il mio corpo.
Ho vene che prevedono il tempo
sensibili in particolar modo
a tempeste di sabbia ed uragani.
Il nervoso mi fa battere i denti
come una carriola che raccoglie la pioggia.
Ho la voce arrugginita. È la tempesta in me.
Il dottore dice che un giorno potrei
non riuscire più a camminare.
Come il ferro, è nel mio sangue.
Mia madre è una roccia. Tenne duro
il giorno in cui non poté più
tenere mia nipote in braccio, disse:
“Letti di preghiera sono le nostre rotule.
Sulle rotule ciascuno cammina più veloce
di quanto possa a piedi.”
Questo è il mio battito.
È un’accetta, come il tuo,
che può costruire una casa
o demolirne una.
Scala di sicurezza è la mia bocca.
Non importa alle parole che ne escono
se sono nude. C’è qualcosa qui che brucia.
Quando brucia mi avvicino all’orecchio la conchiglia,
ascolto la parata dei miei sette anni –
il suonatore della cornamusa
era un uomo, e indossava una gonna.
Veniva dalla Scozia e perciò
avrei voluto trasferirmi lì
e che il mio dorso fosse il dorso
di un libro non ancora pubblicato,
la mia fede fosse prima e ultima pagina.
Il giorno in cui la mia gabbia toracica
divenne parco giochi, arrampicata
per la ragazza appesa ad ogni mia parola
mi dissero: “Non ti è permesso amarla”.
Tentarono di prendermi alla gola,
di insegnarmi che io non ero un maschio.
Così disimparai la loro lingua da prigione,
rifiutai di consegnare i desideri alla stella
appuntata su petti da sceriffo.
Alle stelle invece espressi desideri.
Dissi al sole: “Raccontami il big bang”.
Disse il sole: “Fa male divenire”.
Porto ancora quel male sulla punta della lingua
e sussurro “che Dio ti benedica” appena posso
così si rassicura tutto l’albero
genealogico: non me ne sono andata
Non devi ad ogni costo andare via per arrivare.
Lo sto imparando anch’io un po’ alla volta. Per questo
a volte quando guardo nello specchio
i miei occhi sono i buchi nelle scarpe
di un vecchio lustrascarpe in Alabama.
A volte metto mano alle cose sbagliate.
Certi giorni chiamo “ali” le mie braccia
e ho la testa tra le nuvole.
Serviranno ancora pochi anni
prima di imparare che volare
non è spingere via il suolo.
“Sicura” non vuol dire che sei in salvo.
Ce n’è una in ogni arma da fuoco.
Io miro a fare meglio.
Questo è il mio corpo.
Il mio tubo di scappamento non passerà la revisione
eppure i miei polmoni sanno respirare
come una mappa che brucia
ogni volta che mi perdo tra le tende
dei tuoi capelli, puoi trovarmi alla finestra:
ripercorro il mio passato
fino alla pista di sangue nella neve.
La notte in cui ho aperto le mie vene
il dottore che poi le ha ricucite
mi ha chiesto se l’ho fatto in cerca di attenzione.
Per la cronaca, se anche tu hai mai fatto qualche cosa in cerca di
attenzione
questa poesia è attenzione.
Dalle come titolo il tuo nome.
Misurerà coi passi il ponte della tua città
ogni notte in cui ti fermi e fissi il fiume.
Non vuole trovare il tuo corpo
mentre fa qualsiasi cosa che non sia
amare ciò che ama.
Ama ciò che ami
di’: “Questo è il mio corpo
non è di nessun altro se non mio”.
Questo è il mio sistema nervoso,
il mio sangue che vuole, che chiede,
le mie dipendenze domate a metà,
la mia lingua annodata
come una matassa di luci di Natale.
Se metti una stella sulla cima del mio albero
assicurati che sia una stella che è caduta,
che abbia toccato il fondo
percuotendolo come un tamburello
ché tutte ’ste parole sono storie
per la scala che conduce alla cima dei polmoni
dove canto ciò che provoca dolore
e c’è un’eco che torna indietro e dice:
“Dio ti benedica,
benedica le tue rotule
sante, così svelte.
Tu sei così piena di pioggia.
Così tanto sta crescendo.
Alleluia alle tue vene che prevedono il tempo
Alleluia al dolore, allo strappo
alla caduta, al male.
Alleluia alla grazia di ogni corpo
di ogni particella in tutti noi.