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320 pages, Paperback
Published December 20, 2018
Popolo fantastopico eccomi con una nuova recensione per voi! Sarà banale, ma a spingermi a leggere questo romanzo è stata la combo “Miyazaki + Lovecraft” riportata nella sinossi e devo concedergli che è davvero così.
Leo Munzlinger è riuscito a miscelare i tratti distintivi dello stile di entrambi.
Del primo condivide la sconfinata spinta creativa, la determinazione dei personaggi femminili – combattive e mai assoggettate, scenari fantastici fanno da contraltare a una cruda realtà, spesso difficile da tollerare, e fa capolino una certa sacralità - mista a fragilità - insita nella natura. Di “lovecraftiano” è tangibile la scelta di cimentarsi in una vicenda dal contenuto fortemente onirico ma anche quanto il progresso scientifico faccia sentire delle “nullità” la razza umana e ultimo, ma non per importanza il lato weird. Questo in tutta sincerità non saprei come definirlo, direi che si trova a metà strada tra il new weird per il surrealismo e la bizarro fiction per il no sense presente a tratti. “Il lavoro dei maiali” si pone nel mezzo tra i due generi, facendo da spartiacque e dando vita a una sorta di narrativa “potenziata” ma che non si prende troppo sul serio, non mancano, infatti, brevi parentesi “comiche” per alleggerire l’atmosfera e si ha quel sentore di divertissement che rende tutto più immediato.
Come già ci anticipa il sottotitolo si tratta del primo libro di una serie detta “Ciclo dell’Uovo”.
Il pianeta Uovo in cui vive Dimitri\Kiwi è totalmente asservito alla tecnologia, ma c’è una peculiarità: quando il suo inconscio è predisposto egli può varcare la “Crepa” e catapultarsi in un mondo sconfinato e popolato da creature antropomorfe e bizzarre. Munzlinger con la sua opera alza l’asticella sul concetto di onironauta.
Punto di forza del romanzo è il worldbuilding - accende davvero la curiosità del lettore - che per la sua solidità e compresenza di più razze mi ha ricordato la saga di Malazan di Steven Erikson, anche se i generi sono totalmente diversi; Munzilinger scrive fantascienza, Erikson epic fantasy.
Un aggettivo che gli calza a pennello è “avant-garde” perché oltre a trasmettere quella sensazione di “strano\bislacco” riesce nell’intento di invogliare a proseguire nella lettura, a toccare con mano la “logica” strampalata del sogno.
Il cosiddetto “What if” che fa da perno è appunto l’essere proiettati in una dimensione favolistica che nonostante ciò risulta verosimile e perfino accettabile agli occhi del lettore. Tuttavia è questo è il tasto dolente del libro, ho avuto per tutta la durata della lettura la sensazione di avere i sensi in sovraccarico per la mole di info e stimoli che viene data. Folle alla Burroughs e etereo alla Gaiman.
Leggere “Il lavoro dei maiali” significa trovarsi sperduti e spaesati assieme al nostro Kiwi e il sense of wonder è imperante, sogno e realtà si mescolano e distinguerli diventa quasi impossibile.