Ferenc Dezső Blaskó -nome d’arte Bela Lugosi- fu un attore noto soprattutto per una serie di film su Dracula.
Edgardo Franzosini ne ricostruisce la carriera, basandosi sia su elementi reali e documentati, sia ipotizzando (e desiderando...) una sorta d’identificazione tra uomo/interprete e personaggio rappresentato.
Scrive nella prefazione:
“Dote singolare dell' 'ultimo volto' è di sciogliere, se mai una ve n'è stata, ogni volontaria maschera ingannatrice, di scolpire nella rigidezza della morte la fisionomia delle passioni più esclusive, più assolute, di quelle che recano in sé l'impronta del destino. Analoga prerogativa posseggono le 'ultime parole'.
Riccioli di nuvole rosa brillavano in cielo dietro i monti Sabini quando l'imperatore Vespasiano, nel lasciare questo mondo, disse: "Che bello... sto diventando Dio!"
Johann Wolfgang Goethe invocò morendo: "Più luce!", mentre, concreta e laconica, Louisa May Alcott si interrogò: "E' meningite?".
Bela Lugosi spirò il 16 agosto 1956 pronunciando questa frase: "Io sono il conte Dracula, io sono il re dei vampiri, io sono immortale. Ed è, tale suo trasformarsi in vampiro, un fatto che ormai pochi si sentono di contraddire.
Ho scritto queste pagine con il fine, che mi auguro non del tutto superfluo, di cercar di comprendere le cause e di chiarire le circostanze in cui l’orribile metamorfosi di Lugosi si è verificata”.
La ricostruzione della biografia è accuratissima, ma non priva di sottile ironia, e si conclude alla fine con un richiamo –direi inevitabilmente- pirandelliano:
“La macchina da presa agisce […] con l’attore come il vampiro con la sua vittima. Nei Quaderni di Serafino Gubbio operatore Luigi Pirandello riconosce al cinema la facoltà di succhiare e assorbire la realtà viva degli interpreti ‘per renderla parvenza evanescente’. La descrizione dello stato in cui essi cadono dopo che la loro immagine è stata impressionata dalla pellicola presenta sorprendenti analogie con le condizioni in cui viene a trovarsi un individuo morso da un vampiro: ‘Avvertono confusamente, con un senso smanioso, indefinibile di vuoto, anzi di vôtamento, che il loro corpo è quasi sottratto, soppresso, privato della sua realtà…”.
E’ un’operazione, questa di Franzosini, quanto mai affascinante. Mi riconduce dritta dritta allo Sciascia de La scomparsa di Majorana quando, per dar forza al “suo” verosimile contrapposto al vero (e oscuro e inconoscibile), cita Savinio ("Savinio si diceva certo che le rovine di Troia fossero quelle scoperte da Schliemann, per il fatto che durante la prima guerra mondiale il cacciatorpediniere inglese Agamennon le avesse cannoneggiate. Se l'ira non ancora sopita di Agamennone non li avesse animati, perché mai quei cannoni avrebbero sparato su delle rovine in una landa? I nomi, non che un destino, sono le cose stesse").