Ha ragione Avraham Avraham, il detective protagonista di “Un caso di scomparsa”.
Il regno Unito ha avuto, fra i tanti, i suoi Miss Marple e i suoi Sherlock Holmes, la Francia i suoi Simenon e i suoi Adamsberg, la Svezia i suoi Mankell, gli Stati Uniti i loro Marlow e Lincoln Rhyme, l’Italia i suoi Montalbano e Luigi Ricciardi. E così una caterva di altri paesi europei e non, coi detective che hanno segnato le storie della loro letteratura gialla, più o meno moderna.
E Israele? Perché Israele non ha il suo, di Montalbano?
Perché in fondo, lì non c’è mai troppo da investigare. I crimini non accadono quasi mai, e se accadono, è quasi sempre un famigliare o un vicino di casa a commetterlo, e alla soluzione del caso si arriva subito, senza spaccarsi la testa, senza fare ricerche.
E’ questo che pensa Avraham Avraham.
E così, quando la madre di Ofer, un ragazzino scomparso da casa, si reca da lui preoccupata, lui minimizza la sua ansia e la rassicura, certo che, a breve, il ragazzino ricomparirà da solo così come è scomparso.
Ma si sbaglia. Ofer non tornerà più. E quando Avraham Avraham si rende conto che qualcosa di grosso può essergli accaduto, dà il via ad un’indagine che, per buona parte del romanzo, sembra non condurlo da nessuna parte. Nessun indizio, nessuna traccia, nessun sospetto, se non quello di un vicino di casa molto strano, che dava a Ofer delle lezioni private di inglese e pareva provare, nei suoi confronti, una sorta di affetto morboso.
Non sembra per niente l’Israele che immaginiamo noi, lo sfondo di questo romanzo di Mishani. Nessun accenno alle tradizioni e alle diverse culture e religioni che vi si fondono, nessun accenno ai conflitti che l’hanno insanguinato e che tutt’ora lo insanguinano. Pare di essere in una piccola città europea, calma, silenziosa e ombrosa e Avraham Avraham ci ci appare come una via di mezzo tra il tormentato Mankell, depresso in una città depressa, e lo spalatore di nuvole Adamsberg, che sembra non pensare a nulla quando invece, durante le sue interminabili camminate lungo la Senna, pensa fin troppo. E’ solitario, riflessivo, distaccato e introverso.
Come dicevo, per ben tre quarti del libro, la polizia si dimostra impotente e impreparata, poi qualcosa accade e il nostro detective mediorientale sfodera un ragionamento derivato da un collegamento di pensiero, così, in maniera spontanea, naturale e semplice, che poi lo porterà a risolvere il caso.
Come Adamsberg, appunto.
Non aspettatevi azioni a gogo, suspense ad ogni pagina e grossi colpi di scena.
Il giallo di Mishani si legge come un romanzo della Vargas, sostituendo al suo tocco d’ironia uno sfondo di malinconia tipica dei romanzi di Mankell, appunto. C’è anche una doppia ambientazione (comune a molti romanzi del genere, compreso quelli della Vargas), Israele e il Belgio (che ovviamente non potrebbero c’entrare meno l’uno con l’altro), nei quali Avraham Avraham si trascina, dividendosi tra il caso di Ofer e un caso accaduto a Bruxelles, appunto, e in occasione del quale avrà modo di conoscere una ragazza con la quale stringerà un rapporto.
Insomma, secondo me nulla di tipico del paese in cui la vicenda è ambientata, e nulla di eclatante.
Eppure il romanzo di Doron ci svela qualcosa sui rapporti umani e familiari suscitando in noi il dubbio che la soluzione del caso in realtà sia totalmente sbagliata. Avraham Avraham dice che ama leggere i romanzi gialli per smentire i detective protagonisti, che a suo avviso alla fine incriminano sempre la persona sbagliata. Che questo accada anche con lui?