La "guerra civile", così Pansa definisce la Resistenza, vista con gli occhi di un bambino, alter ego dello scrittore stesso, data l'ambientazione a Casale Monferrato e dintorni. Un bambino sveglio e curioso, una faccetta da schiaffi, al centro di una famiglia quasi di sole donne: la madre con il negozio da modista, l'inossidabile nonna, due zie; ci sono anche uno zio, pezzo grosso dei partigiani e un cugino spilungone e taciturno costretto a prendere la via dei monti per sfuggire alla leva repubblichina. Per il bambino la guerra è un'avventura e il massimo divertimento il passaggio di "Pippo" l'aereo di ricognizione degli alleati ma avrà modo di ricredersi. Pansa racconta dal punto di vista dei civili, dai problemi di una città più volte bombardata e teatro di attentati, alla diffidenza dei contadini nei confronti dei partigiani, percepiti spesso come avventurieri allo sbaraglio se non dei banditi o se anche combattenti per la libertà comunque portatori di guai, visto il rischio di rappresaglie nazi fasciste. Mescola abilmente finzione e realtà, cita e giudica l'eccidio della Benedicta e racconta la tragica fine della "banda Tom". La liberazione vede la vendetta dei partigiani calare inesorabile sui fascisti catturati. Il titolo fa riferimento a una canzone che la madre ascolta, innamorata di un amico di famiglia, un comunista: peccato che sia un internazionalista, un trotzkista inviso al partito e per alcuni di loro la lotta proseguì anche dopo la fine della guerra... Il primo romanzo di Pansa sulla Resistenza evidenzia già le idee dello scrittore su quel particolare periodo della nostra storia; lo stile colloquiale, ricco di simpatici termini dialettali, rende piacevole questa "storia di gente comune nell'Italia della guerra civile" che ha il semplice pregio di pescare nei racconti e ricordi dei nostri genitori e nonni che hanno vissuto quel periodo. Tre stelle e mezza.