“Infatti sono poche le persone che sanno «parlare». Non nel senso della correttezza grammaticale o lessicale, non è questo a cui alludo. Parlare significa fare corpo con quello che si dice, riconoscersi nelle parole, usare un linguaggio responsabile. Ripetere, con finta spontaneità, discorsi già fatti, non è parlare. Non è parlare riprendere con intemerata acquiescenza luoghi comuni. Né usare il linguaggio euforico, sovreccitato, iperbolico, che ha l’originalità della moda. Parlare è soprattutto scoprire in quello che si dice che cosa si è vissuto o si pensa o si prova. Parlare è fare esperienza attraverso le parole.
Anche scrivere non è ripetere, né trascrivere, ma scoprire quello che ancora non si conosce. Scrivere è inventare - cioè etimologicamente trovare, dal latino invenire - qualcosa che non si sapeva e che il testo svela. Questo è il senso idealmente più importante dello scrivere.”
Pontiggia pensa, ripensa attorno allo scrivere, al leggere, alle relazioni tra persone, ai malintesi, alle disattenzioni, alle parole sbadate, al comico delle cose, il suo è un insegnamento discreto per la letteratura e per la vita.
Cita molti autori e molti punti fraintesi; Proust ad esempio: egli non è un maestro della memoria, come molti invocano o temono, maestro della rammemorazione di fatti, non esattamente: Proust è un indagatore del suo io nel tempo, e l’io nel tempo è una composizione di Escher, è fatto di immaginazione, di spossamento, di cultura, di delusioni, di entusiasmi intimi che solo noi sappiamo in cosa consistono, Don Chisciotte dice «lo so io chi sono io» che non è presunzione ma è un dichiarare l’impossibilità di manifestare le cose come sono, come si sentono, per cui bisogna inventarsi uno stile, una rappresentazione laterale, Proust si inventa le intermittenze, mette in relazione quello che dicono le persone, i loro modi, li collaziona, ingigantisce alcuni aspetti e altri non li nota “a me sfuggiva quel che raccontava la gente, perché a interessarmi non era ciò che essi volevano dire, ma il modo in cui lo dicevano”.
Pontiggia analizza le parole con la stessa forma di curiosità laterale, il malinteso comunicativo è una forma più frequente di quanto si creda, la funzione fàtica che per i linguisti è l’acquisizione di frasi fatte per poter intavolare un discorso di circostanza (ciao come va, bene grazie, a te? non c’è male) alcuni persone dallo spirito morettiano (Nanni Moretti) si rifiutano di acquisirla, contestano interiormente gli automatismi della conversazione ‘rilassata’ e risultano ‘strani’, ritrosi, fanno figure vagamente comiche; ma strani non è la parola giusta, la parola giusta non c’è, la parola giusta è letteratura, forse. Il luogo in cui si mostrano i sentimenti indefiniti, nonché comici, prima che diventino parole e abitudini fisse.