Una tecnica animale
I kentukis sono esseri ingannevoli o autentici? Leggere il romanzo di Samanta Schweblin è una entusiasmante e disturbante esperienza, nella quale il lettore risponde a questa domanda, seguendo prospettive e interpretazioni molteplici e differenti, ciascuna generata da uno dei legami che questa raccolta di storie intesse nell'interezza del testo. I kentukis sono dispositivi tecnologici che connettono esseri umani attraverso la visione: un ”avere” che tiene con sé l'animale peluche e viene quindi osservato per il tramite dei suoi occhi digitali e un ”essere” che è lo sguardo dell'animale e osserva quindi ciò che la telecamera riproduce. Tra questi due esseri umani, proprietario e utente, nasce una relazione comunicativa, fatta di trucchi, segreti, tenerezze, appartenenza, disvelamento, vicinanza, complicità, tradimenti e avversità, che spesso si conclude con un fallimento, una distruzione, una interruzione. Questo appare essere la vita, una serie di interruzioni, di frammentazioni, nella quale sta a ciascuno di noi cercare una continuità, una discreta consistenza. Tutto a misura del singolo. Infatti l'artista percepisce, come scrive Schweblin, stati di frammentazione esistenziale, nei quali tutto si dissolveva, dentro storie così piccole, così minuziosamente intime, meschine e prevedibili. C'è molto da raccontare nella creatività dell'autrice argentina, c'è un tracimare della narrazione, un proliferare di fantasie che sfiorano il reale e vi si sovrappongono, come se il sé che guarda il mondo si replicasse dentro queste estensioni del sé (McLuhan) che sono i kentukis, e in un universo di borgesiani mondi possibili e doppi e specchi e corpi, l'opera d'arte va a riprodurre l'essere visto nella solitudine, come una individualità che vive del rispecchiamento nell'insieme dei suoi simili. L'autrice in un'intervista ha affermato che a un certo punto, nella genesi del testo, si è trovata sulla pagina molte più storie di quelle necessarie al romanzo; ma il discorso è funzionale così, sulla parabola di fallimento di tutti i dispositivi tecnologici, e quindi il lavoro è stato di attenersi al necessario, di scartare le storie ininfluenti, scegliendo e rifinendo le voci, le connessioni e le trame. È così che anche i kentukis (parola passe-partout) sono sempre più numerosi, continuano ad aumentare, sono fonte di complessità e nodi di una rete nella quale gli esseri umani restano intrappolati, imprigionati, contenuti, perdendo il calore delle relazioni fisiche e in definitiva svuotandosi, con nostalgia, in simulacri erranti e domestici. I personaggi sono mossi da desideri inquieti, il loro lato oscuro viene alimentato da distorsioni emotive e inferenze atipiche, il libero arbitrio viene rovesciato e messo in crisi da un reale che si duplica, si moltiplica, originando un pensiero sempre in fuga, paradossale, contraddittorio. I racconti domandano con energia negativa una soluzione, sperimentando nei personaggi quanto sia possibile sostenere per ciascuno di noi. L'anonimato e la privacy sono un piano sul quale Schweblin costruisce originali composizioni, la letteratura e la tecnologia nel romanzo si intersecano aprendo prospettive inesatte e livelli di conoscenza inattendibile o implicita. La scrittrice ha affermato che la vita virtuale sia così attrattiva perché priva di tutti i pesi e le responsabilità e le necessità della vita reale, con le sue complicazioni, e quindi lei ha voluto investigarne i limiti e le minacce; sono magnetiche le numerose storie che emergono dalla creatività di Schweblin: un'artista di nome Alina da Oaxaca cerca di tornare a casa, rinnovata, dopo che la sua stessa vita è stata trasformata con un abuso in performance; un hacker di Zagabria e la sua assistente sventano un rapimento che forse è finto; un bambino di Antigua scopre prima lo splendore della neve e poi la forza rivoluzionaria della liberazione, sciogliendo le regole del conformismo; un'anziana signora peruviana, Emilia, perde la fiducia nella bontà e nel prossimo; una padre comprende quanto sia preziosa la fiducia e l'amicizia di suo figlio. Gli stessi kentukis sono prodotti, ma anche entità viventi, ibridi umano-macchina (corvo, panda, topo, drago, coniglio, talpa, orso), e si sentono abbandonati, sono tristi, si tolgono la vita, comunicano, provano rabbia e gioia o tenerezza, dimostrano l'amore e l'affetto, a modo loro. Il linguaggio non ha regole, vive di una fatalità morale e ludica. Ecco che sembra non possa esistere comunicazione che non comprometta lo spazio interiore, abitandolo come un luogo estraneo. Un tema molto forte del testo è la connessione e il suo opposto, il crollo della dipendenza; cioè il fatto che i legami umani si attivano e poi finiscono inevitabilmente con lo sciogliersi, in un modo o nell'altro, a volte comico, a volte tragico. E insieme è centrale l'idea che nulla che sia veramente interconnesso, sul piano della comunicazione, possa durare nel tempo, dando così vita a un inestricabile intreccio di cause e effetti, che necessita di uno sviluppo e questo sviluppo presente significa, riguardo alla materia del passato possibile, superamento, perdita, insuccesso, implosione, e in definitiva, estinzione. Un futuro irrealizzato. Un kentukis disattivato.
“E i kentuki...Era questo che le faceva più rabbia. Che cos'era questa stupida idea dei kentuki? Che cosa faceva tutta quella gente che si aggirava sui pavimenti delle case altrui, che guardava come l'altra metà del genere umano si lavava i denti? Perché non era tutto diverso? Perché nessuno ordiva complotti davvero tremendi con i kentuki? Perché nessuno intrufolava un kentuki carico di esplosivo tra la folla di una grande stazione per far saltare tutto in aria? Perché nessun utente di kentuki ricattava un controllore aereo costringendolo a immolare cinque aerei a Francoforte in cambio della vita di sua figlia? Perché nemmeno un utente delle migliaia che in quel momento dovevano muoversi su documenti importantissimi prendeva nota di un dato cruciale e faceva crollare la borsa di Wall Street? O penetrava nel software di qualche sistema e faceva cadere, alla stessa ora, tutti gli ascensori di una dozzina di grattacieli? Perché in una sola misera mattina non morivano migliaia di consumatori per un solo secchio di litio versato per sbaglio nei silos di una centrale del latte brasiliana? Perché le storie erano così piccole, così minuziosamente intime, meschine e prevedibili? Così disperatamente umane?”