"Radici" è il titolo di uno dei primi album di Francesco Guccini, e radici è la parola che forse più di tutte rappresenta il cuore della sua ispirazione artistica. Radici sono quelle che lo legano a Pàvana - piccolo paese tra Emilia e Toscana dove sorge il mulino di famiglia, vera Macondo appenninica ormai viva nel cuore dei lettori - e radici sono quelle che sa rintracciare dentro le parole, giocando con le etimologie fra l'italiano e il dialetto, come da sempre ama fare. Oggi Pàvana è ormai quasi disabitata, i tetti delle case non fumano più. È in questo silenzio che il narratore evoca per noi i suoni di un tempo lontano, in cui la montagna era luogo laborioso e vivo, terra dura ma accogliente per chi la sapeva rispettare. Rinascono così personaggi, mestieri, suoni, gli artigiani all'opera in paese o lungo il fiume, i primi sguardi scambiati con le ragazze in vacanza, i giochi, gli animali e i frutti della terra, un orizzonte piccolo ma proprio per questo aperto all'infinito della fantasia. Tra elegia e ballata, queste pagine sono percorse da una continua ricerca delle parole giuste per nominare ricordi, cose e persone del tempo perduto; la malinconia è sempre temperata dalla capacità di sorridere delle umane cose e dalla precisione con cui vengono rievocati gesti, atmosfere, vite non illustri eppure piene di significato. Francesco Guccini non canta più, ma la sua voce si leva di nuovo per noi, alta, forte, piena di poesia, per consegnarci un'opera che è testamento e testimone da raccogliere, in attesa di una nuova aurora del giorno.
Francesco Guccini is an Italian singer-songwriter, considered one of the most important Cantautori. During the five decades of his music career he has recorded 16 studio albums and collections, and 6 live albums. He is also a writer, having published autobiographic and noir novels, and a comics artist. Guccini also worked as actor, soundtrack composer, lexicographer and dialectologist. Guccini moved to Pàvana during World War II, then returned to Modena where he spent his teenage years and established his musical career. His debut album, Folk beat n. 1, was released in 1967, but the first success was in 1972 with the album Radici. He was harshly criticised after releasing Stanze di vita quotidiana, and answered to his critics with the song "L'avvelenata". His studio albums production slowed down in the nineties and 2000s, but his live albums continued being successful. His lyrics have been praised for their poetic and literary value and have been used in schools as an example of modern poetry. Guccini has gained the appreciation of critics and fans, who regard him as an iconic figure.[1] He has received several awards for his works; an asteroid, a cactus species and a butterfly subspecies have been named after him. The main instrument in most of his songs is the acoustic guitar.
Capisco il desiderio di raccontare un mondo che non c'è più, un mondo che ti manca e in cui sei cresciuto. Ma un libro, a meno che non sia un saggio, racconta storie e di storie qui ne abbiamo davvero poche. Hai ragione, c'è qualche pennalata qui e lì, ma manca del tutto la trama narrativa e quello che troviamo in queste pagine sono delle eterne descrizioni, faticose, metà in dialetto metà in italiano. Punto dolente: davvero su 280 pagine di libro puoi pensare di avere 60 pagine di glossario? Davvero?
Questo racconto nostalgico, pieno di amarezza di un mondo che non c'è più è stentato, perché manca un qualsiasi ritmo. A tratti sembra un "si stava meglio quando si stava peggio".
Guccini, da sempre, con le sue canzoni racconta storie e in questo libro proprio le storie mancano, sic.
Tra elegia e ballata rinascono mestieri abitudini suoni. Guccini scrive del tempo che fu fondendo dialetto e italiano, alla ricerca delle radici
È così che la sua Pàvana, quel paesino ora spopolato sull’appennino tosco-emiliano torna a rivivere in questo poetico e struggente ricordo
Tralummescuro è l’Imbrunire lento e dolce , è il chiarore che diventa buio quando tutto si ferma e le voci si fanno lontane Perché il silenzio, un tempo, era simbolo di un mondo fatto di gente che non c’è più, “....Verodìo”
Come il fiume che ancora è lì ma non ci va più nessuno a nuotare è un ricordo, una “vilegiatura d’antan” Nemmeno più per fare due chiacchiere si scende al fiume “Ora quei segreti e quelle confidenze se li è portati via il vento che ogni tanto sóppia radente il fiume” Sì, il vento del tempo si è portato via tutto, niente più dialetto, né chiocciare di galline, la bocciatura a scuola è un lontano ricordo e il sussidiario su cui si imparava ha smesso di essere sobrio
Altri tempi, altro mondo quello dove l’aria sapeva di buono i viottoli e le mulattiere, crocevia di feste pagane e religiose, erano tutto un brulicare di gente Adesso sono come arterie secche
Dove sono finite le lucciole che svolazzavano intermittenti tra il grano alto? E la voglia di ballare alle feste paesane il sabato sera?
“Con la gran voglia di ballare che, nel dopoguerra, faceva risplendere di luce propria l’universo mondo tutto, dopo tante ansie e tanto patire”
E in questo rievocare c’è una presenza fissa che completa il paesaggio e ne fa da sottofondo: il mulino di famiglia, simbolo di vita agreste e di quella semplicità che non torna più. Che bella la dolcezza malinconica di Guccini!
Il sotto titolo è quanto mai azzeccato. Riassume appieno il libro. Sono convinto che dalla Lapponia al Sud Africa, che dagli USA al Giappone cercando troveremmo decine di libri simili. Qui siamo al confine fra Emilia Romagna e Toscana, fra Stato pontificio e gran ducato di Toscana. Badate, non è un lamento sui tempi che furono, sul come si stava meglio quando si stava peggio perché questi, sin dagli antichi, sono già stati scritti. E’ una ballata, nello stile dei trovatori. Nulla di più facile che leggendo si senta la voce e l’accento particolare di Guccini, figura incontornabile del cantautorato italiano al pari di De Andrè. Si mescolano italiano colto e termini dialettali. Non c’è rimpianto, malinconia semmai. Tristezza nel vedere luoghi amati andare in abbandono, assistere ad una corsa ad un benessere, artefatto e spesso indotto. Due parole sull’autore: nato a Modena, 14 giugno 1940, è un cantautore, scrittore, attore e chitarrista italiano.
Tralummescuro è un’ode ai tempi che furono, è una ballata per un paese al tramonto, è il racconto, attraverso quel crude stil novo che caratterizza il Guccini, di tempi andati, di balli, di usanze, di luoghi e sentieri che oramai sono scomparsi nel tempo. In quest’opera Guccini ripercorre la giovinezza, la sua e dell’Italia postbellica, con gli occhi del fu ragazzo, e lo fa mischiando alla realtà dei suoi ricordi l’intelligente ironia che da sempre lo caratterizza, in maniera sagace ed omogenea. Non si può non notare come l’autore sia affezionato ad un passato che ricorda in maniera agrodolce, da una parte ci sono i pensieri più malinconici, quelli che non torneranno più, mentre dall’altra la mestizia lascia spazio a paragrafi ben più canzonatori, sferzanti, e neanche al presente, così complicato e così diverso, riserva un trattamento di favore. A rigor di chiarezza va detto che il Guccini non una di quelle persone del “si stava meglio quando si stava peggio”, anzi, è - come ho scritto poco sopra - una persona che ricorda con dolcezza un passato fatto di incontri, storie, ricordi, luoghi e quasi ancora ad aggravare questa dolce mestizia si accorge che è stata una delle tante persone ad aver conosciuto gente di un’altra epoca, e quasi si dispiace d’averla conosciuta in un periodo dove le storie dei vecchi non le stai tanto a sentire. Ecco, Tralummescuro per me prende le sembianze di uno scritto di memorie emotive, una sorta autobiografia emozionale, e quasi ti viene nostalgia anche a te, lettore, che ti perdi tra i ricordi di un aedo e magari non sai neppure cosa vuol dire mettere la sugna sulle scarpe per impermeabilizzarle dal freddo e dalla neve… “Ti viene da pensare che sei uno degli ultimi che ha conosciuto gente dell'Ottocento, gente che era nata due secoli fa, che è vissuta in un mondo completamente diverso da quello d'oggi, senza acqua corénte (…), senza luce elettrica, radio e televisione, senza automobili sotto al culo come adessa che ce l'hanno tutti, (…), senza telefono o telefonino, internet o quei troiàii li: gente che campava con pochi fichi davera, altro che balle…” ed era gente con un’altra sensibilità alla vita, con altre moralità, con altre passioni o desideri, era gente semplice, con pochi fronzoli. L’autore comincia istruendoci sulla dislocazione di Pàvana, questo perché semplicemente non può fare altrimenti, perché è da lì che nasce tutto, perché è proprio quello il Paese “che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”, là sull’appennino tosco emiliano, e ci fa capire, similmente a un altro vecchio Poeta, che lui è toscano di nascita, ma - come gli abitanti di quella zona - non di costumi. Ben intesi, non con accezione negativa come il Sopracitato, ma quasi per fortuità dato che subisce, volente o nolente, gli influssi socio culturali della vicinissima (è veramente a un tiro di schioppo) Romagna; quest’opera è infatti scritta - in maniera comprensibile - in un dialetto che possiamo ricollegare a quello emiliano con accenni e sfumature toscane, e sotto tale punto di vista, da profano, mi viene da pensare che questo scritto sia un piccolo manuale di linguistica per quel preciso e strano dialetto, difatti, non è raro trovare riferimenti, traduzioni e pronunce di termini desueti a chi non conosce quella specifica parlata. L’autore si spinge poi sui ricordi della società, introducendoci ad essi attraverso degli estratti di vita vissuta, dalla costruzione di strade, alle camminate alla diga, ai bagni nel fiume fino alla neve che sommerge il paesaggio, e quasi ti spinge a pensare di come la società dell’epoca, quel complicato groviglio socioculturale di persone pragmatiche e combattenti, sia stata la base della moderna società di oggi, un ancor più aggrovigliato gomitolo di credenze, etnie ed emozioni; dove seppur ci sia una buona leva di persone che rifiutano scienza e storia, quelle che dimostrano più buonsenso hanno l’accesso ad una rete che li collega, che permette loro addirittura chiamate video in tutto il globo, e dispongono tutti di efficienti mezzi e metodi di scambio di risorse che riescono a garantire un continuo transito di persone e giocoforza di idee e questo e moltissimo altro, senza i sacrifici dei giganti ai quali siamo e siamo stati sulle spalle, era difficile da raggiungere. Certo, questi giganti ne hanno lasciata di polvere sotto al tappeto, l’inquinamento atmosferico, il buco nell’ozono, l’inquinamento nucleare, lo scioglimento dei ghiacciai, il colonialismo, la povertà, il terzo mondo… In tale senso, dalle pagine di questo libro emerge con chiarezza come l’essere umano si sappia autoriparare, si sappia quindi prima arrangiare e poi, dopo aver capito e studiato, sappia progredire, lasciando dietro di sé una scia di ricordi che, se raccontati alle future generazioni e paragonati alle conoscenze attuali, fanno quasi ridere. A me questo libro è piaciuto, è dolce, ironico e istruttivo, la lettura forse non è tra le più scorrevoli per via delle forme dialettali inserite, ma è proprio per questo che mi è risultato addirittura ancor più immersivo, mi sono tuffato in questo mare di ricordi e ne sono riemerso con un bagaglio di conoscenze che prima non avevo, ritrovandomi più consapevole di un passato certamente di nicchia, ma un passato che appartiene a tutti.
Come per altri libri di Guccini mi è piaciuta la malinconia che trasmette. Il pensiero dolce per un mondo scomparso nelle nebbie del tempo. Descrive Pàvana e un microcosmo che gira intorno al paese ma corrisponde alla realta di mille altri paesi dell'Italia del dopoguerra. Come per "Cronache Epafaniche" ti lascia una velata nostalgia anche se quel mondo lo hai appena sfiorato come me.
Un Guccini crepuscolare ci regala questo libro dove la nostalgia la fa da padrona. Tra gli Appennini - ma un po' in ogni dove nel nostro Paese - c'è una civiltà che ormai è giunta alla fine, una civiltà contadina, povera ma ricca di umanità, che ha conosciuto la guerra, che si è accontentata del poco che aveva. Un libro che è un canto al passato che non ritorna ma soprattutto alle persone che non ritornano e che quel passato l'hanno vissuto. Anche il cantautore modenese si colloca fra di loro e pare ormai in attesa soltanto di fare il passo verso il lungo sonno, con qualche rimpianto per il tempo che fu e poca passione per questo tempo nel quale si sente ormai un estraneo, per il suo paese metafora di un mondo al tramonto...
Ci giocavi, li facevi saltare, poi li dimenticavi mezzi morti su un sasso al fatale sole d’estate, a disidratarsi e morire, lasciando le loro spoglie disseccate sulla pietra per giorni. Allora non è come adessa, che ti chiappa il rimorso solo al pensiero, alora eran altri tempi, altre morali, come quando tuo zio Nerìco brancava un conìgliolo dallo staletto30 e lo reggeva per le zampe di dietro, la bestia cercava disperatamente, cigando31 e inarcandosi, di sfuggire alla triste fine che tu ben conoscevi, ma non fuggivi, anzi, stavi lì a guardare, aspettando il colpo secco di bastoncino (sempre quello, il castiga conìglioli) alla nuca, che poneva fine alla breve vita dell’animale.
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Pavana capta ferum victorem coepit,
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I due campanili non si sono mai amati.
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. Ma come erano buoni i tortellini mangiati per Natale, quella sola volta all’anno, non lo sapranno mai.
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Un po’ come le case vuote, qui in paese. Tristi sfilarate di case, con un altrettanto triste cartello apic’gato fuori dall’usc-scio, VENDESI, e le venderebbero tutte quelle case abbandonate, eredi stanchi dell’Appennino, desiderosi di altra vita e di altri fasti, dimentichi di quelli che, a gran fadigga, se l’erano tirate su, quelle case. Ma non eran mia vióte, quelle case, ed eran piene de la gente che l’aveva riempite vivendoci una vita, soffrendo e gioiendo, figure oramai dimenticate, gettate nel passato, ma tu le ricordi quele persone, sai chi erano, conosci i loro nomi e sovranommi, sai i visi e le loro voci, sai come si chiamava quella vecchia che balzava fuori a urlare dietro a noi “brutti mostri (vi chiapasse ’n acidénte!)” che, giocando con le cerbottane, fra i vari “t’ho chiapato no vvé’”, “la freccia, m’è pasata a due metri di distanza, pòro il mio bìschero”, le turbavamo il sonno del primo pomeriggio; o quella ragazzina, carina, vilegiante, anche simpatica, ma con una faccia da non mi toccate che sono qui per darmi solo al mio futuro legittimo marito, sorvegliata da una feroce madre che vegliava sulla sua purezza che noi maschi bramosi e un poco salvadghi potevamo tentare di turbare. Chissà se è ancora di questo mondo o è bèlle che partita per i verdi pascoli. Chissà se ricorderà quelle lunghe giornate d’estate, da adole
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Fosse solo questo, a essere chiuso, ma è soltanto uno degli altri che hanno fatto, a scadenza successiva, la stessa fine. Un altro, sempre in stile liberty, segno dell’epoca in cui ha visto la luce, dopo vari tentativi di rianimazione, è ora parziale sede di una banca. Altri, di costruzione più recente, a seguito di una fallace e momentanea ripresa termale hanno fatto rapidamente la stessa fine. Uno in particolare, piastrellato sulla facciata, di rara bruttezza, che sembra una grande stanza da bagno, nuovo novénto, 2 fino a qualche anno fa, aperto per brevissimo tempo, è ora in attesa... (attesa di che cosa? che venga smantellato?) e quell’altro, di fronte a ciò che rimane di tutte le terme, messo oggi all’asta. È bello, nuovo, però nessuno vuol più rimetterlo in funzione. Le terme vecchie, bellissimo esempio di liberty, roba di fine Ottocento, ormai serrate per sempre, coi loro affreschi, i loro tendaggi e lampadari, aspettano forse un ricco emiro che investa denaro e le rimetta in funzione; e il mascherone romano raffigurante un leone, trovato nel greto del Rio Maggiore verso la fine dell’Ottocento, segno tangibile di una tradizione che giunge a noi dalla lontana romanità, giace da qualche parte senza più ruggire. Non più le orchestrine con improbabili cantanti che, di pomeriggio, rallegravano i fedeli seguaci delle acque solforose e delle inalazioni, non più tango, valzer, slow o, più recentemente, musiche più contemporanee, non più nursey con grembiule bianco e crestina inamidata che accudivano i pargoli mentre le madri sopportavano le premurose attenzioni di estivi spasimanti, mentre sedute a un tavolino dell’ampio e frondoso parco sorseggiavano un aperitivo (un vermouth? un Punt e Mes?) o, più semplicemente, un’aranciata. Niente, finito; polvere e rimpianto.
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Ma c’è un po’ dappertutto, questa strage di alberghi. In molte frazioni qui vicino, c’erano tre o quattro alberghetti, poi diventati pensioncine, poi più niente. Anche lì c’erano i Signori, d’estate, che si distinguevano dalla fauna locale per vestimenti e abitudini le più mondane possibili. Non fosse altro per la curiosa abitudine di sedersi a tavola e farsi servire. Ora tutto chiuso, nemmeno un caffè, un bar. Che apri a fare, se non c’è nessuno che ci vada a ordinare qualcosa, se non un chilo di pane o un etto di prosciutto. Quando questi clienti si fanno vedere accade sempre più raramente, perché ora ci sono i supermercati, più economici, e la gente che andava a fare spesa in mille botteghine sparse nelle mille frazioni dei monti non c’è più, se ne è andata da qualche parte, in città o a riposare definitivamente.
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quanti motivi sono rimasti nell’aria
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Racconti, memorie, immagini...sembra di stare intorno al tavolo di una cucina a sentire le storie di giovinezza degli zii venuti in visita. Un bicchiere di rosso in mano e le parole fluiscono libere con la dolcezza confortante e familiare, un po’ malinconica, che dona il senso di appartenenza a un luogo che si è trasformato, ma in cui le proprie radici sono forti e continuano a sostenerci
Ho sempre amato il Maestrone per le sue parole e la sua musica. Come romanziere non mi ha mai entusiasmato. Bello il libro ma da leggere solo per affetto gucciniano
Uno dei libri più noiosi che abbia mai letto. Comprendo il fascino della memoria e la lingua in vernacolo, ma è proprio difficile seguire questa sia ‘ricerca del tempo perduto’
“Il panorama qui atorno è sempre uguale a quello che c’era. Quasi. Perché, se ci pensi, è mò cambiato, e di tanto. Sembra lo stesso, ma c’è qualcosa che lo fa diverso, differente da com’era prima. Come un vecchio amico, che non vedi da tanto tempo, capisci che è lui, la statura è quella, gli occhi sono precisi a come te li rammenti ma i capelli si son fatti più indietro sulla fronte, e c’è qualche ruga atorno agli occhi, ti sembra un po‘ ingrassato e vedi che non cammina più spedito come una volta.” CIT
“lo strano è che, interrogati, nessuno ne ha mai cacciato uno, di quei cinghiali: “Io, sparare a un cinghiale? Io no, verodìo, poi è vietato”. Pare che questi animali, pòre bestie, soffrano gravi depressioni e, giunti alla soglia di una di queste case, per sfuggire alla tristezza della loro vita, si suicidino” cit
Alla ricerca di un mondo perduto, dove il confronto passato-presente talvolta fa nascere un pò di rimpianto, ma la ruota del tempo è inesorabile e per usare parole dell'autore "il tempo passa e non ritorna più" Sicuramente alcuni passaggi sono motivo di profonda meditazione sul nostro percorso, sul valore delle cose, dei sentimenti, di chi siamo , dove andiamo.
Per dirla in breve "siamo qualcosa che non resta frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno"
Piccolo libro con il quale l'autore racconta il tempo trascorso. Potrebbe essere un nonno che racconta dei tempi andati ai nipotini con un certo qual rimpianto. Mi hanno parecchio disturbata le parole e le frasi in dialetto (incomprensibili anche considerandole nel contesto della frase) ...un continuo andare alle note esplicative.
Ottimo. Un paese che mannoamano sta scomparendo e rivivendo nelle nuove generazioni attraverso le parale intelligenti e audaci di un grande cantante e scrittore, un dovere verso tutte le nuove generazioni di trovarsi nel mondo senz'altro non in bonaccia invece verso difficili venti e rotte.
Ho passato un bel pomeriggio immersa nell'atmosfera dell'Appennino raccontato da Guccini. Quattro stelle meritatissime. Ne ho tolta una solo perché in alcuni punti è un po' ripetitivo.
Quando la vita scorreva a un BPM più lento, a misura di racconto, e i confini della propria identità erano il limite del bosco o la storpiatura dialettale di una parola nel paese accanto.
abbiamo di nuovo il Guccini di croniche epifaniche, ricordi del paese natio , storie di mulino, campagna e montagna. la scrittura declina al dialetto che meglio racconta ricordi, ma rende la lettura più lenta.