Due storie parallele che arrivano dal passato, un omicidio misterioso e sullo sfondo una Milano sotterranea, feroce e sorprendente che i due poliziotti Ghezzi e Carella battono palmo a palmo in un moltiplicarsi di domande, dubbi, colpi di scena. E intanto Carlo Monterossi assiste incredulo e disarmato al racconto impietoso di un mondo lontano dal suo. Un poliziesco pieno di azione e malinconicamente morale, degno della migliore tradizione del noir americano.
Grazie a una complicata serie di ricordi personali abbinati (come capita ai tifosi di minoranze calcistiche) ai relativi campionati, credo di poter identificare temporalmente con una certa certezza la mia gita scolastica al Delta del Po.
Terza media, e una ricchissima fase preparatoria in geografia con annessa memorizzazione dei principali affluenti del Grande Fiume Italiano: e dico “principali” perchè sono più di 140 (confesso, ho ripassato). Quel complesso sistema di incroci fluviali mi aveva appassionato, come capita a quell’età, e arrivati nelle valli di Comacchio, osservavo il fiume come il risultato di una serie di singole storie che confluiscono in una Storia più grande.
I cerchi nell’acqua di Alessandro Robecchi è un magnifico fiume Po, in cui si incrociano, si incastrano, si danno reciprocamente vita molte storie diverse.
Con la mirabile capacità dei grandi scrittori, il lettore non si perde, e ai robecchiani più fedeli non manca neppure che il protagonista non sia (o non sia del tutto) Carlo Monterossi: definire i romanzi di Robecchi come “seriali” è estramente riduttivo, per quanto pieni ed elaborati risultino, e la sensazione nettissima è quella di una scrittura in crescita, sempre un po’ più piena, matura, persino emozionante.
Con una vena di puro noir e un sottile sfondo di amara mestizia, I cerchi nell’acqua mi è sembrato fortemente umano, infinitamente milanese, certamente scerbanenchiano.
E come è giusto che sia per un grande fiume, che alla fine trova riposo nel mare, I cerchi nell’acqua sfocia in un finale magnifico.
Sono giunta all'ultimo capitolo - finora - della serie di Carlo Monterossi, che qui c'entra molto poco, in effetti, se non come il recipiente del racconto del sovrintendente Ghezzi, a cena a casa sua assieme alla Rosa (in assoluto, il personaggio che amo di più in questa serie) e a Bianca Ballesi, la produttrice del programma di TV spazzatura di cui è ideatore e autore, e che da un po' di tempo sembra fare coppia fissa con lui (ma senza alcun impegno). Quindi Oscar Falcone e Agatina Cirrielli, ormai soci di un'agenzia investigativa molto misteriosa qui vengono appena citati, mentre il caso - l'omicidio a suon di botte di un restauratore antiquario che si prestava a fare piccoli "servizietti" alla malavita - è a esclusiva della polizia. E non è neanche un caso di Carella e Ghezzi, che tuttavia, conducono privatamente indagini sul conto di due personaggi diversi per ragioni diverse e si ritrovano a muoversi oltre i limiti della legalità per fare in modo che, per una volta, sia la giustizia a trionfare. Confesso che, quando si parlava di carcere e di recupero degli ex-carcerati, mi sono ritrovata a pensare a Giacinto Siciliano e al suo Di cuore e di coraggio, soprattutto quando si parla del malvivente impenitente che ha detto basta al crimine e ha creato una cooperativa per ex-carcerati, dove cerca di rigare dritto per poter vedere crescere il proprio nipotino, che altrimenti la figlia gli terrebbe lontano.
Forse il miglior romanzo della serie che vede protagonista Carlo Monterossi, e il motivo è paradossalmente l'assenza del protagonista stesso: svincolato dal costruire una trama intorno ad un improbabile autore televisivo pieno di soldi e non dovendo dunque ricorrere all'onnipresente-onniscente-onnipotente detective Oscar Falcone, deus ex machina di tutti gli altri episodi, Robecchi scrive un romanzo che ricorda spesso - forse troppo - "La promessa" di Dürrenmatt: non un capolavoro, certo, ma almeno un vero giallo.
I cerchi nell'acqua, Alessandro Robecchi e Michele Lo Foco, 2020 Nell’amplissimo filone della recente ondata di poliziesco all’italiana i romanzi di Robecchi hanno secondo me spiccato, oltre che per una apprezzabile freschezza di linguaggio e contenuti, per l’originalità del protagonista: Carlo Monterossi un produttore televisivo. Man mano che si è letti i precedenti si approfittava volentieri di questa alterità, ma senza mancare di chiedersi “fin quando tiene”, chè è piuttosto improbabile che a un produttore tv capiti poi tutta sta roba avvincente… Più consapevole e umile di molti altri autori rispetto a quanto si possa negoziare con il lettore, Robecchi – ma anche Lo Foco che autora anche se non si coglie in che termini - ne I cerchi dell’acqua Monterossi lo lascia in panchina. Non c’è proprio per lasciare il campo ai due protagonisti “professionali” già conosciuti negli altri romanzi, due poliziotti delineati benissimo, convincenti, avvincenti. Magistrale la conduzione della vicenda. Ottimi i contenuti sul piano etico e sociale, che peccato però che di questi non si riescano a trovare altri vettori narrativi che non siano sempre e solo e sempre la polizia...
Ad oggi il miglior romanzo della serie e il Monterossi (l'articolo è d'obbligo in questo caso) si limita a comparire in tre punti, per di più solo come silenzioso confessore. Carella si brucia dietro una vendetta personale mentre Ghezzi si barcamena per un favore ad una vecchia conoscenza. Due rette parallele che finiranno per intersecarsi, due poliziotti così simili e così diversi che, nel fango e nel grigio (morale e fisico) lottano per portare un po' di vera giustizia al mondo. I cerchi nell'acqua è un grande giallo ambientato in una grande Milano; Robecchi mi ha fatto tornare a respirare le atmosfere meneghine di Scerbanenco e, onestamente, non riesco a pensare a un complimento più grande.
Robecchi ha stile, ritmo e capacità nuove a ogni romanzo. Questa volta Carlo Monterossi sparisce, ed era inevitabile visto il suo personaggio ormai sfruttato in ogni risvolto. Spazio a Ghezzi e Carella, duri introspettivi e lacerati dai mali de vivere e del loro mestiere di poliziotti sempre in mezzo a passioni e sogni neri.
Una bella lettura con Ghezzi e Carella, poliziotti di solito in secondo piano. Avvincente e aspro, come la vita irrisolta di molti personaggi di Robecchi. Si riflette sulle scelte della vita dei protagonisti fra le pagine del giallo, buoni e cattivi come non sempre appaiono le persone in prima battuta.
Solita scrittura del Robecchi. Piacevole, scorrevole, divertente. Ma questa ultima uscita è un pò ingessata. Forse prevale un tono vagamente moralista che, nei libri precedenti, era abilmente celato dietro una facciata di Milano-bene-ma-non-troppo che alla lunga ha un pò ceduto il passo alle ripetizioni. Ma d'altronde Milano non è Los Angeles...
Un romanzo bellissimo dove Carlo Monterossi rimane in ombra e affiora il lato più oscuro, sporco, cattivo e umano dell'essere detective, dell'incastrare i cattivi. Scena e trama tutta per Carella e Ghezzi, che si muovono, inconsapevolmente, come ballerini in pieno sincrono.
Insomma, mi sono proprio resa conto di non conoscere per niente questa amatissima generazione di giallisti e noiristi italiani: Carofiglio, Carlotto e ora, finalmente, la mia prima volta con Robecchi. Il mio piu' grande problema e' di cominciare queste serie sempre dal mezzo e poi di lamentarmi che "si', pero', aver cominciato dall'inizio sarebbe stato meglio..." Ecco, con Robecchi non mi e' successo. Il sovrintendete Ghezzi, seduto comodo in poltrona, racconta a Carlo Monterossi, relegato alla parte di puro ascoltatore, tre filoni di indagine. Quella che ha seguito lui, in via del tutto personale, e che consiste solo nel cercare un piccolo delinquente di cui la compagna non ha piu' notizie. Quella che ha seguito il suo partner sul lavoro, il Carella, in via del tutto personale, e che consiste in voler vendicare chi non può piu' farlo da solo. E quella che invece sta seguendo in via del tutto ufficiale la polizia: la morte violenta di un noto antiquario restauratore di Milano. Cosi', anche noi impotenti come Monterossi, siamo costretti ad aspettare, seguendo i ritmi della narrazione del Ghezzi, fino a quando finalmente i cerchi nell'acqua cominciano ad intrecciarsi. E intanto ci ritroviamo fra poliziotti stanchi di fare sempre la cosa giusta (che qual e', poi, questa cosa giusta?), prostitute ammazzate di botte, la povera Rosa Ghezzi che ambisce solo ad avere una lavatrice nuova, Milano che scorre di giorno e di notte con i suoi Navigli e le sue periferie. Una cosa hanno in comune Robecchi&company. Sembrano essere stanchi, o quanto meno i loro personaggi sembrano essere avviati ad una stagione autunnale di mestizia e stanchezza: Sono tutti stanchi, pensa ora Ghezzi. Gregori e' stanco, la Franca e' stanca, della sua vita e delle sue marchette. E' stanco anche il Salina, ci scommetterebbe, e lui e' stanco di cercarlo. Il paese e' stanco, spossato dall'attesa di cose che non verranno mai. E' quello che si dice sempre come massima ambizione, come orizzonte di speranza: una vita normale, un paese normale... non arriva mai, e intanto si aspetta, si sgrana il rosario delle giornate. E' un'attesa che sfianca, l'attesa di cosa, poi? Consigliato a chi non e' stanco di leggere;)
"I cerchi nell'acqua" di Alessandro Robecchi A costo di essere ripetitiva, i romanzi scritti da Robecchi mi piacciono sempre: gli intrecci molto articolati, le atmosfere, Milano di luci ed ombre, i personaggi, la scrittura veloce ma ricca di sfumature. Ho comunque un preferito che, fino ad oggi, era "Questa non è una canzone d'amore", ma, da questo momento "I cerchi nell'acqua sarà il mio preferito". Questa volta i protagonisti assoluti sono i due poliziotti, Ghezzi e Carella, che definirò personaggi superstar. Entrambi cercano qualcuno, all'insaputa l'uno dell'altro e in forma "privata". Le strade e le indagini dei due ad un certo punto si incontreranno e... Ghezzi e Carella così diversi e così vicini. Azione e malinconia. I due, per raggiungere i loro "nobili" scopi, dovranno sporcarsi le mani e un po' anche l'anima. Bellissimo.
Il miglior Robecchi della serie. Forse perché con Monterossi ai margini, è stata attenuata la ricerca dell'ironia a tutti i costi che nel lungo periodo un po' stanca, quando si ha a che fare con un poliziesco. Forse che al posto dell'ironia, Robecchi aggiunge un'amarezza che bilancia il tutto. Forse che è un poliziesco veramente ben costruito, dove Carella e Ghezzi riescono a muoversi fuori dagli stereotipi, immergendosi nel mondo al di là dello specchio in cui si riflette Monterossi nei altri romanzi della serie. Un romanzo di serie che suona come uno spinoff ma che si può leggere come uno standalone. Ottimo davvero.
Alessandro Robecchi si é superato. Carella e Ghezzi generano empatia perché hanno tutte le qualità e le contraddizioni di chi persegue costantemente la giustizia. Un libro scritto bene, dal ritmo serrato e che non si vorrebbe mai finire.
Una serie in ripresa. Per fortuna il Monterossi è stato messo da parte, un personaggio simpatico ma che non poteva reggere a lungo... infatti il penultimo libro era stato un po’ deludente. Invece Ghezzi e Carella sono una bella coppia!
Bellissimo, coinvolgente, emozionante. I personaggi continuano a piacermi moltissimo e la storia è ben congegnata. L'atmosfera richiama "A che punto è la notte" di Fruttero e Lucentini, uno dei miei libri preferiti di sempre. Ma è Robecchi, ed è in grande forma.
Storia trascinante, personaggi costruiti in maniera impeccabile, un hard boiled all'italiana e una scoperta inaspettata nel panorama della narrativa contemporanea, un poliziesco ideale da leggere nei giorni di caldo o quando si ha desiderio e bisogno di condurre la mente altrove.
Con questa storia, c’è un ulteriore definizione dei personaggi noti di Robecchi. Il Monterossi, è l’uomo che solitamente si trova dentro a situazioni assurde, questa volta è solo uno spettatore che diventa ricettore di tutto il malessere del poliziotto Ghezzi. Sente cose che crede di conoscere o che pensa di aver già visto attraverso i suoi odiosi programmi TV. Assiste al racconto confessione del sovrintendente che gli spiattella crudelmente la realtà dei fatti. Il Monterossi non può fare altro che notare le differenze incolmabili tra la sua vita privilegiata e quella del Ghezzi che lo riporta con i piedi per terra e lo lascerà parecchio turbato alla fine del suo resoconto. Secondo Ghezzi questo genere di malessere, quello che prova il Monterossi, è qualcosa che si lava via, una sporcizia elegante, tutta intellettuale, mentre la sua, quella che gli è entrata dentro, non si leva più, è qualcosa che unge, che corrode e provoca gesti che non si dovrebbero fare, perché dopo averne viste troppe la frustrazione e la compassione prendono il sopravvento. Il sovrintendente Tarcisio Ghezzi è proprio così come le cose che descrive, con i suoi 59 anni abbondanti, quasi quaranta di onorato servizio, ha rinunciato alla carriera proprio perché gli interessa continuare a fare quello che fa, non vuole cambiare, non vuole dedicarsi ad altro anche se gli fa tanto male vedere e provare dolore ogni giorno. In questo racconto Ghezzi è catturato da alcune nostalgie del suo passato, l’età inizia a farsi sentire e l’incontro con la Franca, il suo primo caso, lo fa tornare a quando era giovane, ripercorre il suo tempo e lo stato d’animo ne risente. Il sovrintendente Pasquale Carella, ha lo stesso grado del Ghezzi, ma è più giovane e indisciplinato, uno che scantona le procedure, che passa un po’ il confine, ma poi torna a casa col fagiano tra i denti e grazie al risultato il resto viene dimenticato. Lui però non è compassionevole come l’amico collega, in lui arde il senso di giustizia a tutti i costi, anche quando per ottenerlo deve buttare via le regole e mettere a tacere la sua coscienza, deve chiudere gli occhi per non vedere lo schifo che affronta. Carella sistema le cose, forse lo fa più per sé stesso che per gli altri, perché è finito in uno di quei cerchi e vuole uscirne. Anche il personaggio minore come Katrina, la governante di Monterossi, nelle sue vesti di vivandiera, governante, chef, assistente sociale e guardiana della moralità del padrone di casa, è diventata una conoscenza famigliare, sempre piacevole con i suoi mugugni, le sue frasi senza articoli e sempre gentile come un punteruolo da ghiaccio. Come sempre avviene nelle storie dell’autore, i due sovrintendenti, facendo luce sui casi di cui si stanno occupando, intrecciano la loro strada con l’indagine principale di cui si sta occupando la questura che sta sbattendo la testa contro il niente, visto che non ha indizi, intuizioni o soffiate credibili per la ricerca di un assassino. I cerchi nell’acqua che danno il titolo a questo ottimo racconto, rappresentano quello che scaturisce da un delitto, questo è rappresentato da un sasso gettato nell’acqua, e qualunque sia il tipo di reato commesso, si generano quei cerchi che si allargano in maniera smisurata e vanno a toccare quella schiera di persone legate alla vittima, parenti amici e conoscenti che finiscono in uno dei cerchi di dolore e vengono raggiunti dal male, anche se i cerchi spariscono alla vista, il contagio ormai è avvenuto. Questo libro fa parte di quella schiera di letture dove c’è molta varietà umana, il buono, il vendicatore, il cattivo, la vittima, l’ingiustizia, pertanto ci si affeziona a qualche personaggio. Il Ghezzi è preminente, il più introspettivo, quello in grado di tormentarsi per gli errori, ma Carella è il mio preferito, perché è quello che affronta il suo ego a pugni, per raggiungere quella giustizia che forse ognuno di noi vorrebbe ottenere, a costo di stare ancora più male.
Un altro libro molto bello; un canto d'amore per una Milano che non pensavo potesse mai suscitare tali sentimenti - ma he sto imparando a scoprire ed apprezzare; una costruzione complessa di una trama che questa volta mi ha convinto quasi del tutto; soprattutto un'analisi di come la vita, le indagini, il crimine, non sia, non possa essere, diviso tra bianchi e neri, tra giusti e sbagliati, tra torto e ragione. Sempre con le strizzate di occhi dell'autore a "noi" radical chic. Insomma, Robecchi, continui a convincermi!
"la città delle dieci del mattino, incredula che il ritmo ricominci dopo quello strappo delle settimane estive. C’è la luce che c’era prima delle vacanze, ma ora i milanesi sono partiti, sono tornati, ed è tutto come prima, si ricomincia. La ruota, il criceto, il modello per il paese."
«Va bene, Rosa, resisti fino a sabato». «Io resisto da trent’anni, Tarcisio. Resisto e non cambia niente» [...] Sono tutti stanchi, pensa ora Ghezzi. Gregori è stanco, la Franca è stanca, della sua vita e delle sue marchette. È stanco anche il Salina, ci scommetterebbe, e lui è stanco di cercarlo. Il paese è stanco, spossato dall’attesa di cose che non verranno mai. E quello che si dice sempre come massima ambizione, come orizzonte di speranza: una vita normale, un paese normale... non arriva mai, e intanto si aspetta, si sgrana il rosario delle giornate. È un’attesa che sfianca, l’attesa di cosa, poi?
Ghezzi ricorda quel quartiere lì tanti anni prima, una vita fa, quand’era popolare e addirittura povero, un po’ malfamato, vagamente bohémien. C’era la pelota, in via Palermo [...] Ghezzi aveva un informatore, al 27, un signore anziano che vendeva cocaina, e sembrava una stranezza per ricchi, un lusso vietato, trasgressivo, quasi un vezzo, un vizio, da alta società. Ora è tutto uno scintillare di negozi, due librerie chic nel giro di cento metri, bar, appartamenti per alti redditi, una giacca in vetrina che costa più di mille euro, come tre lavatrici.
È probabile che l’arrivo della Franca, in un posto come Verano Borghi, resterà nella leggenda, perché una sciantosa così che arriva in taxi da Milano, col tassista che si ferma a chiedere indicazioni agli indigeni, è già strana. Poi, quando scende, ha sempre quello spolverino che copre bene tutto, solo che è aperto, svolazza e non copre niente. Ha una borsa in mano, oltre alla borsetta a tracolla, si vede che si è portata i vestiti normali ed è venuta così com’era. Spettacolo. Bocca di Rosa che arriva alla stazione di Sant’Ilario. Salomè un po’ avanti con gli anni.
Non vuole prendere il Vinciguerra per vendetta, e per fare l’ammazzasette che si fa giustizia da solo. No. È per guarire. Forse per andare all’ospedale e guardare dietro il vetro e dire: «Abbiamo sbagliato tutto, L, anche tu, cazzo. Ma adesso la paga, adesso la paga tutta»
Alle otto decide che è inutile provarci, si alza, fa il caffè, si asciuga all’aria, dopo la doccia, seduto in cucina con la finestra aperta, anche se non fa più caldo, l’autunno sta vincendo, il cielo minaccia pioggia, è grigio, ha deciso di allinearsi un po’ ai luoghi comuni su Milano.
Indicazioni editoriali Due storie parallele che arrivano dal passato, un omicidio misterioso e sullo sfondo una Milano sotterranea, feroce e sorprendente che i due poliziotti Ghezzi e Carella battono palmo a palmo in un moltiplicarsi di domande, dubbi, colpi di scena. E intanto Carlo Monterossi assiste incredulo e disarmato al racconto impietoso di un mondo lontano dal suo. Un poliziesco pieno di azione e malinconicamente morale, degno della migliore tradizione del noir americano.
Ghezzi e Carella, i due poliziotti che i lettori di Alessandro Robecchi hanno già incontrato, seguono due casi che hanno poco a che fare con i normali ordini del giorno di un commissariato di PS. Ghezzi cerca un certo Salina, esperto scassinatore, che è sparito lasciando un sinistro messaggio alla sua donna. Glielo ha chiesto come favore personale lei, già habituée di quella che si chiamava una volta Buoncostume. L’irruente Carella, ufficialmente in ferie, è stato visto spendere e spandere in locali non troppo perbene, e girare con una Maserati fiammante. Il vicequestore Gregori vuole vederci chiaro e incarica proprio Ghezzi di indagare sul collega. Anche Carella ha un fatto personale di cui occuparsi, un dolore da lenire, come una febbre, ed è sulle tracce di un criminale appena uscito di galera. Il tutto mentre il capo Gregori e la Procura si dannano l’anima per un misterioso omicidio: quello di un artigiano, antiquario rinomatissimo. In un moltiplicarsi di domande, dubbi, colpi di scena, Ghezzi e Carella battono palmo a palmo una Milano sotterranea, feroce e sorprendente. Temperamenti opposti ed età diverse, l’uno morso da inaspettate nostalgie, l’altro deciso e spregiudicato, li avvicina la forte sensibilità per il dolore degli altri, sanno che ogni ingiustizia ha conseguenze che arrivano lontano, come cerchi nell’acqua. Ne I cerchi nell’acqua il protagonista dei romanzi di Alessandro Robecchi, Carlo Monterossi, autore di televisione spazzatura e investigatore per caso, lascia la scena a Ghezzi e Carella, incredulo e disarmato davanti al racconto impietoso di un mondo così lontano dal suo. La scrittura stringata e scattante di Robecchi muove storie e personaggi dentro atmosfere dai riflessi freddi e metallici, in un poliziesco pieno di azione e malinconicamente morale, degno della migliore tradizione del noir americano.
“Il delitto, qualunque delitto, dalle botte al furto in casa, fino all’omicidio, crea una scia di dolore che non è possibile calcolare. Il sassolino nell’acqua ferma produce un cerchio, poi un altro, poi un altro, i cerchi si allargano. Il morto è morto, cazzi suoi, ma il dolore per la sua morte si contagia come una brutta scabbia. I parenti, le mogli vedove, i mariti affranti, i figli, i genitori, gli amici. Tutti quei cerchi di privazione, di lutto, potevano essere infiniti, e chi ci restava dentro era segnato, forse per sempre. Era un’altra vittima.” CIT
“E allora come mai questa volta si è scottato? Perché l’istinto di indietro non è più quello di un tempo. Le differenze tra i due mondi, quello dove sta lui, i buoni, e quello dove si muove come un topo nel formaggio, i cattivi, non gli sembrano più così grandi, così decisive. Quanti ne ha visti che si portano sul groppone il loro ergastolo a piede libero? Balordi che vivono nella paura, che fanno i gradassi per mascherare il terrore del loro destino: una cella insieme agli altri stronzi come loro. Cos’aveva detto la figlia di Gedino, la sarta ? Se faceva il tranviere era meglio, altro che ladro! Ecco, quella ha l’ergastolo del padre, sulla schiena, hai voglia a fare gli orli in concorrenza col cinese!” Cit
«Il delitto, qualunque delitto, dalle botte al furto in casa, fino all’omicidio, crea una scia di dolore che non è possibile calcolare. Il sassolino nell’acqua ferma produce un cerchio, poi un altro, poi un altro, i cerchi si allargano.» Due indagini parallele. Il sovrintendente Ghezzi indaga sulla sparizione di Pietro Salina, esperto scassinatore che era stato il suo primo arresto all’inizio della sua carriera e che è sparito dopo aver lasciato un messaggio sibillino alla sua donna. Lei che di professione fa la vita, è preoccupata e chiede aiuto al poliziotto come favore personale. Carella intanto ha chiesto le ferie, cosa inusitata, e gira per Milano con una macchina lussuosa, pieno di soldi che esibisce negli ambienti malfamati nei quali si è infiltrato: sta cercando un tale Alessio Vinciguerra, appena uscito di prigione, dove era finito per aver quasi ucciso una giovane prostituta. Ghezzi, 59 anni che corrono velocemente verso i 60, è nostalgico: incontrare “la” Franca gli ha fatto tornare in mente il se steso di trent’anni fa. Più pacato e riflessivo del collega, rischia la sua carriera per aiutare un amico. Carella è più impulsivo, non prova pena come il suo collega, lui vuole giustizia, anche se questo significa non seguire le regole, ha un fatto personale di cui occuparsi, un dolore da lenire che lo tormenta, anche lui vittima dell’impotenza che si cela dietro a quei cerchi di dolore che vanno allargandosi nell’acqua ferma. Due sbirri, due indagini non ufficiali mentre la procura sta cercando di venire a capo di un misterioso assassinio e brancola nel buio. Carlo Monterossi questa volta non può fare altro che ascoltare e notare l’abisso che divide la sua vita privilegiata da quella descritta crudamente da Ghezzi. “Perché forse è così che bisogna fare, ogni tanto, nella vita: sedersi, non dire nulla, ascoltare.” Robecchi è bravissimo e non sbaglia un colpo: il suo stile asciutto e nervoso, ma curato, ti trascina in un libro coinvolgente, malinconico ed ironico allo stesso tempo. Non c’è mai una parola di troppo, mai una fuori posto.
Incipit Nessuno sa correre così metodicamente, i piccoli passi come un metronomo, salone-cucina, dietrofront, altro viaggio, cucina-salone, ancora, tic-tic-tic, senza un movimento sbagliato, senza sbavature, sembra un esercizio di ritmica, e di perizia. I cerchi nell’acqua Incipitmania
È il primo libro di Robecchi che leggo. Non mi piace il modo di scrivere...troppo stringato e troppo colloquiale, cosa che rende secondo me poco fluido l'avanzamento della storia. I personaggi sono piuttosto piatti (colpa mia forse che non ho letto i precedenti casi di ghezzi e carella?) e non ispirano simpatia nè antipatia. Non penso leggerò altri libri dell'autore.
Ho scoperto Robecchi con questo libro, davvero un piccolo gioiello. Ci sono tutti gli elementi di un giallo-noir, e secondo me anche con anomalie che si discostano dall'intreccio più classico. La cosa davvero interessante è, in funzione di questo, un linguaggio assolutamente preciso e che riesce a rendere le atmosfere
Per la prima volta un Monterossi spettatore, che non si caccia nei guai, che (ma cosa succede!?) non sceglie Dylan come sottofondo. Ma Carella e Ghezzi meritavano più spazio – eccoli qui, finalmente, a rovistare nel fango.