Un uomo si sveglia convinto di aver perso una parola nel sonno, incapace di ricordarsi quale. Progressivamente, un’ossessione s’impadronisce di lui: che una alla volta tutte le parole lo abbandoneranno e che, perdendo il linguaggio, la sua vita si svuoterà. Rifugiatosi su un’isola al largo del continente, l’uomo si ostina a cercare questa parola mancante. La cerca nel vento, la cerca nella solitudine, sonda le nuvole, ascolta i silenzi. La sua caccia alla parola perduta lo incita a lasciar passare i giorni, esponendosi incessantemente agli effetti della luce sull’oceano, riflessa anche dallo specchio della sua camera d’albergo. Presto, anche il quadro attaccato al muro, dipinto dal precedente e misterioso inquilino della stanza, sembra animarsi di vita propria, mutando in funzione dell’atmosfera, riempiendosi di nuovi tratti man mano che la mente del narratore si svuota di parole. Il protagonista decide allora, invano, di catturarne giorno dopo giorno le metamorfosi con una vecchia macchina fotografica. Sarà dall’oceano o dal quadro, o da entrambi, che infine emergerà una donna in carne e ossa per restituirgli la voglia di abbandonarsi al piacere e svelargli il senso dell’oblio? In questo libro la strana esperienza di perdita che vive il narratore ne riproduce un’altra precedente, la evoca e la ripete – perdita in quel caso di una persona invece che di una parola –, fino a quando tutti gli elementi sparsi della storia in trompe l’oeil non cominciano a ricomporsi e s’incanalano verso un ritorno. Non ci sono più parole per dire, ma solo per stare.
Una parola persa nel sonno, il risveglio con la consapevolezza della perdita e la ricerca spasmodica di ciò che si è perso. Un romanzo a tratti claustrofobico e ansiogeno, a tratti etereo e luminoso. Leggendolo mi sono chiesto se è opportuno ri-cercare con insistenza quello che si è smarrito o che si è perso se comunque si avverte la consapevolezza di non poterlo ritrovare? Buona lettura.
Una mattina, al risveglio, un uomo si accorge di aver perso una parola. Cerca di ricordarla, ma non sa qual è.
La cerca ovunque: sulla spiaggia dell’isola su cui si è rifugiato, nel mare, nei dizionari e perfino nell’unico quadro della sua camera da letto in albergo.
Dopo settimane vissute inconsciamente, il nostro protagonista – che all’interno della storia non ha un nome e né un volto – sviluppa una vera e propria ossessione per la parola mancante: è convinto che, a poco a poco, tutte le altre lo abbandoneranno.
A volte gli capita di non riuscire ad esprimersi con i vocaboli giusti perché li dimentica improvvisamente; ha la sensazione che il suo linguaggio si affievolisce giorno dopo giorno, e vuole colmare a tutti i costi quella mancanza dentro di lui, che va sempre più allargandosi.
“Un vuoto aveva occupato una certa zona della mia memoria alla quale, da solo, non sarei stato più capace di accedere.”
Questa è una storia che non ha né un inizio né una fine. Il protagonista non ha un nome e né tanto meno ce l’hanno i personaggi secondari, che sono pochi ed essenziali, così come anche le ambientazioni.
“L’ oblio” è un libro intimo, introspettivo ed estremamente riflessivo. Leggere questo romanzo è come entrare nella mente del protagonista, scavare al suo interno e scendere a parti con i suoi pensieri, le sue emozioni e le sue percezioni. Vedere scorrere la sua vita, così vicino, da poterla sfiorare con le dita.
La scrittura di Philippe Forest è incisiva, pulita. Sembra quasi uno specchio sull’anima del protagonista. Ad avvolgere il romanzo è un ritmo serrato, complesso e profondo al tempo stesso, che non lascia spazio a futili distrazioni.
“La parola che avevo perso, mi sono messo a cercarla…Avevo letto da qualche parte che ricordarsi di qualcosa significa spesso risvegliarsi dall’oblio in cui quella cosa era caduta…“
La trama è frammentaria e dispersiva, ma ci si ritrova ugualmente coinvolti dal testo se gli si rivolge la giusta attenzione.
Il fulcro del libro è sicuramente la riflessione: una riflessione profonda sulla realtà e sull’esistenza, sulla perdita e sulla solitudine, ma anche sulla gioia della riscoperta e il ritrovamento.
Philippe Forest ci invoglia a capire il significato delle parole e della loro importanza. Non a caso, “L’oblio” è un romanzo da assimilare per bene, e che a fine lettura lascia numerosi quesiti dentro di noi ai quali si cerca costantemente di dare una risposta.
Scritto nella forma del monologo o di un flusso di coscienza questo romanzo (avulso dal romanzesco) è un'esplorazione introspettiva e intrinsecamente intima della voce narrante, che può intuitivamente assurgere ad alter ego dell'autore. Il tema dominante della perdita, di un'assenza che sembra annichilire addirittura il linguaggio per esprimerla e assimilarla, rimanda al dramma personale dell'autore. Il libro è poi pervaso dalla dicotomia sogno-ricordo, i cui labili confini tendono spesso a confondersi nella memoria. Una lettura non proprio agevole nei contenuti e (citando l'autore) nelle "elucubrazioni deliranti" del suo protagonista. Ma lo stesso autore, onestamente spinto a rivelare (presumibilmente) una propria esigenza autoriale e unilaterale, fa pubblica ammenda nel finale tramite il protagonista che recensisce piuttosto causticamente lo stesso libro che ci troviamo per le mani. Alla fine potrà mancare la parola per definirlo (o la si potrà facilmente trovare per liquidarlo) ma nel mezzo ognuno potrà trovare qualcosa anche di se stesso.
Romanzo godibilissimo, leggendolo mi è sembrato di essere catapultato in una incisione di Escher e probabilmente era proprio questa l'intenzione dell'autore. Di sicuro non è una scrittura per tutti ma la storia è originale e disseminata di trappole che danno la sensazione che l'autore stia letteralmente giocando con il suo lettore (senza, tuttavia, la volontà di prendersene gioco). Non è un giallo ma leggendo si è alla continua ricerca di qualcosa e si aspetta il finale per avere la risposta che puntualmente arriva ma non è quella che ci si aspetta. Curiosamente, leggendolo mi ritornava contiunamente in testa "Ho perso le parole" di Luciano Ligabue, chissa se è un caso - considerando che la casa editrice è Fandango, la stessa che ha prodotto "Radiofreccia" -
J'ai beaucoup aimé ce livre, l'écriture de Philippe Forest est très belle et touchante. Je pense que ce qui m'a le plus marqué, et le plus plût, dans le livre est sa construction : les deux histoires mises en parallèles qui vont des directions opposées et que le lecteur essaie de lier d'une manière ou d'une autre, c'est extrêmement stimulant et d'un point de vue esthétique cette construction est parfaite.
Well, I liked that book, it's a real mystery. One needs to read at least 3 times 3 to understand. :) Right now I am figuring out the narrative schemes behind the story. Lot's of interesting ideas, that are philosophical/metaphysical. The protagonist seems to be a man of the new age: everything is possible, if only you find the right key (word) to enter the desired reality.