“La guida è la puttana delle pareti.” si legge a pagina 274, frase abusata su Fb, rimbalzata da un sito all’altro con tanto di paragrafo annesso. Questa frase è il motivo per cui, a furia di vederla saltellare di qua e di là ho comprato questo libro, seppure io la detestassi e la trovassi (e la trovo tutt’ora) decisamente mal placée. Insieme alla frase, detestavo profondamente anche l’autore, di cui non sapevo assolutamente nulla tranne una certezza: non fatemelo incontrare mai, perché come lo vedo, io questo lo disintegro. Mi faceva talmente imbestialire (e, ripeto, continuo a non ritrovarmici, poi spiego perché) che una volta comprato il libro, non mi decidevo a leggerlo. Mi immaginavo talmente carica di aggressività durante la lettura che rimandavo. “Run out” è così rimbalzato da una pila all’altra dei miei libri da leggere, come il famigerato (per me) paragrafo rimbalzava sui social. Finita la scorta dei libri di montagna, non mi restava che questo. Amen, mi sono detta. Prima o poi lo voglio fare (sennò perché averlo comprato?), quindi tanto vale buttarsi. Che dire? He got me at “Hello”? Direi proprio di sì. Mi ha disarmata. Mi ha preso SUBITO – e allo stomaco – con le poche righe prima di apertura: “Ci sono due categorie di scalatori. Quelli che usano la scalata come una scure, per scalfire i castelli di ghiaccio che hanno dentro di loro. Quelli che usano la scalata come cura, per guarire qualche ferita che ognuno di noi si porta appresso dalla nascita. Per me la scalata fu una scure che oggi, a quasi cinquant’anni, sta diventando una cura.” Mi ha poi definitivamente conquistata col capitolo “Aprile 1983, lago di Garda”: una sorta di “relazione di scalata” che mi ha fatto ridere come mai pur restando uno scritto di una persona che non solo è un diavolo della parete ma è tutt’altro che uno sprovveduto come si descrive con grande autoironia come “uno mezzo autistico, senza tele, che aveva giusto appena riletto la “Critica della ragion pura” e che proprio questo libro lo aiuta con una ragazzina che si era aggregata al gruppo in bilico tra la voglia di scalare e di farsi una storia. Alessandro Lamberti, detto Jolly è finalmente qualcuno (uno dei pochissimi!!) che oltre a scalare, legge! E legge roba veramente tosta. E la capisce!! Passa dalla fisica alla filosofia mentre racconta con nonchalance dei suoi 8a/b/c; poi passa alle impasses colle ragazze (summa il capitolo: Inettitudini!), il tutto servitoci con un auto ironia (sorry, mi ripeto..) fantastica, risultato però una bella autoanalisi, sincera, profonda. Ma molto ironica, insisto. Finalmente qualcuno che si riempie di schifezze (che meraviglia leggere di quelle tonnellate di caramelle che ha ingurgitato – ma che sputava anche?! Ma, dico, come si fa a sputare le Haribo, la haute cuisine delle caramelle?? - di quei litri di coca cola che trangugiava) e non l’eterno salutista tendente al vegetariano spinto che mangia erbe varie; finalmente uno che fuma e che non ti guarda di traverso perché oggidì non solo fumare fa male ma si inquina anche il pianeta. Finalmente tante cose, dunque. Ma non è tutto qui. Il lavoro fatto su di sé, Jolly lo applica anche alla tanta umanità che ha sfilato sopra e sotto falesie, dentro e fuori le palestre, gente di trent’anni fa e gente di oggi: analizza bene, è veramente in grado di cogliere quel “substratum” personale di tante persone riuscendo a farlo con un’abilità tutta sua, quella dell’ironia, che sa usare sia magistralmente per sé che per gli altri – e lo fa con una grande abilità letteraria: se non se l’è fatto scrivere, m’inchino sinceramente davanti anche a quest’altro talento non da poco né da tutti. Non sempre mi sono ritrovata con tutte le sue osservazioni o conclusioni (per esempio con quella della guida/puttana e qui mi tolgo il sasso: non è che se si fa un lavoro mercenario allora, automaticamente si è delle prostitute. Il senso spregiativo della parola “puttana” sta nell’accettare di fare qualcosa anche se non si ha voglia per ottenere un compenso. Se chi compie un lavoro a prestazione, sia esso o ella un architetto, un avvocato, un artista, un’insegnante di italiano ad espatriati come me o una guida alpina o qualsiasi altro libero professionista – tra cui anche le prostitute! - può scegliere se accettare un lavoro o no, il concetto spregiativo di prostituzione si annulla perché resta solo il piacere o il commitment di fare qualcosa per scelta e non più per costrizione) ma ho sempre apprezzato molto la coerenza del suo ragionamento, sempre molto solida e cristalllina: questa permette il rispetto della diversità di posizione e il suo apprezzamento perché è la varietà che fa di questo mondo un posto interessante. Al di là delle risate, mi ha sorpresa come negli anni Novanta lui parlasse già di ecosostenibilità – era avantissimo! - così come ho trovato centratissimo il discorso su come costruire e far girare una palestra di roccia; ho trovato uniche le sue “relazioni” di salite, il testo in assoluto più arido e noioso da leggere che diventano per mano sua invece quanto di più spassoso ci sia. Un libro decisamente particolare perché pur trattando di un genere decisamente di nicchia e che lascia poco margine di inventiva e di rielaborazione, Jolly riesce veramente a presentarci un punto di vista decisamente personale, valido e diverso. Un libro che mi piacerebbe avere autografato. Chapeau.
"Ci sono due categorie di scalatori. Quelli che usano la scalata come una scure, per scalfire i castelli di ghiaccio che hanno dentro di loro. Quelli che usano la scalata come cura, per guarire quella ferita che ognuno di noi si porta appresso dalla nascita.
Per me la scalata fu una scure che oggi, a quasi cinquant'anni, sta diventando una cura."