Il soldato che diede allo Stato le armi per combattere la mafia
Buscetta era un soldato che ragionava da Capo - a differenza di Brusca, che era un Capo che ragionava da soldato. Mentre il secondo eseguiva ordini feroci senza una visione d'insieme, Don Masino possedeva una lucidità strategica che lo portava a guardare oltre le dinamiche interne dei clan. A lui però non è mai interessato esserlo formalmente, ha avuto la capacità di mantenersi saldo a certe logiche d'onore, un onore ovviamente tutto interno ai codici di Cosa Nostra, specchio di una criminalità tradizionale che si è dissolta sotto i colpi della ferocia corleonese. È proprio lo scontro tra queste due visioni che emerge nell'intervista di Lodato: da un lato l'illusione di una criminalità con un proprio principio etico, dall'altro la natura di un'organizzazione che, rinnegando ogni regola, ha finito per vincere e infiltrarsi ovunque.
Alla fine della lettura, pur ricordando che parliamo pur sempre di un criminale, è difficile non provare una forma di rispetto per quest'uomo. Un rispetto che nasce non dall'assoluzione delle sue colpe, ma dal riconoscimento di quel codice personale e di quella statura mentale che lo hanno reso l'antitesi dei macellai che lo volevano morto. Questo rigore fu la chiave del suo rapporto con Giovanni Falcone, fondato su un profondo e reciproco riconoscimento umano. Da primo grande pentito di Cosa Nostra, Buscetta non si limitò a fare dei nomi, ma fornì a Falcone la mappa concettuale e le chiavi di lettura per decodificare l'intera struttura dell'universo mafioso. Una svolta indispensabile, che ha finalmente permesso di iniziare a combatterla sul serio.
Il libro di Lodato raccoglie però l'eredità più amara di Buscetta. Nonostante le vittorie delle forze dell'Ordine nate dalle sue confessioni, il titolo dell'opera non lascia spazio a illusioni. Verso la fine della sua vita, Buscetta consegna al giornalista una lucida e drammatica consapevolezza: la mafia non è affatto sconfitta, ha solo cambiato pelle, diventando più silenziosa, economica e sommersa. Ha vinto perché si è normalizzata.
Un altro elemento centrale che emerge dall'intervista è la radiografia sociale che Buscetta fa di Cosa Nostra. Il boss spiega come questo potere non sia mai risieduto soltanto nella forza militare, ma nella sua capacità di infiltrarsi nella società civile e nelle istituzioni, godendo di coperture eccellenti tra colletti bianchi e politici, e sostituendosi allo Stato laddove era assente.
In conclusione, La mafia ha vinto non è solo la storia del primo grande pentito, ma un documento storico indispensabile e disincantato, che costringe a guardare in faccia la realtà del nostro Paese, senza retorica e senza facili trionfalismi.