Leone Ginzburg rifiuta di giurare fedeltà al fascismo l’8 gennaio 1934. Pronunciando apertamente il suo no imbocca la strada che lo condurrà a diventare un eroe della Resistenza. Un combattente mite, integerrimo, irriducibile, senz’armi. Mentre l’Europa è travolta dalla marcia trionfale dei fascismi, questo giovane, formidabile intellettuale prende posizione contro il mondo servile che lo circonda e la follia del secolo. Fonderà la casa editrice Einaudi, organizzerà la dissidenza e costruirà una famiglia a dispetto di ogni persecuzione. Questa è la sua storia vera, un racconto rigoroso e appassionato dal giorno della sua cacciata dall’università fino alla morte in carcere. Accanto alle vite di Leone e Natalia Ginzburg scorrono quelle di Antonio e Peppino, Ida e Angela, i nonni dell’autore, nati negli stessi anni e vissuti sotto la dittatura e le bombe della Seconda guerra mondiale. Dai sobborghi rurali di Milano convertiti all’industria ai vicoli miserabili di Napoli, le esistenze umili di operai e contadini, artisti mancati e madri coraggiose entrano in risonanza con le vite degli uomini illustri. Accostando piccoli episodi a grandi eventi, attraverso documenti, fotografie e lettere, ricordi famigliari e memoria collettiva, Antonio Scurati fa tornare in vita il nostro passato. Un racconto avvincente e commovente in cui si stagliano figure esemplari con il loro lascito inestimabile ed esistenze comuni, più semplici eppure mai facili, mai banali.
Docente e ricercatore all'Università Statale di Bergamo, coordina il Centro studi sui linguaggi della guerra e della violenza. Sempre presso l'Università Statale di Bergamo insegna Teorie e tecniche del linguaggio televisivo. Nel 2005 Scurati diviene Ricercatore in Cinema, Fotografia, Televisione. Nel 2008 si trasferisce alla Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM di Milano, dove svolge l'attività di ricercatore e docente titolare nell'ambito del Laboratorio di Scrittura Creativa e del Laboratorio di Oralità e Retorica.
Tre stelle. Purtroppo, mi tocca dichiararmi d'accordo con chi lo ha definito un bignamino della seconda guerra mondiale. E dico proprio "mi tocca" perché mi dispiace, avrei tanto voluto trovare una lettura un po' più avvolgente e avvincente. Però devo ammettere che come bignamino è fatto bene: piccoli aneddoti, piccole citazioni, gli estratti dai roboanti discorsi del pelatone finiscono per diventare spassosi.
Come sempre, è bene specificare: la sufficienza stiracchiata è per il lavoro di Scurati; certo non è rivolta a Ginzburg che già solo per il fatto di chiamarsi Leone ne merita 5/5, di stelle; e certo qui non si assegnano giudizi alla Resistenza o a tutti gli altri movimenti perché sarebbe solo follia. Dunque il mio giudizio è strettamente riferito al libro: più un saggio-cronaca che opera letteraria, a metà strada tra l'avvincente e lo scolastico, beh, in realtà pende più dalla parte dello scolastico, comunque comunica abbastanza bene la passione con cui la ricerca è stata effettuata. A tratti ripetitivo: non so se solo come forma di 'riempitivo', come vezzo poetico o se, più generosamente, come scrupolo nei confronti del lettore per aiutarlo a non perdersi tra tanti nomi e date. Brevi capitoli narrati dalla voce onnisciente dello scrittore alternano il racconto degli eventi nazionali e internazionali, a partire dagli anni trenta a fino al dopoguerra e al "miracolo italiano", con il racconto più specifico della vita di Leone Ginzburg, e con il racconto della famiglia dell'autore. Di tutto un po'. Per il periodo che va dal '40 al '43, le tre linee di narrazione vengono unite in una specie di cronaca-diario, suddivisa per date, dove tutti gli eventi vengono registrati in brevi didascalie, veri e propri catenacci stile agenzia ANSA dell'ultima ora.
Di Leone Ginzburg devo ammettere che non sapevo pressoché nulla. Ricordo bene il padre di Natalia che, in Lessico familiare, dice di lui: "ma è così brutto"; e ricordo ancor meglio il pudore e la riservatezza con cui lei lo fa comparire tra le sue pagine senza profondersi in dettagli, come se fosse stato immutabilmente prevedibile, un qualcosa di più che destino il fatto che loro due dovessero vivere insieme. Come un qualcosa su cui non c'è niente da raccontare e niente da aggiungere, o forse più probabilmente una ferita mai rimarginata.
Con questa lettura mi sono fatta una migliore idea della figura di Leone Ginzburg, anche se il ritratto che ne emerge rimane comunque piuttosto sfocato. Non compaiono nessun documento o testimonianza o ricerca inediti, si tratta solo di un lavoro di mixaggio delle fonti esistenti e reperibili presso pubblicazioni tutte più o meno ordinarie. Ciò che manca è quel che nessuno potrà mai più aggiungere: Scurati prova, in modo molto sincero e onesto, a dare una vaga ricostruzione di quelli che possono essere stati alcuni sentimenti e stati d'animo del suo protagonista a partire dai soggetti dei suoi studi e lavori letterari. Se da una parte in questo si apprezza l'intento di non romanzare e non fare della fiction, dall'altra parte resta comunque una discreta forzatura.
Sin dall'inizio della lettura, annoto queste osservazioni: la scelta di affiancare la storia di un personaggio noto - Ginzburg, per l'appunto - alla vita delle famiglie Scurati e Ferrieri, sconosciuti contadini e operai, anche questa è una medaglia a due facce: da una parte rende l'opera disomogenea, ma dall'altra parte non mi sento criticare tale scelta più di tanto, perché sono accostamenti che a me capita spesso di fare, quando leggo un libro dal taglio storico: ad esempio leggo che la delibera, con cui si accorda al padre di Leone Ginzburg di mutare il nome yiddish in nome russo, è redatta a Pietroburgo nel marzo 1905, e penso a cosa stanno facendo in quel momento i personaggi del romanzo di Belyj che ho da poco concluso, proprio nelle stesse strade.
Mi siedo sul muraglione del castello di Torrechiara e intreccio la mia presenza con quella di tutti coloro che sono passati di lì prima di me.
Altrove leggo di Ranuccio Farnese che 'bisticcia' con Vincenzo Gonzaga, e penso che i miei antenati in quel momento erano lì nei paraggi. Dunque non mi sento di biasimare l'esperimento di Scurati che ha messo per iscritto accostamenti che sono del tutto istintivi e che in ogni caso contribuiscono a ricreare e completare il quadro di un'epoca su cui c'è sempre tanto da dire. Non si aggiunge nulla di nuovo, ma come già osservavo nelle note al libro di Pankiewicz, è bene tornare speso a rileggere di questi anni tremendi e che tuttavia, per chi ha vissuto la propria gioventù in quell'epoca, hanno portato momenti riempiti dell'ebbrezza della Resistenza e della libertà. A noi sono stati risparmiati tanti orrori e brutture, mia nonna diceva - traduco dal dialetto - che siamo nati con il sedere appoggiato sul burro, ma a volte mi trovo a pensare che siamo semplicemente e piacevolmente intorpiditi. Il tempo migliore del titolo, oltre che alla chiusa di un racconto di Natalia Ginzburg, mi piace associarlo anche a quest'altra idea: quelli sono stati anni terribili, eppure, sotto alcuni aspetti, "migliori". Ora che ho concluso la lettura del libro, mi conforta trovare conferma delle mie riflessioni iniziali, Scurati la pensa alla mia stessa maniera solo sa spiegarsi meglio.
Partendo dalla citazione del racconto di Natalia Ginzburg da cui deriva il titolo: "Allora io avevo fede in un avvenire facile e lieto, ricco di desideri appagati, di esperienze e di comuni imprese. Ma era quello il tempo migliore della mia vita e solo adesso che m'è sfuggito per sempre, solo adesso lo so". Da qui Scurati va avanti a riflettere: "Può capitare che il lettore venga rapito dalla fuorviante nostalgia per ciò che non ha mai vissuto e mai vivrà, per ciò che si è avuta la grazia di non potere né dovere vivere. E' questo stesso assurdo struggimento che ci coglie - confessiamolo - quando pensiamo alla Resistenza. […] E' indubbiamente un pensiero frivolo, forse addirittura una mancanza di rispetto verso il dolore altrui ma è il pensiero di chi ha vissuto esistenze oziose, è l'abbaglio che ci rappresenta, in cui si specchia il nostro perfido, cosiddetto benessere, […] è lo sproposito di chi non ha mai avuto altro che pace. Rimpiangere il tempo della storia, questo il destino beffardo di chi non ha destino perché vive al tempo della cronaca. La cronaca è diventata, infatti, il criterio generale del nostro sentimento del tempo. Misuriamo su di esso, esclusivamente su di esso, le nostre esistenze. Ed è un metro corto. Da qui quell'altrimenti ingiustificabile senso di oppressione, quell'irosa sensazione di peggioramento che è la speciale condanna toccata a un'umanità sotto ogni altro aspetto privilegiata."
Ed è dunque giusto raccontare qui la storia di suo nonno: "La sua vita di uomo comune, anonimo, insignificante davanti alla grande storia, può e, forse, deve essere narrata accanto a quella gloriosa di Leone Ginzburg. Perché s'illuminano a vicenda, la grandezza dell'uno nella modestia dell'altro e viceversa. E anche perché il discrimine tra fatti memorabili e trascurabili non è poi così ampio."
"Se ci pensi, scopri che i tuoi nonni somigliano a Leone Ginzburg più di quanto tu somigli a loro. […] La loro generazione, come scrisse Pintor, non ebbe tempo di costruire il dramma interiore perché trovò il dramma esteriore perfettamente costruito, la nostra spende ogni santo giorno a costruirsi un dramma interiore non avendo altro che quello."
Dopo queste belle osservazioni, le tre stelle mi diventano quattro.
E visto che qui siamo nel pieno nella generazione che vive solo di cronaca, chiudo doverosamente con una citazione di Pavese del 1940 ma terribilmente profetica: "Tutto questo parlare di rivoluzioni, questa smania di vedere accadere avvenimenti storici, questi atteggiamenti monumentali, sono la conseguenza della nostra saturazione di storicismo, per cui, avvezzi a trattare i secoli come i fogli di un libro, pretendiamo di udire in ogni raglio d'asino lo squillo dell'avvenire."
“Illustre professore, ricevo la circolare del Magnifico Rettore, in data 3 gennaio, che mi invita a prestare giuramento, la mattina del 9 corrente allemore 11, con la formula stabilita dal Testo Unico delle leggi sull’Istruzione Superiore. Ho rinunciato da un certo tempo, come Ella ben sa,a percorrere la carriera universitaria, e desidero che al mio disinteressato insegnamento non siano poste condizioni, se non tecniche o scientifiche. Non intendo perciò prestare giuramento”.
Con queste poche e semplici parole, un giovane Leone Ginzburg, libero docente di letteratura russa, rende nota la sua decisione al presidendella sua facoltà. In tutta Italia saranno solo 13 i professori universitari che si rifiuteranno, perdendo cattedra e stipendio, di giurare fedeltà al fascismo. Parallelamente alla vita di Leone Ginzburg si sviluppano le storie della famiglia Scurati e della famiglia Ferrieri, nonni paterni e materni dell’autore. Anche se i Ferrieri e gli Scurati non incroceranno mai i Ginzburg, la storia li accomuna. Il fascismo, la guerra, i bombardamenti, la resistenza sono il minimo comune denominatore che accompagna il lettore lungo le storie dei personaggi (anzi, delle persone). È un libro crudo e diretto. Senza fronzoli si racconta la straordinaria storia di Leone Ginzburg, densa di avvenimenti e di incontri, nonostante i tanti anni passati al confino e la morte prematura. Mi ha colpito anche la storia delle famiglie Ferroli e Scurati che, seppur nell’unicità, rappresentano uno spaccato dell’Italia dell’epoca. Un libro che si e rivelato intenso, emozionante e interessante. Antonio Scurati non utilizza artifizi o furberie ma si limita a raccontare, e lo fa molto bene. La prosa è piacevole e scorrevole. Da leggere.
In equilibrio tra il saggio storico, il racconto e l’album di famiglia, Antonio Scurati riesce bene a coinvolgerti nella lettura.
Si parla degli anni del fascismo, della guerra e dei terribili avvenimenti connessi, ma anche di storie eroiche e di personaggi, noti o meno, che hanno contribuito con le loro vite a permetterci di arrivare ai giorni nostri, di certo più liberi e “facili” di allora.
Sono storie che si incrociano, talvolta con alti e bassi narrativi, a partire dalla figura eroica di Leone Ginzburg, con il suo rigore morale e la sua incorruttibile fedeltà agli ideali antifascisti, che lotta senza impugnare un’arma che non sia la penna.
Quella penna che, insieme ad altri tredici professori universitari (su quasi milletrecento) disse no al giuramento di fedeltà al fascismo.
La storia del protagonista Leone si affianca a quella di due famiglie, una del nord e l’altra del sud Italia, che si incroceranno diventando la famiglia dell’autore. Ed è una sorta di storia collettiva, in cui incontriamo Totò e Cesare Pavese, Giulio Einaudi ed il nonno Peppino, e tanti altri uomini e donne accomunati dalla guerra, dall’amore per la famiglia e dalla lotta per superare le difficoltà del terribile momento che ha accomunato ricchi e poveri, nobili e non, colti ed ignoranti…
Letto poco dopo Lessico famigliare, scritto dalla moglie di Leone, Natalia Ginzburg, mi ha intrigato nel vedere spesso gli stessi personaggi sotto angolature diverse, tra cui, naturalmente, il marito:
Leone vi viene rievocato così - con quell’oltranza del riserbo che è lo stile di tutto il libro - come uno tra gli altri, nella folla del gruppo fotografico.
Ho apprezzato meno alcune parti del finale, con una sorta di nostalgico rimpianto per quegli anni terribili della Resistenza…. noi che non abbiamo nessuna vittima da rimpiangere e nessuna esperienza della guerra…. E’ lo sproposito di chi non ha mai avuto altro che pace.
Ma io non sono uno scrittore, e non devo vendere libri.
Nel 1934 Leone Ginzburg rifiutando il giuramento di fedeltà al regime fascista paga l’estromissione dall’università ma salva la sua dignità opponendo il suo no alla follia e alla disumanità. Ha scelto la vita la famiglia il rispetto l’amore, consapevole che questo sarebbe stato l’inizio di un percorso di persecuzione e prigionia. Nel segno del coraggio e dell’onestà, il romanzo segue le vite di Leone e di sua moglie, Natalia. Antonio Scurati scrive il ritratto di un tempo, il tempo “migliore” perché è quello in cui si combatte, si soffre, ci si innamora, si resiste. Il romanzo è una storia appassionata che lega il destino di Leone e Natalia Ginzburg, Cesare Pavese Giulio Einaudi con quelli della gente comune, tra cui i nonni dell'autore, uomini e donne di grandi e piccole virtù che hanno vissuto lo stesso dramma la stessa dittatura, le stesse bombe pagando lo stesso prezzo.
È a quel tempo a quella storia, dice Scurati alla fine, a cui dobbiamo la nostra nascita “Teniamoci, perciò, stretto il nostro avvenire facile e lieto. Prendiamocene cura.”
Progetto poderoso ma non del tutto riuscito, probabilmente per troppa abbondanza. Ho sempre ammirato molto la figura di Leone Ginzburg, fin da quando, tantissimi anni fa, lessi quella lettera indirizzata alla moglie Natalia qualche ora prima di morire, quindi, se posso concentrare in poche parole il significa di questo libro, direi che tratta del tenere la barra dritta, dell'essere, pur con tutti i limiti degli essere umani e del posto che questi occupano nella Storia, sempre saldi nella giusta direzione.
"Poder habitar a terra do meio entre a clareira dos vivos e a selva dos mortos, a esfera visível e a invisível, é isso que nos torna humanos. Tornamo-nos assim graças a testemunhos como o que Leone Guinzburg confiou à sua última carta. Sermos capazes de narrar mutuamente a nossa própria história e a história dos outros". Eu achei lindo e comovente o interrese no Guinzburg e na história dos avós - torneiro, enfermeira, açougeiro, etc.. E achei lindo e comovente (e inteligente) o jeito de pensar a história, a loucura da guerra, a transformação da Itália e de pensar nas oposições e aproximações da vida cotidiana e dos homens de paz com os eventos extraordinários e as pessoas corajosas. Achei demais.
Valutazione 3,5 stelle. Non ho voluto dare quattro stelle perché il libro mi è piaciuto molto solo nella parte finale e precisamente dalla pubblicazione dell'ultima, struggente e famosa lettera scritta in carcere da Leone Ginzburg indirizzata alla moglie Natalia. È come se da questo punto in poi l'autore abbia avuto uno scatto di profondità, di emozione, di coinvolgimento. O forse la mia lettura è diventata più intensa anche perché influenzata dalle tante letture di "Lessico familiare" di Natalia Ginzburg (amatissimo). Non so. Antonio Scurati dà il meglio di sé nei saggi romanzati e anche in questo libro si conferma. Dal mio punto di vista dividerei il libro in tre parti. Il libro, interamente scritto bene, mi è sembrato distaccato e poco coinvolgente nella parte iniziale, in cui si narra della vita del giovane Ginzburg, dei suoi studi, delle prime esperienze lavorative, dei primi e gravi inciampi giudiziari, che lo segneranno per la vita. Così come, nella seconda parte, mi sono sembrati stucchevoli e freddi i vari eventi del nazismo e del fascismo, nonché della guerra. Ho fatto veramente fatica a sentirmi partecipe agli eventi di Leone Ginzburg, pensatore, storico, filosofo e persona di elevatissima levatura. Uguale discorso per quanto riguarda la storia delle famiglie paterne e materne di Antonio Scurati. Tutto cambia nell'ultima parte dove si percepisce il grande vuoto che Leone Ginzburg ha lasciato dietro di sé non solo nella sua famiglia ma anche in tutta Italia. Quale ruolo avrebbe potuto ricoprire una persona come Ginzburg nel nostro Paese? avrebbe potuto svolgere compiti fondamentali nella nostra giovane Repubblica riuscendo ad apportare grandi benefici generali e a raggiungere importanti traguardi? Anche le storie delle famiglie Scurati e Ferrieri diventano più reali e tangibili nella terza parte, si intrecciano e insieme ai vari personaggi si ripercorre la storia italiana del dopoguerra, del boom economico e della grande corsa al benessere. Nelle ultime pagine tutto diventa struggente e incompiuto: alla luce di quanto successo dopo la Liberazione, noi figli del secondo dopoguerra abbiamo capito fino in fondo la Resistenza e meritiamo quanto faticosamente raggiunto con la stessa da persone come Leone Ginzburg? Struggente come le parole di Natalia Ginzburg: "Mio marito morì a Roma nelle carceri di Regina Coeli, pochi mesi dopo che avevamo lasciato il paese. Davanti all'orrore della sua morte solitaria, ... io mi chiedo se questo è accaduto a noi, a noi che compravamo le arance da Girò, che andavamo a passeggio nella neve. Allora io avevo fede in un avvenire facile e lieto, ricco di desideri appagati, di esperienze e di comuni imprese. Ma era quello il tempo migliore della mia vita e solo adesso che m'è sfuggito per sempre, solo adesso lo so." È vero, quasi sempre ci lamentiamo di quello che abbiamo, del momento in cui stiamo vivendo, senza gustarli fino in fondo, sperando in qualcosa di meglio che non sempre arriverà.
Bellissimo intreccio di storia italiana e vicende personali. Personalmente l’ho trovato avvincente e assolutamente gradevole, soprattutto nel linguaggio. Sarebbe bello vederlo tradotto in inglese.
Ponovno čitanje ove knjige nakon nekoliko godina, u kojoj autor isprepliće biografiju čuvenog talijanskog intelektualca i antifašista Leonea Ginzburga s biografijama svojih djedova i baka, koji su živjeli u istom razdoblju - Mussolinijevoj Italiji 20-tih i 30-tih godina, te u 2. svjetskom ratu. Na ponovno čitanje ove knjige potaknuo me nedavno pročitan "Obiteljski rječnik" Natalie Ginzburg, Leoneove supruge, u kojoj se spominju isti ljudi i događaji. Svakako bi bilo zgodno ove dvije knjige čitati paralelno. Što se tiče biografskih detalja u ovoj knjizi, ispreplitanje različitih biografija donekle usporava čitanje - taman kad se udubimo u jednu priču, novo poglavlje prebacuje nas u drugi ambijent, s drugim imenima i događajima. Imena je toliko da ih je ponekad teško pamtiti, pa je najbolje ograničiti čitalačku koncentraciju na protagoniste (vrlo brzo je jasno koji su). Autor je svoju ideju o paralelnim biografijama obrazložio u završnom poglavlju, ali dojmovi ipak ostaju neujednačeni - možda i zbog Ginzburgove tragične smrti 1944., dok su autorovi preci nastavili sa svojim mirnodopskim životima nakon rata.
Udžbenik povijesti, i to dosadan i teško čitljiv. Da, uz poznate slavne ljude žive obični ljudi koji čine cjelinu života, ali koliko bolje je to opisala Natalija Ginzburg, koju Scurati očito želi oponašati, pa za naslov uzima njen citat, a za glavnog lika njenog muža Leonea Ginzburga.
Sto un po' barando, perché metto quattro stelle per attirare lettrici e lettori ;-). Il tempo migliore della nostra vita è degno di essere letto, anche se ha un po' deluso le mie grandi aspettative: da decenni ammiro la figura di Ginzburg ed ero contenta che finalmente qualcuno tornasse a occuparsene seriamente*. Antonio Scurati lo ha fatto, ma il risultato qua e là lascia un po' a desiderare. .
Mi è senz'altro piaciuto l'accostamento della famiglia dell'autore e di quella di Ginzburg. Ma alcune parti restano al livello di un mero accostamento di date e fatti. Non è così per l’analisi dell'ultima lettera di Leone Ginzburg alla moglie Natalia, scritta poche ore prima della morte in conseguenza delle torture subite dai nazisti; o per le considerazioni del capitolo finale «Il libro finisce», tra l'altro sul nostro rapporto in retrospettiva con la Resistenza.
Ginzburg rifiutò di giurare fedeltà al regime fascista nel 1934, cfr. la sua lettera autografa. Forse per questo motivo, e per il fatto che era libero docente, Ginzburg viene menzionato solo di striscio in Preferirei di no: Le storie dei dodici professori che si opposero a Mussolini, che ricorda i dodici professori ordinari su oltre 1200 che nel 1931 non si piegarono al regime.
«Per tutta la vita Leone Ginzburg ha tenuto il suo posto di combattimento e lo ha tenuto senza mai, in tutta la vita, impugnare un'arma.»
Leone Ginzburg, che fino ad oggi avevo incrociato solo di sfuggita leggendo la mia incomparabile Natalia, è figura degna di ogni più alta stima ed attenzione, su questo non ci piove: per integrità morale, antifascismo integerrimo, levatura e rigore intellettuali ed emblematico destino: sfido chiunque, leggendo la lettera che scrisse alla moglie da Regina Coeli la sera prima di soccombere alle violenze tedesche, a non sentirsi morire di sdegno, di pietà, d'ammirazione.
Perciò dedico un plauso all'intenzione di Scurati, prima di tutto, per aver scritto di questo uomo eccezionale. Ma un ottimo soggetto, va da sé, non per forza fa un altrettanto ottimo libro.
Pur essendo stata una lettura non priva di spunti di riflessione e approfondimento (difficile non riprendere in mano, quantomeno, Natalia Ginzburg e Pavese) e a tratti anche d'una certa intensità, letterariamente parlando la prosa mi è parsa assai monotona, la narrazione spesso pedante e disomogenea, ridotta addirittura a poco più che una cronologia nella parte centrale; inoltre, l'espediente di alternare ai capitoli su Ginzburg il racconto parallelo di due famiglie "qualunque" - gli Scurati del Nord e i Ferrieri del Sud, ascendenti dell'autore rispettivamente da parte di padre e di madre - l'ho trovato teoricamente persuasivo ma realizzato malamente, dimodoché confonde e appesantisce il racconto con troppi nomi e accadimenti marginali, spezza la tensione, annoia perlopiù. Un peccato.
Ho fatto la conoscenza (in senso figurato, s'intende) di Scurati grazie ad un'intervista televisiva in cui presentava il suo ultimo libro ("M il Figlio del Secolo" e già presente nella mia libreria). La storia è una delle mie grandi passioni (sorry not sorry) quindi mi sono segnata subito il nome dello scrittore e, appena avuta occasione, ho comprato alcuni suoi libri.
Si tratta del primo libro di Scurati che leggo: vi riponevo molte speranze che l'autore non ha tradito. Il modo di scrivere non è tra i più semplici ed immediati; mi è infatti capitato di leggere alcuni passaggi più volte. Ciononostante non l'ho trovata una scrittura da erudito fine a sè stessa (con questa terminologia indico quei modi di scrivere complicati e boriosi tanto da sfiorare quasi il ridicolo -ne sia un esempio il Mein Kampf-). Ho apprezzato in particolar modo la struttura del libro: Scurati alterna infatti la storia della vita di Ginzburg con storie della sua famiglia, fornendo non solo un piacevole diversivo (quasi a "stemperare" le onorevole gesta del protagonista principale) ma anche un quadro più ampio della società in cui lo stesso Ginzburg visse.
Potrebbe rappresentare un buon libro integrativo (si badi bene che ho scritto integrativo) per gli studenti che si apprestano allo studio della Seconda Guerra Mondiale. E lo dico da ex studentessa ignorante che ha conosciuto la vita di Leone Ginzburg alla veneranda età di 30 anni.
Nel 2011 viene ritrovata la lettera con la quale Leone Ginzburg l’8 gennaio 1934 aveva detto “no” al fascismo. Questa notizia è la scintilla scatenante che porterà Scurati a decidere di raccontare la storia di quel grande uomo. Accanto alla gloriosa vita di Leone Ginzburg a cui dobbiamo tra l'altro la nascita della case editrice Einaudi, Scurati ha narrato anche la storia comune, quella che non viene riportata nei libri di storia ma che è parte della Storia. Accanto alla storia straordinaria, quella ordinaria dei suoi nonni. Accosta ai grandi eventi i piccoli fatti della sua gente, Scurati, ma lo fa ( e questo quello che mi è piaciuto di meno) senza alcun slancio evocativo, ma forse quando si narrano gli anni della resistenza non occorrono altre parole che i fatti, nessun artificio letterario, nessuna struttura complessa ma solo gli eventi crudi: quegli uomini che hanno determinato la Storia con le loro decisioni non necessitano di involucri formali, la sostanza della loro straordinarietà è elemento narrativo più che sufficiente.
Il libro alterna capitolo dopo capitolo la narrazione della vita di Leone Ginzburg con quella di alcuni avi dell'autore. Probabilmente un unico romanzo basato solo sulla vita di Ginzburg sarebbe stato sufficiente, perché dopo poche pagine il lettore ha soltanto voglia di proseguire nella lettura delle gesta di Leone mentre i parenti dello Scurati cadono presto nell'oblio - a parte qualche divertente aneddoto che ha come protagonista Totò. Alla fine il personaggio di Ginzburg sovrasta ogni cosa, per la sua schiacciante forza morale, quasi super-umana; basti pensare all'episodio riferito da Pertini che vede Ginzburg appena uscito dalla sua cella di tortura raccomandarsi di non colpevolizzare il popolo tedesco per i crimini nazisti, di cui solo Hitler sarebbe dovuto considerarsi responsabile. Resta a Scurati il merito di aver illuminato con il giusto splendore una figura quasi dimenticata della Resistenza in Italia.
Mi è piaciuto abbastanza anche se non amo particolarmente la scrittura di Antonio Scurati di cui ho abbandonato, dopo un centinaio di pagine, M Il figlio del secolo. Questa è la storia di un uomo di valore e insieme un ripasso necessario di quella vergogna che è stata la dittatura fascista con l’abolizione delle libertà civili, la promulgazione delle leggi razziali e la persecuzione degli ebrei. È un romanzo storico scorrevole e di facile lettura, molto ben documentato e ricco di informazioni e questo è il suo pregio. Non mi sembra che sia stata sviluppata a sufficienza la figura di Leone Ginzburg che rimane un po’ fredda e lontana, come se fosse vista solo dall’esterno. L’ultima lettera di Leone alla moglie Natalia rende l’idea di che persona fosse umanamente Leone Ginzburg, oltre che una figura letteraria di grande valore, e mi sembra che la narrazione che ne fa Scurati non trasmetta questa grandezza.
"Nella sua stanzetta sotto i tetti, Ginzburg prepara le prime collane della nuova casa editrice. Prima fra tutte la "Biblioteca di cultura storica". L'attenzione per la storia è un principio organizzativo fondamentale per chi, come Leone, si senta imprigionato nel presente. Il suo primo obiettivo di intellettuale e di antifascista è coltivare gli studi storici per colmare il vuoto tra il passato che sta per essere seppellito e il futuro che rischia di venire abortito. L'unica speranza di questi giovani antifascisti confitti a testa in giù nell'inferno del presente fascista è che tutto il passato non li abbia dimenticati. Non si può lasciare che le camicie nere mettano le mani sul Risorgimento." (p.61)
Ho apprezzato moltissimo le parti più storiche, davvero interessanti. Quando l'autore si lascia invece andare al lirismo, per i miei gusti esagera con la drammaticità, soprattutto quando parla di sé o fa riflessioni di natura più personale. Al di là del mio personale gusto, è un'opera che vale la pena leggere per scoprire o ripassare gli episodi della nostra storia recente.
Piaciuto un sacco. Scorrevole senza essere banale, ritrae un pezzo della storia dello Stivale attraverso il racconto delle gesta del cofondatore della Einaudi editore, Leone Ginzburg, nel suo strenuo e costante impegno per ribadire il suo no al fascismo. Pagine davvero belle che mi sono gustato con calma.
Leone Ginzburg rifiuta di giurare fedeltà al fascismo l'8 gennaio del 1934. Dalla cacciata dall'università alla morte in carcere passando per le fondazione della Einaudi. Romanzo, diario e trattato storico.
Tem algo no estilo do Scurati que se assemelha ao Benjamin Labatut. É o jeito como eles descrevem as coisas. O Labatut é quase um historiador da ciência, enquanto o Scurati é quase um historiador da política. Digo quase por que não é história o que ambos fazem, mesmo que encontrem na história a matéria-prima de suas estórias. É tudo verdade, é tudo história, mas sem os rigores exigidos pelo trabalho do historiador profissional porque é também abertamente opinativo, cheio de adjetivos, metáforas e alegorias, às vezes disfarçados, às vezes expostos abertamente. Scurati conta a história do intelectual Leone Ginzburg. Ao mesmo a entrelaça com a história de sua própria família, tanto do lado paterno, quanto do materno. Faz isso até chegar à sua própria vida. Bem, Ginzburg é um sobrenome bem conhecido até mesmo aqui no Brasil. Leone foi o primeiro marido da escritora Natalia Ginzburg – ela mais conhecida do que ele por essas paragens – e pai do Carlo Ginzburg, historiador, autor d’O queijo e os vermes, livro muito lido na década de 1990. Durante um bom tempo, o filho foi por aqui o mais conhecido por aqui. Acho até que vou reler alguma coisa dele este ano. Dito isso, o livro se inicia em media res. Leone foi um dos 13 (entre 1300) professores universitários italianos que se recusaram a prestar o juramento fascista em 1934. Com isso, ele (e os outros) perdeu seu emprego. Tempos depois, a célula antifascista da qual participava é descoberta. Ao contrário de muitos que fogem ou a renegam (caso do Norberto Bobbio, por exemplo), ele acaba preso. De algum modo, esse livro é uma primeira experiência em relação à sua obra mais ambiciosa. Dizendo isso não quero ser injusto com o Scurati. O que ele faz aqui tem a sua qualidade própria. Só me parece que ele levará isso adiante no seu M. Traz, ainda, uma bela reflexão sobre os líderes desmiolados, cheios de palavras ocas que levam à ruína e à morte. Um belo livro, que merece ser lido. A seguir, alguns trechos.
Por fim, espero que continuem a ser publicados os demais livros que Scurati está escrevendo sobre Mussolini.
“A esperança no futuro às vezes pode ser o mais covarde engano” (44)
“Não se conspira quando não se tem certeza quanto aos próprios nervos” (Leone Ginzburg) (45)
“Leone Ginzburg, ainda não tendo completado 25 anos, ingressa na restrita comunidade daqueles homens dos quais depende a sobrevivência de todos os outros.” (12)
“Nós, que tivemos a sorte de nascer num cantinho de mundo abastado e protegido, não sabemos e provavelmente nunca saberemos, o que se sente nesses momentos [de resistência]” (19)
“...purgatório dos cristãos: um local de passagem, suspenso entre a graça e danação, onde se é diariamente obrigado a negociar com a vida o resgate de um eterno penhor de redenção” (51)
“as tábuas do palco são a antecâmara do inferno” (62), Ida Izzo
“Quando se tem um destino, dele não se escapa. Só escapa que não o tem” (63)
“O acadêmico italiano Giovanni Papini apresenta a sua oração afirmando que a Itália prenunciada pelo grande poeta [Leopardi] é a de Mussolini, porque o fascismo significa a revanche dos poetas” (128) “Nenhuma mulher faz um matrimônio de interesse: todas elas, antes de se casarem com um milionário, têm a prudência de se apaixonar por ele” Diário de Cesare Pavese (164)
“...a minha rapidez de trabalho tem um limite intransponível, o da exatidão” carta de Leone Ginzburg (171)
Il ‘no’: forse la prima parola dell’umanità, l’espressione elementare del rifiuto e della disobbedienza. È la parola che dà origine ai conflitti, e mediante essi ai cambiamenti. Fu la parola pronunciata l’8 gennaio del 1934 da Leone Ginzburg (1909-44) per significare il suo rifiuto alla sottomissione al fascismo e che gli guadagnò – magra consolazione – una nicchia nel pantheon italiano degli eroi della Resistenza; pantheon che per, essere tale, deve comporsi non di uomini e donne bensì di déi da ammirare da lontano. Il gesto di Ginzburg è ancora oggi incomprensibile ai più: parliamo di un ragazzo che all’epoca aveva appena 25 anni, secchione ma non insensibile alla mondanità e soprattutto consapevole delle conseguenze di quel che gli sarebbe successo. Chi gliel’ha fatto fare? Avrebbe potuto infatti imitare la quasi totalità degli accademici e degli intellettuali del suo tempo: vendere l’anima a un regime non amato per mantenersi liberi nel corpo, come puttane alla rovescia. Non lo fece. Non era stupido, anzi intelligentissimo; figlio di ebrei di Odessa, già da giovanissimo intraprese la sua carriera di slavista e traduttore, partecipando alla fondazione della casa editrice Einaudi insieme a gente come Pavese, Foa, Salvatorelli, Vittorini. Ammirava Croce e desiderava essere libero e forte come lui. Anche a costo di prendersi quelle mazzate (fisiche) che il suo idolo avrebbe invece evitato solo in ragione della sua statura internazionale.
Andò in carcere tre volte. La prima, per aver partecipato alle azioni di ‘Giustizia e libertà’; la seconda, per il solo fatto di essere ebreo e non turco ottomano dopo la promulga della leggi razziali; la terza, per morire sotto le torture dei tedeschi invasori. Quanti lo conobbero giurano che egli sarebbe potuto diventare uno dei massimi scrittori o storici italiani. Possiamo solo immaginarlo dato che, dei suoi lavori, restano solo le briciole. Il suo maggiore lascito sono i suoi figli (Carlo è un famosissimo storico) e le tenerissime memorie registrate dalla moglie Natalia, scrittrice fra le più amate del ‘900.
La storia di Ginzburg è bellissima e commovente, il racconto di Antonio Scurati discreto ma non incisivo: troppa retorica e forse troppo attaccamento affettivo alla vicenda – nella quale inserisce elementi personali – non gli permettono di inquadrare gli aspetti più interessanti di un’esistenza straordinaria. Si ricava una piccola agiografia, di agevole lettura ma non più utile di un memorandum; cosa di cui purtroppo gli italiani hanno sempre bisogno.
“Leone è morto senza dire la sua ultima parola, senza dire addio a nessuno, senza concludere la sua opera, senza lasciarci un messaggio. Per questo non possiamo rassegnarci; né perdonare” (Norberto Bobbio)
Dopo aver letto di Antonio Scurati la trilogia dei romanzi-biografia di Benito Mussolini e il recentissimo saggio su fascismo e populismo, mi sono accorto che mi mancava la lettura del romanzo più significativo del medesimo autore, non opera prima, ma romanzo di apertura del genere che poi ha dato a Scurati un enorme e meritato successo. Essendo rimasto più che soddisfatto dalla lettura di questo libro consiglio senz’altro ai lettori, che hanno apprezzato, oggi si direbbe “il format” ,tipico del romanzo-biografia di Scurati, di fare lo stesso percorso, non se ne pentiranno. Ci vengono descritti agli albori del fascismo e il personaggio del quale si delineerà la vita è Leone Ginzburg, un intellettuale antifascista di tale caratura artistica e morale da essere annoverato fra i padri della Patria. A Parigi riposerebbe al Pantheon, in Italia….lasciamo perdere. Quale è l’intuizione, la filosofia, che sta dietro al singolarissimo stile di Scurati? Ecco, per averne piena contezza occorre proprio leggere questo romanzo-biografia, con il quale il nostro autore si è cimentato per la prima volta. Leggi di più : https://gmaldif-pantarei.blogspot.com...
Non è una sorpresa, ma una conferma, anche se retrospettiva rispetto alla trilogia su M. Il racconto di Scurati si dipana tra la famiglia di Leone Ginzburg e quella dei nonni dell'autore, tra Torino, il confino abruzzese di Pizzoli, Cusano Milanino e Napoli. Sono strade parallele che si sfiorano e mai si toccano. Ma sempre si tratta dell'amore per i familiari e del lavoro, sia esso culturale, meccanico, commerciale o teatrale. In tutto campeggia la vita. Sarebbe folle volere far parte della tragedia che portò alla morte un giovane e geniale L. G. ma è pure folle negare il valore immenso della sua breve parabola vitale in una terra, quella italiana, i cui governanti miopi e ottusi lo definirono straniero. L'incipit racconta del breve scritto col quale il giovanissimo professore rifiuto' di prestare il giuramento fascista. Ne parlano G. Boatti ("Preferirei di no") e H. Goetz (" Il giuramento rifiutato").
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Quando Scurati si cimenta nel genere biografico romanzato, credo che dia il meglio di sé. Resta una scrittura a tratti eccessivamente barocca, a volte credo inutilmente, ma in questo genere letterario, ambientato in questo periodo storico, credo che renda bene l'atmosfera del tempo. Per quanto riguarda il tema, credo che la biografia di Ginzburg abbia ancora molto da insegnare. Una forma di resistenza che, più ancora della Resistenza attiva dei partigiani, è mancata nel nostro Paese. Una resistenza silenziosa, che ha avuto i suoi eroi, e che avrebbe potuto cambiare gli eventi se praticata dalla maggioranza accondiscendente. Ben fatta anche l'alternanza con la storia della vita di famiglia dell'autore stesso. Lo consiglio per gli amanti del genere del romanzo biografico.
Odustala sam jer mi se knjiga nije svidjela. Uzela sam ju u knjižnici bez da sam prvo provjerila o čemu je, a kronologija života Leone Scuratija nije mi zanimljiva dovoljno da knjigu završim. Život talijanskog publiciste za vrijeme fašističke vladavine Italijom (prije i za vrijeme Drugog svjetskog rata) pomalo djeluje apsurdno. Borba da se na talijanski prevode djela ruskih i inih europskih književnih djela u vrijeme dok Europom bijesni rat i kulturna i povijesna blaga se razaraju odaju dojam čovjeka koji živi s glavom u pijesku što mi je osobno odbojno kad su priče o ratu u pitanju.