Daniele, 20 anni.
Il suo sistema nervoso, una sera, al rientro a casa dal lavoro, va in cortocircuito. E tutta la rabbia che aveva in corpo si riversa all'esterno: un'onda d'urto si abbatte sulla sua famiglia. Lo ricoverano in ospedale, al reparto psichiatrico e gli riservano un TSO (trattamento sanitario obbligatorio): sarà sotto osservazione per capire cosa c'è che non funziona nella sua mente.
E poi al lettore capita la stessa cosa che descrive Daniele, quando ascolta i racconti degli altri pazienti ricoverati come lui nel reparto psichiatrico: “Vorrei avere una corazza, un’armatura del miglior ferro, capace di tenermi distante dalle cose, vorrei non disperarmi per la disperazione degli altri, non sentire la madre di Giorgio come mia madre, la vita degli altri saldata alla mia con un patto di sangue.
Perché il dolore costa fatica...”
Controllare l'ingovernabile, sprofondare negli abissi del proprio io, avvertire la frattura dentro di sé, causata da alterazioni chimiche e quindi psichiche. Chimica e Psiche, strettamente interconnesse. Come se sistemare la cosa dal punto di vista chimico possa bastare per riequilibrare la psiche. Come se l'uomo funzionasse per compartimenti stagni. È qui il male della medicina. Non siamo la somma delle parti: il nostro Tutto va ben oltre la Somma di tutte le nostre Parti.
“La rabbia sa sedurre, mi chiama, la sento montare dentro le vene, scalda la fronte. Ne sono invaso.
Non c’è niente qui dentro che non odi profondamente.
Vi odio. Per quello che siete.
Ma ancora di più per quello che rappresentate.
La visione di ciò che potrebbe essere.
L’incarnazione del mio futuro.
Ecco quello che mi aspetta.
Vi odio.
Mi odio.”
“Eccola la mia ossessione, il mio desiderio patologico.
Salvezza.
Dalla morte. Dal dolore.
Salvezza per tutti i miei amori.
Salvezza per il mondo.”
Daniele, Daniele e le sue ossessioni, Daniele e le sue poesie, Daniele e la sua fragile umanità, come quella di tutti, del resto.
“Sei sempre tu che vieni a riprendermi
ne è piena la memoria
di te che spunti e mi porti via,
alle scuole tutti i malori
li fingevo per vedere il tuo arrivo,
fino a oggi dove niente si finge
ed è vero il male che mi spezza,
e quanto più è atroce aspettarti,
passato dai banchi
a questo bianco lettino.”
E poi alla fine basta solo stringere la mano di chi si è perso nei meandri della sua mente.
Serve il calore umano di un contatto, non solo la chimica. Ma a volte quel calore umano manca, perché “La paura d’impazzire è peggio della pazzia.” E Mario risponde a tutti e non tranquillizza solo Daniele, ma tranquillizza anche il lettore: “Non farti sedurre dalla paura, pensa al fuoco, se lo guardi per troppo tempo, se ti avvicini troppo, alla fine ti brucia.»
Cerca di tranquillizzarmi con un sorriso.”
Forse lo squilibrio nasce da come si guarda alle cose. Sembrano enormi, gigantesche, insormontabili. E poi forse basterebbe cambiare punto di vista, per ridimensionarle. Per frenare i pensieri, per evitare che la vita si muova su montagne russe.
“La mia vita scorre su questa altalena impazzita.
A nessuno, come per quel desiderio di salvezza che mi prende quando la pietà mi spezza, dico di queste cose. Sono il mio segreto, la mia parte inaccessibile agli altri.”
Eppure la condivisione è in qualche modo una forma di terapia, ha in sé i semi della guarigione: “Quei cinque pazzi sono la cosa più simile all’amicizia che abbia mai incontrato, di più, sono fratelli offerti dalla vita, trovati sulla stessa barca, in mezzo alla medesima tempesta, tra pazzia e qualche altra cosa che un giorno saprò nominare.”
Condividere, per trovare ciò che unisce e non ciò che separa: “Dal corridoio mi fermo a guardarli.
Eccoli, ognuno nel proprio angolo di stanza, indifesi di fronte alla propria condizione, di esposti alle intemperie, di uomini nudi abbracciati alla vita, schiacciati da un male ricevuto in dono.
I miei fratelli.”
Daniele entra nel reparto psichiatrico il 13 giugno 1994 ed è pieno di rabbia trasbordante. Il 20 giugno 1994, giorno delle sue dimissioni, alla rabbia subentrano la rassegnazione, un'amarezza straripante.
Mario è al San Camillo, Giorgio è dietro le sbarre a Velletri. La situazione nel giro di poche ore è precipitata in quella stanza. Eppure...
“Bastava talmente poco.
Bastava ascoltare, guardare negli occhi, concedere.
Una volta, una sola volta.
Invece non lo hanno fatto.
Perché per loro non eravamo degni di essere ascoltati.
Perché i matti, i malati, vanno curati, mentre le parole, il dialogo, è merce riservata ai sani.
Questo abbrutimento è la scienza?
Non aprirsi mai alla pietà, svuotare l’uomo sino a farlo diventare un ingranaggio di carne. Sentirsi padroni di tutte le risposte.”
E poi la libertà, l'aria aperta per respirare e ritornare alla normalità.
Riprendere il cammino. Fermarsi e riprendere fiato. Voltarsi, giusto un attimo, per guardare indietro.
“Dall’alto, dalla punta estrema dell’universo, passando per il cranio, e giù, fino ai talloni, alla velocità della luce, e oltre, attraverso ogni atomo di materia. Tutto mi chiede salvezza.
Per i vivi e i morti, salvezza.
Salvezza per Mario, Gianluca, Giorgio, Alessandro e Madonnina.
Per i pazzi, di tutti i tempi, ingoiati dai manicomi della storia.”
Tra 4 e 5 stelle.