Le colpe degli altri è il libro di esordio di Linda Tugnoli. Un giallo edito Nord edizioni.
Guido è un giardiniere, gli viene assegnato un nuovo lavoro e il giorno in cui va a controllare il giardino di cui deve prendersi cura, scopre il corpo di una giovane donna. Accanto a lei vede la foglia di un albero che non fa parte di quel giardino e nota, fra le mani della ragazza, una rosa antica. Finisce per interessarsi al caso poiché diversi dettagli lo portano a rivivere il suo passato. Così, da giardiniere, si improvvisa investigatore, facendosi guidare dalle sue sensazioni e conoscenze, per cercare di venire a capo di un enigma che la polizia sembra non aver fiutato.
Guido è un protagonista un po’ particolare, fuori dal comune. Vive in un mondo a sé e spesso si lascia andare ai suoi pensieri dimenticando che davanti ha un interlocutore. Agisce di impulso e questo modo di fare non manca di metterlo nei guai. Nasconde un passato misterioso alle spalle e viene presentato come un introverso. È una persona molto sensibile, con una certa cultura e con ricercate competenze, che si è ritirato, da un giorno all’altro, nella vallata in cui è nato.
Nel libro sono presenti più misteri: l’omicidio della ragazza trovata nel giardino; la vita passata di Guido, che viene snocciolata pagina dopo pagina; la scoperta di una misteriosa fotografia che sembra collegata all’omicidio, anche se proviene da anni passati.
L’omicidio della ragazza è un contesto utilizzato per raccontare altre storie, di lei non si viene a sapere molto: si scopre il motivo per cui è stata uccisa e si viene a conoscere per tratti sommari la sua vita. Le storie da raccontare sono altre e la ragazza uccisa è solo uno strumento per parlarne. Il finale è inaspettato, e viene costruito ad hoc.
L’autrice inserisce alcuni personaggi che sembrano un po’ degli stereotipi: come il tipo che ha il dente amaro contro i meridionali; o il commissario siciliano che non si trova bene con i piemontesi, i quali vengono descritti come persone dal carattere freddo e che pensano solo al lavoro.
Viene molto spesso utilizzato il dialetto piemontese che, se da un lato regala alla storia una propria identità, dall’altro, soprattutto quando non viene tradotto, rende la lettura un po’ difficile da capire. Spesso l’autrice inserisce frasi che spiegano cosa stanno dicendo i personaggi, ma quando non lo fa, è difficile riuscire ad estrapolare dal contesto il significato. Questa caratteristica per me va a penalizzare la storia. Adoro l’uso del dialetto, ma sarebbe opportuno fornire gli strumenti (una banalissima didascalia) per capirlo, altrimenti si ha la sensazione di perdere parti importanti della storia.
L’autrice spesso si lascia andare con divagazioni di vario genere che, per ovvi motivi, hanno a che fare con il giardinaggio, a volte sono interessanti, ma a lungo andare c’è un abuso che rende un po’ pesante la lettura. Chi è solito frequentare il mio blog sa che le lunghe descrizioni non mi piacciono per niente, soprattutto nel momento in cui riguardano caratteristiche che non portano nulla alla storia, se non un abbellimento.
Dare un giudizio a questo libro non è semplice, perché da un lato ci sono un protagonista a cui è impossibile non affezionarsi e una storia nel complesso interessante; dall’altro però, le lunghe descrizioni e l’utilizzo continuo del dialetto, lo hanno reso un po’ ostico.