Germanismi non sono solo le parole provenienti dal tedesco, ma più in generale dalle lingue germaniche antiche e moderne. E infatti questo libro ci fa viaggiare nello spazio e nel tempo. Dai fiordi norvegesi ai geyser islandesi, dai filibustieri olandesi alle miniere svedesi di nichel. Dai vichinghi ai lanzichenecchi, dalle alabarde ai panzer, dal superuomo di Nietzsche al super-io di Freud fino alla sachertorte di Nanni Moretti. La storia di parole si fa storia della cultura e del costume: l'etimo diventa un racconto e la lingue un mondo da esplorare.
Quante cose si scoprono leggendo libri come questo! Prima di tutto, che il termine "germanismi" non indica solo le parole tedesche, visto che per "tedesco" si intende la lingua che si parla in Germania, Austria, Svizzera e Liechtenstein, mentre il "germanico", come spiega Lubello, "è una lingua completamente ricostruita, una lingua originaria (protolingua) da cui derivano le diverse lingue germaniche. Con quest'ultima etichetta in realtà ci riferiamo a una famiglia molto ampia di lingue in parte estinte (pensiamo al gotico e al longobardo) e in gran parte vive e parlate, come l'inglese, lo svedese, il tedesco. Il germanico non ha quindi testimonianze scritte, a differenza del latino e del greci classico: fu parlato almeno fino al II secolo a.C. da popolazioni stanziate in un'area geografica molto estesa dal Reno alla zona a nord del Danubio fino alle sponde del Mare del Nord e del Mar Baltico e già nel I secolo a.C. si sarebbe suddiviso in tre rami o sottogruppi: settentrionale, orientale e occidentale < i>". Inglese a parte, oggetto del volume "Inglesismi", i germanismi vengono quindi rintracciati seguendo il percorso che hanno fatto passando per altre lingue (spesso il latino) e finendo in quella italiana, dove la loro assimilazione è stata tale che - come per parole provenienti da altre lingue - li utilizziamo senza nemmeno saperlo. Risulta quindi curioso, anche in questo caso, leggere la seconda parte del volume, dedicata alla storia di singole parole presenti nel nostro vocabolario ma di matrice straniera. Tra queste, segnalo in particolare "bara", "bidello" e "breccia".
Tra quello che ha scritto lui e quello che scrisse ai tempi Massimo Birattari su Italiano: Corso di sopravvivenza sull'italiano del Canton Ticino, son sempre più curiosa di leggere qualcosa dedicato a quella varietà regionale.
Non si ferma ai soli tedeschismi. Parla più che altro di parole che sono entrate dal longobardo, dal gotico e dal francone. Più un paio di parola dal neerlandese, una dallo svedese e una dell'islandese. Forse son troppo brevi per andare più a fondo.
Certo che le parole friulane che Lubello riporta non le conosco per niente. E si è dimenticato dei bleons (le lenzuola), che rappresenta una delle poche parole longobarde arrivate fino al friulano moderno.
Tra tutti i libri della serie è forse quello meno curato dal punto di vista editoriale. Manca perfino il titolo di un intero paragrafo.
La prossima settimana si parla di etimologie. Speriamo che le edicole continuino a restare aperte...